OassJB.'L6
Book , M36f_
PROF. EUGENIO MUSATTI
LA CRITICA STORICA^'
LE LEGGENDE NAZIONALI
PROLEGOMENI
AD UN CORSO LIBERO DI STORIA MODERNA
NELLA R. UNIVERSITÀ DI PADOVA
(1899-1900)
l.a RISTAMPA
con giunte ed emende
PADOVA
Tipografìa dei Fratelli Gallina u all' Università n
1901
^
,(s>
«
A3 /V7/
Proprietà letteraria
Il prof. Crivellucci, vanto e decoro dell'Ateneo pi-
sano, diede non ha guari alla luce un Manuale del metodo
storico (Pisa, Spoerri, 1897) sul modello dell'eccellente
Lehrbuch der historischen methode del Bernheim, profes-
sore nell'Università di Greifswald (Pomerania), e ch'egli
seppe così magistralmente adattare per uso della studiosa
gioventù italiana da indurmi a presceglierlo come fonda-
mento ai prolegomeni d'un corso libero di storia moderna
da me tenuto nell'Archiginnasio patavino al chiudersi
del secolo diciannovesimo; i quali diedi alle stampe una
prima volta ed ora pubblico in più corretta edizione per
apportare anch'io un tenue contributo all' incremento
della verità storica.
LEZIONE I
Fonti storiche
Non è chi non sappia come chiunque voglia fare
>pera di storico debba raccogliere tutte le vestigia del
passato senz'alcuna eccezione, tutte le tracce dell' umana
attività, che gli permettano di ricostruire, con più o meno
sicurezza, l'imagine di quest'attività sotto le forme suc-
cessive e più diverse ch'essa ha rivestite, secondo i tempi,
i luoghi, le razze e le società. Egli deve in questo lavoro
di ricostituzione procedere con lo stesso intendimento di
esattezza, la stessa passione del vero, lo stesso rigore di
analisi d'osservazione e di ragionamento che lo scien-
ziato nello studio della natura; occorre insomma sotto-
mettere tutte le reliquie del passato a una investigazione
metodica onde procedere gradatamente dai particolari al-
l' insieme all' effetto di chiarire l'uno dopo l'altro tutti i
punti oscuri per modo da poter stabilire sui fatti ben con-
statati delle idee generali suscettibili di prova e di veri-
ficazione. Questa concezione così larga e scientifica della
storia è tutta moderna perchè un'idea ben diversa di
essa prevalse fino a un certo tempo. Difatti presso tutti
i popoli di razza indo-germanica (caucasei, cioè, abitanti
l'Asia Meridionale e Occidentale e gran parte d'Europa)
la storia passò da principio per una fase affatto rudi-
mentale, comune a tutte le civiltà primitive, perchè essa
limitavasi alla sola constatazione dei fatti di cui la per-
sona o la classe, dirigente il gruppo sociale, aveva inte-
resse a conservare e a tramandare la memoria. Gli av-
venimenti reali o le leggende concernenti la vita reli-
giosa, politica o militare della nazione, che lusingavano
l'orgoglio del sovrano o favorivano le pretensioni delle
caste superiori erano riferite da preti, magistrati, lette-
rati investiti d'una missione ufficiale e si perpetuavano
nella memoria degli uomini sotto forma di poemi sacri,
di canti nazionali, d' epopee, d' annali, d' inscrizioni mo-
netarie, funerarie o monumentali (i). In queste opere così
diverse, composte per un fine interessato e assai pratico,
non si poteva naturalmente trovarvi né uno spirito cri-
tico né un'alta meta scientifica. Tali furono per esempio
i poemi omerici (cioè l'Iliade e l'Odissea ancor conte-
state al più grande degli antichi poeti epici, anzi al crea-
tore dell'epopea, perchè vuoisi che riassumano invece le
opere sparse d'un' epoca della Grecia favolosa), i sagas
del nord de 1' Europa, ossia le tradizioni mitologiche e
storiche dei popoli scandinavi, le liste di re e di funzio-
nari dei grandi imperi d'Oriente, le genealogie delle pos-
senti famiglie e i racconti favolosi sulla fondazione delle
città narrati dai logografi greci, gli annali dei pontefici
romani, i fasti consolari o registri in cui erano cronolo-
(i) La leggenda, usata da prima a significar la vita d'un
santo, la quale doveva leggersi nel giorno che ne ricordava e
celebrava il nome, accolse poi tradizioni d'argomento diverso,
morale o cavalleresco, religioso od eroico.
— 9 —
gicamente descritti i nomi dei consoli romani e tutto ciò
ch'era succeduto nell'anno del loro consolato, i nume-
rosi monumenti epigrafici de la Grecia e de l'Italia an-
tica. Lo stesso carattere si ritrova nel medio evo nelle
canzoni epiche inspirate dalle crociate e dalle guerre feu-
dali a dei cavalieri che vi avevano preso parte, nelle geste
memorate in versi dagli storiografi dei re d'Inghilterra,
nelle croniche locali, in cui i monaci riferivano i fatti
venuti a lor conoscenza, mettendo naturalmente in mag-
gior luce quelli che riguardavano la prosperità morale
e materiale del loro ordine (i). A questa forma rudimen-
tale della storia seguì appo gli stessi popoli, a misura che
la civiltà si sviluppava, la forma letteraria, che prevalse
a lungo e che conserva ancor in oggi un resto di favore
presso gli spiriti poco coltivati o presso letterati più sen-
sibili ai godimenti estetici dell'arte che ai risultati ed ai
progressi della scienza. Ma ciò che più caratterizza que-
sta seconda maniera di scrivere la storia è che il racconto
degli avvenimenti passati, invece d'essere conservato e
Tramandato come una tradizione nazionale o come un
-documento ufficiale da personaggi investiti nella società
<Tuna missione politica o religiosa, è messo in opera con
(i) Tra i poemi storici o cronache versificate in rozzo latino
■meritano speciale menzione il Carme panegirico di Berengario
composto da un anonimo nel secolo X ; il De rebus Norman-
norum di Guglielmo Appulo del s. XI; la Vita fMathildis comi-
iissae del monaco Donizzone del s. XII ecc. Bartoli, Si. della
leti. it.} Firenze, Sansoni, 1878, voi. I cap. II; lo stesso, I primi
due secoli, cap. VII (Vallardi, Milano, 1880).
— 10 —
più o meno arte dagli scrittori: i fatti sono scelti, coor-
dinati, ampliati o attenuati sia per eccitare l'interesse dei
lettori con una narrazione commovente, bizzarra o fa-
ceta, sia col fine di fare la loro educazione morale o po-
litica con esempi tratti dal passato, sia infine, col dise-
gno d'inspirar loro l'ammirazione o il disprezzo di un
tal personaggio, di un tal partito, di una tal nazione.
Così nell'antichità Erodoto, il greco padre della storia
(perchè il suo lavoro, in cui descrive le lotte fra Persiani e
Greci, è la prima storia importante che si conosca) e
Senofonte, il famoso autore dell' cdnabasi (su la spedi-
zione contro Artaserse II e la ritirata dei ^Diecimila) e
della Ciropedia (su la fanciullezza o l'educazione di Cirojt
non hanno altro fine che quello d' interessare i loro-
contemporanei con racconti facili e variati; Tucidide t
storico celebrato della guerra peloponnesiaca e degli
Ateniesi e il pur ellenico Polibio (trasferitosi poi a
Roma), che sotto il nome di Prammatica descrisse le
romane conquiste dalla seconda guerra punica alla ca-
duta della greca libertà, scrivono delle storie dette ap-
punto prammatiche perchè inizianti il lettore al maneg-
gio delle cose di Stato e al saper condursi nella vita
pubblica con un'attenta analisi dei fatti, delle loro cause
e delle loro conseguenze; il moralista Plutarco con le sue
Uite parallele degli nomini illustri della Grecia e dì
<T{pma; l'elegante Sallustio con la sua congiura di Ca-
tilina, svelata in Senato dal grande Cicerone che s' ebbe
per ciò in compenso il titolo di padre della patria, e
con la sua guerra di Giugurta, il re di Numidia foggi'
Algeri) debellato da Mario; il geniale Tito Livio con Ìel
la Storia di Roma (di cui pur troppo non abbiamo che
circa la quarta parte) ; il sommo Tacito con la sua Sto-
ria romana, gli Annali e la Germania hanno principal-
mente iti mira un insegnamento morale e patriotico. Nei
tempi moderni il parziale Guicciardini con la sua Storia
d' Italia, il tacitiano Machiavelli con le sue Storie Jio-
rentìne, il mistico Bossuet col suo grandioso e mirabile
T)iscours sur Vhìstoire universelle, ma sopratutto con la sua
Histoire des variations des Eglises protestantes, non cer-
cano nei fatti passati o contemporanei che argomenti in
appoggio alle loro particolari concezioni. In una parolar
per tutti questi scrittori, la storia è un ramo della retto-
ria, arte vana se non è informata dalla filosofia. Pero-
questo modo di scrivere la storia è ben superiore al pre-
cedente, sebbene non sia rigorosamente scientifico perchè
subordinante il concetto dell'esattezza stcrica a conside-
razioni d' arte, di morale, di politica o di religione.
Oxorreva l'educazione scientifica del secolo decimo-
nono per giungere alla concezione definitiva della storia,,
associando allo svolgimento del racconto 1' erudizione^,
l'analisi critica dei minuti particolari e quella filosofìa
pazientemente deduttiva che spiega la causa e la ragione
degli avvenimenti.
Lo studio e 1' esposizione dei fatti passati è ora dun-
que innanzi a tutto un'opera scientifica, onde lo storico
deve seguire, in quanto questi fatti lo comportano, le re-
gole e i metodi delle scienze sperimentali. Ecco il perche-
delia metodica, cioè l'arte dell'osservare ed insegnare le
regole scientifiche per scrivere di storia e che com-
prende :
— 12 —
i. L euristica o dottrina delle fonti per la scelta
del materiale;
2. La critica delle fonti, ossia l'analisi del mate-
riale per determinarne il valore storico;
3. La cognizione dei singoli fatti e dei loro rapporti,
casuali o conseguenti;
4. L'esposizione sistematica dei fatti medesimi e il
ragionamento che se ne deduce.
Chiamasi fonte il materiale da cui si attinge la sto-
ria e che si può dividere in due grandi categorie : avanci,
ossia ciòcche di un fatto è rimasto e sussiste ancora ;
tradizione, vale a dire ciò che di quel fatto ci è statori-
ferito e trasmesso per opera dell'intelligenza umana. Per
avanci intendonsi le reliquie personali degli uomini (com-
prese le tracce del vivere umano quali ci sono conservate
-ad esempio nei residui dei pasti e che porgono utili ma-
teriali per la preistoria), la lingua, gli usi, le feste, le isti-
tuzioni, i prodotti industriali, artistici e scientifici, gli
atti pubblici e privati, le inscrizioni, i monumenti e i do-
cumenti ; per tradizione intendesi la trasmissione dei fatti
più importanti e che si distingue, secondo il modo con
cui essa si effettua, in figurata, cioè pitture storiche, rap-
presentazioni topografiche e sculture storiche; in orale}
vale a dire racconti, leggende, aneddoti, proverbi e canti
storici; in scritta, ossia inscrizioni storiche, genealogie,
•calendari, annali, croniche, biografie, ricordi ecc. E ufficio
dell'euristica il ricercare e pubblicare le fonti. Le raccolte
-e i repertori di fonti per determinate epoche aiutano lo
studioso. La più grande e più meravigliosa raccolta no-
stra dovuta all' iniziativa, all' ardire, all' operosità d' un
uomo ch'ebbe a lottare contro ogni maniera di ostacoli
e di pregiudizi è quella di Lodovico Muratori nato a Vi-
gnola nel Modenese il 21 ottobre 1672, morto a Modena
il 23 gennaio 1750. Prefetto della Biblioteca Ambrosiana
di Milano, poi archivista a Modena, raccolse un enorme
materiale per la futura storia d'Italia. Sono ben venticin-
que i volumi ( di cui i primi tre divisi ciascuno in due
parti) dei Rerum Italie arum Seriptores ab anno Chr. 500-
. 1500 pubblicati da lui solo, senza aver avuto nessuno che
lo avesse preceduto, quando già la Francia noverava il
Pithou che oltre agli QAnnales et historiae Francorumr
al Corpus juris canonici, alle Leges Visigothorum ecc.
aveva pubblicata nel secolo XVI XHistoria Miscella scritta
da Paolo Diacono per la sua scolara Adelberga, figlia del
longobardico re Desiderio, in continuazione ai dieci li-
bri della Storia romana di Eutropio ; il Labbè vissuto tra
il 1607 e il 1667 al quale debbonsi i 18 volumi de la Col-
lection des Conciles (Sacfosancta Concilia) editi a Parigi
nel 1672 e anni seguenti; il gesuita Sirmand (1559-1651)
le cui opere numerose [Opera varia, 5 voi. in-f.) riguar-
dano principalmente la storia ecclesiastica; il benedettino
D'Achery (1609- 1685) così benemerito per la raccolta di
croniche, diplomi, vite di santi, documenti diplomatici
ecc. del medio evo pubblicata sotto il titolo di Veterum
aliquot scripiorum, qui in Galliae bibliothecis latuerant spi-
cilegium (13 voi. in-4, 1655-1677; 3 voi. in-f., ed. 1723) ;
il Duchesne (1584- 1640) sopranomato il padre della storia
di Francia per la quantità stragrande di documenti e di
fatti eh' egli raccolse, coordinò e diede alle stampe in due
opere notevoli .' le Antiquitès et recherches des villes, chd-
— 14 —
teaux, places remar quables de toute la France, 1610 e le
Historiae Francorum scriptores, 1636-49. E l'Alemagna
già noverava il Freher che aveva pubblicati, nel 1600,
i Ger manicar um rerum scriptores aliquotinsignes, nel 1602
i Rerum lìohemicarum scriptores aliquot antiqui e nel
1613 il Corpus Jrancicae historiae veteris; il Goldast
{1576-1635) che pubblicò i Suevicarum rerum scriptores,
gli Alamannicarum rerum scriptores, la Collectio consue-
tudinum et legum imperialium e la Collectio constitutionum
imperialium; il Lindenbrog (1 540-1616) che pubblicò a
Francoforte, nel 1609, i Rerum germanicarum septen-
trionalium scriptores; il Meibom (1638- 1700) cui devesi
principalmente la raccolta dei cRgrum germanicarum hi-
storici (Helmstaedt 1688, 3 voi. in-f.); 1' Heineke (1681-1741)
che aveva dato alle stampe l' Historia juris civilis romani
et germanici, le Antiquitates romanorum jurisprudentiam
ìllustranies ecc.; il Leibnitz, il sommo filosofo sassone
(1646-1716), che aveva pubblicati anche importanti lavori
storici come il Codex iuris gentium diplomatici^ o gli
Scriptores rerum llrunsvicensium. E l' Inghilterra, infine,
noverava il Gale (1636- 1702) con le sue Historiae angli-
canae scriptores, il Savile (1549- 1622) coi %erum anglica-
rum scriptores e il Gamden (1551-1623) con la sua colle-
zione d'antichi storici inglesi intitolataci/Zea, Normanica,
Hibernica, Cambrica a veteribus scripta (Francfort 1603),
mentre ad eccezione delle raccolte del Grevius o Graefe
(Thesaurus antiquitalum romanarum, Utrecht 1694-99,
12 voi. in f. e Thesaurus antiquitatum et historiarum Ita-
liae) Leida 1704- 1723, 16 voi. in-f.) e del Burmann (An-
tiquitatum romanarum brevis descriptio, 171 1 e T>e vecti-
— 15 -
galibus populi romani, 17 14 ecc.) ordinate con preconceito
classico che risguardasse l' Italia non v'era prima del Mu-
ratori (ij che un tomo di corografìa pubblicato già da un
pezzo a Franco forte col titolo: « Italiae ìllustratae seu
chorographie regionum Italiae florentiss. orbis partis in-
geniorum parentis scriptores varii, nunc primum et mul-
tis optimi sìmulque editi » etc. Francofurti in officina
Andreae Cambieri CQIOCV (1605).
I venticinque volumi dei Rerwp. muratoriani conten-
gono la Storia fiorentina del Villani e quella del Male-
spini, T Historia Miscella di Paolo Diacono in continua-
zione alla Storia romana d'Eutropio (2); T>e gestis Lan-
gobardorum dello stesso Paolo Diacono; le Croniche ve-
nete di Giovanni Bembo, di Girolamo Priuli, di Andrea
Dandolo e del suo continuatore Benintendi de'Ravegnani,
del Navagero e del Caresini; Croniche padovane, trivi -
giane, veronesi, milanesi, cremonesi, bolognesi, ferraresi,
riminesi, ravennati, estensi; Annali siculi e genovesi; le
Vite de' duchi di Venezia di Marin Sanuto (ora riedite
a cura del Monticolo e di cui dirò nella quinta lezione
tra le fonti della storia veneta); le Vite dei principi car-
(1) Carducci. Rerum italicarnm Scriptores di L. A. Muratori
in Nuova Antologia del i.° maggio 1900 e sua prefazione nel
pri.no voi. delle opere muratoriane in corso di ristampa (Lapi,
Città di Castello, 1900).
(2) Il Brevlarum bisloriae romanae di Eutropio con l'aggiunta
dei sei libri di Paolo Diacono intitolato Historia romana e con
l'interpolazione e la continuazione di Landolfo Sagace detta Hi-
storia miscella fu ripub. ora tra le opere muratoriane (Lapi, Città
di Castello, 1900 t. I, parte I, fase. I e II).
16
raresi di Pietro Paolo Vergerio ; Vite di papi e d'altri ec-
celsi personaggi; il Diario romano di Stefano Infessura,
ripubblicato recentemente dal Tommasini con molte note
critiche nella splendida collezione delle Fonti -per la Sto-
ria d'Italia, voi. V (Forzani e C, Roma 1890) ch'esce per
cura del R. istituto storico italiano; la Cronica della guerra
di Chioggia del contemporaneo Chinazzo. E poi leggi lon-
gobardiche, franche, italiche, beneventane; atti dei concili
romani e deliberazioni del Maggior Consiglio di Venezia;
diplomi imperiali ed atti diplomatici di principi, duchi,
comuni ecc.; epistole di pontefici romani, di dogi vene-
ziani, di abati; e perfino carmi, inscrizioni, calendari ecc.
di tempi antichi (1).
Il Muratori « cominciò, primo, dal gittare le fonda-
menta del metodo e dell' investigazione storica nelle An-
tiquitates Italicae, desumendo da carte, da monete, da do-
cumenti giuridici e letterari ogni maniera d'illustrazioni
per la vita italiana del medio evo; dispose poi gli scrit-
tori ( nei 25 grossi volumi dei suoi cI{erum) in un sol
corpo, dalYHistoria miscella (testé citata) e dalle leggi bar-
bariche alle Vite dei 'Pontefici di Vespasiano da Bisticci
e agli scrittori del secolo decimoquinto, corredando la
splendida edizione d' esempi di manoscritti e di monu-
menti artistici incisi con grave dispendio per cura della
benemerita società palatina » — accademia milanese fon-
data nel /718 a fine di pubblicare le monumentali edizioni
(1) Cipolla, Indices chronologicì ad Scriptores Rerum Italica-
rum, Augusta Taurinorum 1885.
— 17 -
del Muratori e del Sigonio, umanista modenese vissuto
nel sec. XVI, cui debbonsi i Fasti consolari, ond' espose
con sana critica prima d'ogni altro la storia di Roma (i);
— compose finalmente gli oAnnali, i quali trovavano il
loro supplemento nella seconda parte delle sue antichità
estensi lasciando così all' Italia un monumento di storia
metodica e sincera non più imitato fra noi (2). « Ma i co-
dici ch'ebbe alle mani non furono sempre i migliori ; né
esisteva scuola in Italia della quale potesse, come d'eser-
cito, valersi a far riscontro di lezioni e trarne varianti (3) ».
Appena può egli ringraziare d' aiuto i milanesi fratelli
Sassi, monaci oblati, il romano Orazio Bianchi, giurecon-
sulto e filologo, il celebre bibliofilo bolognese Filippo Ag-
gelati vissuto lungo tempo col Bianchi nella metropoli
lombarda. Ma i manoscritti, di cui si giova il Muratori,
di rado escon d' altre biblioteche che dall' estense o da
quelle di Lombardia o dei monasteri italiani o di qual-
che illustre privato; di rado tesoreggia i codici della Medi-
fi) Le sue opere, tra cui V Historiar. bononiens., De regno
Italiae, De judiciis Romanorum ecc. furono raccolte dall'Argelati
(Milano, 1732-37, 6 voi. gr. in-folio) e corredate di note del
Muratori, che vi premise la Vita C. Sigonii, del Sassi e d* altri
dotti italiani. Il Sigonio, precorrendo il Muratori, diradò le te-
nebre dell'antichità e instaurando la. diplomatica narrò in latino,
con severità d'indagine, illustrata da una profonda esperienza
filologica, la Storia dell'impero occidentale da Diocleziano in
poi e quella del medio evo dalla discesa dei Longobardi al 1286.
Tiraboschi, Storia della hit. italiana XXI, I, 12.
(2) Crivellucci, Manuale del metodo storico, pag. io.
(3) Ibidem.
— 18 —
ceo-Laurenziana o della Magliabechiana di Firenze (i),
di rado quelli della Vaticana o della Barberina; di radis-
simo attinge alla Biblioteca Reale (ora Nazionale) di Pa-
rigi o alla Cesarea di Vienna (2).
« Del resto, se nella meravigliosa ampiezza e sempli-
cità del suo pensiero, l' illustre Muratori seppe raccogliere
a un tempo e la ponderazione metodica della scuola sto-
rica claustrale, e l'indipendenza della scuola critica del
secolo decimottavo, ei non potè peraltro né antivedere la
dirittura nuova che la storia avrebbe assunto nel secolo
nostro, disgustato d' ogni maniera di preconcetti e nella
analisi e nella sintesi; riè riuscire a strappare immediata-
mente la storia dalla chiostra monastica in cui viveva (3).
S'ebbero ancora con lui e dopo lui scienziati illustri. L'a-
bate Assemani professore di lingue orientali nel Seminano
padovano, il gesuita veneziano Zaccaria e il pur veneziano
Mittarelli, dell' ordine camaldolense, si provarono a dila-
tare il corpo degli Scriptores, ma con risultati inferiori
all' attesa (4). Le memorie veronesi furono illustrate dal
(1) Da Antonio Magliabechi (1633- 1714) celebre bibliografo
fiorentino, bibliotecario di Cosimo III de' Medici granduca di
Toscana.
(2) Crivellucci, Manuale cit., pag. 11.
(3) Tommasini, Scritti di storia e critica, Loescher, Torino
1891, pag. 95. Ricordo che l'editore Lapi sta ora pubblicando
il principio della grande opera muratoriana riveduta, ampliata e
corretta da Giosuè Carducci e da altri.
(4) Tra le loro opere principali sono da citarsi le seguenti :
Assemani, Saggio sull'origine, culto, letteratura e costumi degli
19
Maffei (1675-1755) nell'opera intitolata oMuseum Veronense
ecc. (Verona 1729) che di poco precedette la sua Verona
illustrata (Verona 1732) ; dal prete bergamasco Girolamo
Tiraboschi (1731M794), bibliotecario a Modena, le carte di
Nonantola nel Modenese; dal Fumagalli (con le Antichità
longobardico -milanesi e col Codice diplomatico sant' (am-
brosiano) quelle di Milano. Seguono le QAntichità monzesi
(Milano 1794, 3 voi.) del Frisi; i ^Monumenti ravennati
dei secoli di me^o (Venezia 1801-04, 6 voi.) del Fantuzzi;
il Codice diplomatico toscano (Firenze 1806) del Brunetti
e il Codice diplomatico padovano del Gloria. I documenti
longobardi ebbero illustratori nel Barzocchini, nel Fatte-
schi e più recentemente nel Trova; nel Dozio; nel Finazzi;
nel Roboletti; nell' Odorici, continuatore del Litta per le
famiglie celebri italiane a cui devesi tra le pubblicazioni
di storia bresciana il Nuovo codice diplomatico bresciano
dall' VII! al X secolo; nel Ceruti; nel Baudi di Vesme e
finalmente nel milanese Giulio Porro Lambertenghi (181 1-
1885) che pubblicò i ^Documenti diplomatici tratti dagli
Cerchivi di Stato milanesi (Milano 1864-77). c< Atleti stre-
nui per verità; ma troppo poco atleti e troppi spettatori
ebbe fin qui la storia in Italia (1).
Arabi avanti il pseudo-profeta Maometto, Padova 1787; Zaccaria,
Storia letteraria d'Italia, Modena 1751-57; Mittarelli, Arinales Ca-
maldulenses, Venezia 1755-177 3, 9 voi. e Ad scriptores rerum Ita-
licarum A. Muratorii accessiones historìae Faventinaeì Venezia 1771
in-fol.
(1) Tommasini, op. cit., pag. 96.
- 20 -
Col risorgere dell'Italia a vita nazionale gli studi sto-
rici ebbero nuovo impulso. La Deputazione di storia patria
in Torino, eccitata dal re Carlo Alberto fino dai 1833, si
accinse « a compensare con nuovi e bei fatti il poco favore
che in altri tempi il Muratori lamentava di aver trovato
in quegli Stati (r) ». Ma lo fece con criteri un po' angusti,
limitando la raccolta alle fonti storiche per le province
degli Stati sardi [2). Con intenti più larghi e più razio-
nali il Vieusseux fondava in Firenze nel 1842 YoArchivio
storico, il quale aggiuntosi poi il nome d' italiano provò
egregiamente com'esso ben s'apponesse « a delibar la sto-
ria d'ogni provincia e il suo amore per l'Italia universa (3) ».
Unificatasi l'Italia, quasi che ad un'identica meta doves-
sero fatalmente collegarsi l'anima di Mazzini, la mente di
Cavour, il cuore di Vittorio Emanuele, il braccio di Ga-
ribaldi, sorsero numerose Deputazioni e Società di storia
patria per la pubblicazione di fonti storiche della rispet-
tiva regione ; ma non tutte adottarono quel metodo di
critica che in oggi esige il progresso delle storiche disci-
pline. Abbiamo dunque le Deputazioni della Toscana*
della Romagna, delle Marche (che comprendono le pro-
vince di Ancona, Ascoli Piceno, Macerata e Pesaro-Urbino)
e dell'Umbria (cioè la provincia di Perugia), di Modena,
(1) Bibì. istor. ital. pubblicata dalla Reale Deputazione di
storia patria in Torino, voi. I pag. XIV.
(2) Historiae patriae monumenta edita iussu Regis Karoli Al-
berti, dal 1836 al 1878 (t. XVII).
(3) Tomraasini, ibidem.
Jl
del Veneto, di Parma e Piacenza, delle antiche province e.
della Lombardia (residente in Torino), non che le Società
ligure, lombarda, romana, napoletana, siciliana, umbra e
altre minori. Di più venne fondato nel 1883 l'Instituto sto-
rico italiano, il quale oltre che a coordinare il vario la-
voro delle singole instituzioni congeneri (per cui vi fanno
parte delegati delle Regie Deputazioni e Società di storia,
patria) tende a continuare e a migliorare 1' opera mura-
toriana secondo gli odierni postulati scientifici. Ormai esso
pubblicò tra le fonti per la storia d'Italia e croniche e an-
nali e statuti originali o sui migliori manoscritti come le
Gesta di Federico I in Italia a cura di Ernesto Monaci.;
la Historia Iohannis de Cermenate (cronista lombardo del
sec. XIV) a cura di Luigi Alberto Ferrai; gli Statuti delie,
Società del popolo di Bologna a cura di Augusto Gau-
denzi ; il ^Diario della città di cI{pma di Stefano Infessura
(sec. XV) a cura di Oreste Tommasini, come ho detto
poc' anzi ; le Cronache veneziane antichissime (sec. X-XIJ,
tra cui quella del Sagomino, e i Capitolari delle arti vene-
ziane a cura di Giovanni Monticolo; gli Annales lanuen-
ses Cajfari (sec. XII- XIII) a cura di Tommaso Belgrano;
le Croniche del lucchese Giovanni Sercambi, vissuto dal.
1347 al 1424, a cura di Salvatore Bongi; la Guerra gotica
di Procopio di Cesarea (sec. VI), a cura di Domenico Com-
paretti ; 1' Epistolario di Cola di Rienzo (sec. XIV), il fa-
moso tribuno romano, a cura del Gabrielli ; e finalmente
a cura di Carlo Cipolla i Monumenta Novaliciensia, cioè
dell' antica e celebre abazia di Novalesa in quel di Susa,
intorno a cui, nel secolo XI, fu da un monaco compilata
una cronaca ricca di notizie e preziosa ;per le saghe (l$g-
- 22 —
gende tradizionali) longobardiche da essa unicamente con-
servate (i).
Ma quelli che in tal parte dello scibile spiegano mag-
giore attività e servono di esempio a tutti sono i Tede-
schi con [à pubblicazione dei Monumenta Germaniae hi-
slorica, diventati scuola e modello di critica e di edizioni
storiche. Su questi Monumenta ed a proposito del loro
nuovo ordinamento veggasi la dotta monografia del Mal-
fatti pubblicata nell* (archivio storico italiano, serie III,
t. XXV, 1877, pag. 259 e seg. Intanto basti accennare che
la loro stampa fu diretta prima dal Pertz (1826-1873), poi
dal Waitz (1875 al 1886) e in .ultimo dal Dummler (r888
e seg.). Una compiuta notizia del contenuto dei singoli
volume e un registro alfabetico degli autori, dei luoghi e
delle' persone si contiene nel seguente volume uscito a
Berlino nel 1890: Indices eorum quae monumentorum Ger-
maniae historicorum tomis hucusque editis continentur, re-
datti da O. Holder-Egger e K. Zeumer. In rapporto coi
^Monumenta divisi in Scriptores, Leges, Diplomata, Epi-
stolae, oAntiquitates, secondo che si tratti di croniche tede-
sche ed autori antichi, come ad esempio gli Annali e la
vita di Carlomagno del suo segretario Einardo od Egi-
nardo (Eginhart), la Vita dell'imperatore Enrico IV, le
Geste di Jederico I e di Enrico VI (di lui figlio) scritte
dal viterbese Gottifredo, la Cronaca e le geste di Jede-
(1) Il Ckronìcon Novaliciense è nel t. II dei Rer. Ital. Script.,
nel t. V. dei Mon. Hist, Pafriae e nel t. VII dei 9K.on. Gemi. Histi
23
rico I d'Ottone di Frisinga, la Cronaca sassone ecc. op-
pure di leggi e capitolari, di atti della cancelleria imperiale
qcc.^ si approfondirono gli studi storici universitari. Il
Ranke, che si può dire il padre di tutti i più grandi sto-
rici moderni della Germania, cominciò a insegnare nella
università di Berlino nel 1825, e dalla sua Società storica^
modello degli odierni Seminari, sono usciti la maggior
parte degli uomini che furono dipoi, e qualcuno ancor vi-
vente rimane in oggi, alla testa della cultura storica te-
desca. E si deve sopratutto alle Università se ivi potè for-
marsi « quella tradizione scientifica e quelle abitudini uni-
versali di metodo e di critica, in virtù delle quali senza
accordo prestabilito l'esplorazione dei diversi campi della
storia seguì un andamento regolare e fu facilitato il lavoro
in comune tra professori e scolari d'una medesima Uni-
versità (1). » Ma oltre che i Monumenta, i cui tomi XVIII
e XIX degli « Scriptorum» contengono gli Annales Italiae
dal 500 al 1500, meritano speciale menzione: il Corpus
inscriptionum latinarum del Mommsen (1863 e seS«)> ^e
Kaiserurkunden in QAbbildungen (documenti imperiali
in riproduzione o in figura) pubblicati dal Sybel e dal
Sickel col rispettivo testo e gli Atti delle Diete tedesche
('Deutsche Reichstagsakten) pubblicati dal Weizsacher e
da altri a cominciare dal 1867 ed ora dal Kluckhohn.
Anche l'Austria, dopo il 48, partecipò all'instaurazione
degli studi storici e l'Accademia imperiale di Vienna coi
(1) Monod in Revue historique voi. I pag. 28.
— 24 —
suoi Atti e con Y Archivio de' fonti per la storia austriaca (i)
e T Istituto austriaco per le ricerche storiche flnstitut fiir
osterreichische GeschichtsforschungJ con le sue ZMitthei-
lungen o comunicazioni, forniva l'esempio alle Collezioni
che uscirono in luce di poi.
Per le fonti della storia inglese si hanno invece i
Calendars of state papers (finora più di ioo voi. in 4.0)
estratti o traduzioni di atti degli Archivi di Stato dal 150
al 180 secolo (sotto la direzione del Master of the rolls
o Direttore generale degli Archivi di Stato) e i %erum
'Britannicarum medii aevi scriptores or Chronicles and
memorials of Great lìritain and Ir eland during the middle
age (ormai un centinaio circa di opere). L'indice di questi
Scriptores si trova, oltre che nei volumi più recenti dei
Rerum britannicarum, nel Potthast, Bibliotheca historica
medii aevi, 2a ediz., 1895, p. cxxvn e seg.
Più numerose sono le opere che da circa quattro
secoli si pubblicano in Francia. Basti citare gli QAnnalium
et historiae Francorum ab a. 708-990 (scriptores coetanei
XII, 1588) e le Historiae francorum ab a. 990- 1285 (scriptores
veteres XI, 1596) del Pithou, che videro la luce verso la fine
del secolo XVI ; le Gesta T>ei per Jrancos, ossia gli scrit-
tori delle crociate, che il Bongars pubblicò nel 161 1; le
(1) Fonies rerum austriacarum pub. dalla Commissione storica
dell' I. R. Acc. delle scienze in Vienna. Dipìomataria et acta,
47 band, 1892.
Philosophisch - Historischen classe der kaiserlichen Akade-
mie der Wissenschaften, 140 band, 1899.
— 25 —
Historiae V^Qprmannorum scriptores antiqui e le Historiae
Francorum scriptores coetanei che il Duchesne dava alle .
stampe le une nel 1619, le altre nel 16366 anni seguenti.
Abbiamo poi le Capitiilaria regum Francorum pubblicate
dal Baluzio nel 1677 e la mentovata collezione dei concili
opera del Labbé che, sotto il nome di Sacrosancta Concilia,
comparve in ben diciotto volumi dal 1672 in avanti. Al Ma-
billon, frate benedettino, spetta poi il vanto d' aver creata la
diplomatica, cioè l'arte di conoscere e decifrare i diplomi o
documenti antichi e al quale si debbono appunto i sei libri
intitolati De re diplomatica pubblicati nel 1681, uno dei più
bei monumenti dell'erudizione francese, non che gli Ada
sanctorum ordìnis S. Benedicti editi a Parigi, in 9 volumi,
tra il 1668 e il 1701. Vengono poi, nel seguente secolo XVIII,
il Martène coi suoi Thesaurus novus anecdotorum (1717),
il Bouquet coi suoi rR<erum Gallicarum et Jrancicarum
scriptores o <rRecueil des historiens des Gaules et de la
Jrance (nuova ediz. del Delisle, 1868-1880), il Bre'quigny
con le sue Tables chronologiques des diplómes, chartes,
titres et actes imprimés concernant VHistoire de France,
1769 e seg. Meritano pur menzione i lavori speciali de
V Ecole des chartes, cioè degli antichi diplomi o mano-
scritti, e de r Ecole pratique des hautes études, veri centri
principali della coltura storica di Francia.
L' Ecole nationale des chartes fondata con reale de-
creto i.° giugno 1821 e stabilita a Parigi nel palazzo degli
Archivi nazionali dipende naturalmente dal Ministero del-
l'Istruzione Pubblica (Direzione dell' insegnamento supe-
riore), ma è posta sotto l'autorità immediata d'un direttore
scelto tra i professori e d'un consiglio composto di cinque
— 26 —
membri designati dall'Accademia delle Inscrizioni e Belle
Lettere (che con l'Accademia francese, l'Accademia delle
Scienze, l'Accademia delle Belle Arti e l'Accademia delle
scienze morali e politiche forma, dal 1793, l'Instituto di
Francia), dal direttore della scuola, dall' amministratore
generale della Biblioteca Nazionale e dal Conservatore
generale degli Archivi. Questo Consiglio forma col corpo
dei professori il giurì degli esami e dei concorsi. L'insegna-
mento, eh' è gratuito e pubblico, viene ripartito in tre anni
e comprende pel i.° anno la paleografia, lo studio delle
lingue romanze (cioè francese antico e provenzale che si
parlavano l'uno di là, 1' altro di qua dalla Loira(i), la
bibliografìa e l'ordinamento delle biblioteche ; nel 2° anno
la diplomatica, la storia delle instituzioni politiche, ammi-
nistrative e giudiziarie della Francia, lo studio delle fonti
narrative della storia e l'ordinamento degli archivi; nel
3.0 anno la storia del diritto civile e del diritto canonico,
l'archeologia medievale e la continuazione dello studio
delle fonti storiche. Compiuto il 3.0 anno gli allievi, se
riescono a svolgere bene la loro tesi, ricevono dal mi-
nistro dell' istruzione pubblica il diploma d' archivista-
paleografo e hanno soli il diritto al posto di archivisti ne-
gli archivi dipartimentali e negli archivi nazionali. Ond' è
che gli archivi di Francia, con un personale perfettamente
idoneo, hanno il vanto di essere i meglio ordinati di tutta
(1) Ma. la famiglia di lingue romanze (romanicae) derivata
dal gran tronco latino e quindi odiernamente chiamate neo- la-
tine sono in realtà le seguenti : francese, spagnuola, provenzale,
r.umena, romancia e catalana.
_
l'Europa, quelli nei quali è più facile addentrarsi nelle
ricerche.
L' Ecole pratique des hautes études è più recente per-
chè fu creata con decreto 31 luglio 1868 e comprende (oltre
che le <ezioni di scienze matematiche, fisiche, naturali ed
economiche) anche, una sezione di scienze storiche e filo-
logiche, la quale pubblica appunto ogni anno Y Annuaire
de VEcole pratique des hautes études fsection des sciences
historiques et philologiques).
Ma Y Ecole. des chartes, di cui è un eccellente modello la
Scuola speciale di paleografia istituita nel 1880 presso il
R. Istituto di studi Superiori in Firenze (1), dà naturalmente
un maggior contributo allo sviluppo della coltura storica in
Francia e per facilitare un sì alto fine si è anzi formata un'ap-
posita società (Société de VEcole des chartes) che stampa
una propria rivista intitolata precisamente: ^Bibliothe'que
de V Ecole des chartes.
Il Governo, inoltre, pubblica dal 1835 *a Collection des
documents incdits sur V hìstoire de Jrance divisa in quat-
tro serie diverse: Hìstoire politique, Hìstoire des lettres
et des sciences. Archeologie, Mélanges historiques: circa
un'ottantina di opere, parte delle quali in più volumi in-4.
Chi amasse formarsi un' idea della loro importanza
(1) L'ultimo Regolamento, eh' è del 9 giugno 1896, divide
-così l'insegnamento triennale: i.° paleografia latina, lingue latina,
greca e neolatine, storia moderna e geografia ; 2.0 diplomatica,
diritto e istituzioni medievali, lingue latina e greca, storia mo-
derna, letteratura italiana; 3.0 dottrina archivistica, diritto e isti-
tuzioni medievali, paleografia greca.
-- 28 —
non avrebbe che a consultarne l'indice in Franklin (Le?
sources de l histoire de france, première partie; histoire
generale, inventaires et documents, 1877, voi. I pag. 107 e
seg.); e, per le più recenti, in Lorenz, 'Catalogne general
Àe la librairie francaise depuis J840, 1886, voi. IX pag. 348^
e 1892 voi. XII pag. 243), nel Potthast, Bibliotheca histo-
rica medii aevi (2.a ediz. 1895, pag. LIV e seg.) e nel Mo-
nod, ^Bibliog rapine de V histoire de France: catalogo me-
todico e cronologico delle fonti e delle opere relative alla
storia della Francia dalle origini al 1789 (Parigi 1888),
Quest'ultimo è fatto sul modello di quello pubblicato da
Dahìmann-Waitz, Quellenkunde (Notizie sulle fonti) der
deutsche Geschichte, 6a ediz. 1894,
L' Accademia delle Inscrizioni e Belle Lettere, che
come ho detto or ora fa parte dell' Instituto di Francia ed
ha uno de' suoi membri nèl'Consiglìo de V Ecole nationale
des Charles, continua dal 1816 la stampa del mentovato
/Requeil des historiens des Gaules et de la France, non che
quella de 1' Histoire littéraire de la France, mentre la
Société de V histoire de France va pubblicando craniche,
ricordi, epistole ecc,v come si può vedere negli accennati
indici dei Potthast (p. cix e seg. dell' ediz. cit.)
Si pubblicano inoltre a Parigi la %evue historique,
dal 1876: la <rB<evue des études historiques, dal 1836; la
cl{evue des question historiques, dal 1866; la Revue dKhi-
stoire diplomatique, dal 1887 e la predetta Bibliothéque de
tÈcoìe des chartes, rivista d' erudizione consacrata special-
mente allo studio dei medio-evo (1839 e seg.): disserta-
zioni, recensioni, bibliografie con particolare riguardo
alla paleografia e alla diplomatica.
— 29 —
Quali repertori di fonti e bibliografia generale sono
poi da consigliarsi, pe~r la loro importanza ed utilità, il
Petzholdt, Bibliotheca bibliographica (Lipsia 1866) che con-
tiene i titoli particolareggiati delle opere bibliografiche di
ogni paese in tutti i rami dello scibile; il Vallee, Biblio-
graphie des <Bibliographies1 Parigi, 1883, con un volume
di supplemento pubblicato nel 1887; il mentovato Lorenz,.
Catalogue general de la librairie francaise depuis 1840
(con indice alfabetico delle materie) e Catalogue mensuel
de la librairie francaise dal 1877 ; il Brockhaus, QAllge-
meine rBibliographie, catalogo mensile delle più importanti
pubblicazioni tedesche e straniere, edito, dal 1835, dal-
l'omonima libreria lipsiana.
Ma per l' Italia giovano, oltre alle opere speciali già
indicate, il Fontanini, Biblioteca dell1 eloquenza italiana,
con le annotazioni di Apostolo Zeno (Venezia 1753 in 2
voi., Parma 1803-4 in 2 voi. con note aggiunte); il Gamba,
Serie dei testi di lingua e di altre opere importanti nella
italiana letteratura scritte dal secolo XIV al secolo XIX,
Venezia 1828, con aggiunte 1839 (Indice generale in fine);
la Bibliografia italiana, dal 1868 al 1883 compilata su do-
cumenti comunicati dal Ministero dell'istruzione pubblica;
il Bollettino delle pubblicazioni italiane ricevute per diritto
di stampa dalla 'Biblioteca Nazionale centrale di Firenze,
dal 1886, bisettimanale, con un indice alfabetico annuale;
il Bollettino delle opere moderne straniere acquistate dalle
Biblioteche pubbliche governative del regno d1 Italia, dal
1886, Roma, Forzani (stampato per cura della Biblioteca
Vittorio Emanuele di Roma); la Biblioteca historica ita-
lica del Hoepli (Milano 1895) e / migliori libri italiani
— 30 -
dello stesso Hoepli (Milano 1892), pag. 272 e seg. (Storia
e scienze ausiliarie), pag. 281 e seg. (Storie locale: Pie-
monte, Lombardia, Venezia ecc.) ; il Capasso, Le fonti
della storia delle provincie napoletane dal 568 al 1500 in
Archivio storico per le provincie napoletane, 1876, 1877,
1880; il Cipolla, Jonti edite della storia della regione ve-
neta dalla caduta dell'impero romano alla fine del sec. X
nei Monumenti storici pubblicati dalla R. Deputazione ve-
neta di storia patria (voi. Vili, 1884); la 'Rivista storica
italiana fondata a Torino nel 1884; la 'Rivista storica del
risorgimento italiano ivi fondata l' anno dopo.
E quali repertori di manoscritti debbonsi necessaria-
mente compulsare il Mazzatinti, Inventari dei manoscritti
delle biblioteche d'Italia, Forlì, Bordandini, 1892 (voi. I e II),
voi. Ili- VIII (1893-98); Ottino e Fumagalli, Itibliotheca bi-
bliographica italica, Roma 1889; Mazzoni, Avviamento
allo studio critico della letteratura italiana, Padova, Dru-
cker, 1892; cap. III: Le Biblioteche, pag. 37 e seg. con un
ragguaglio sintetico intorno alle biblioteche italiane di
maggior importanza e pag. 64-72 dove sono indicati i ca-
taloghi a stampa dei codici e dei libri rari italiani che vi
-si conservano « e che sono di citazione frequentissima ».
LEZIONE II.
Documenti e racconti falsi
Adesso veniamo alle scienze sussidiarie. Ogni scienza
in certo modo (e in ciò mostrasi anzi la relazione intima
che sussiste tra i vari rami dello^scibile) ha per sussidio tutte
le altre ; così la storia. Non ve n'è una che non possa gio-
varle ; dalla filosofia, cioè la scienza delle cause prime e
dei fatti dello spirito umano, per il concetto generale della
storia e per il suo fine correlativo, alla chimica, alla
scienza che studia la composizione dei corpi, per chiarirci
sui resti dell' antichità o anche sulla sostanza che servì
ad esprimere per iscritto le parole e i pensieri umani.
Ma alcune si rendono più necessarie delle altre e sono:
la paleografia, ossia la scienza delle scritture antiche ;
la diplomatica per conoscere e decifrare i diplomi anti-
chi (su queste due scienze sussidiarie della storia veggasi
ad es. il «Compendio delle lezioni teorico-pratiche di paleo-
grafia e diplomatica » pubblicato dal prof. Gloria nel 1870);
la sfragistica o sigillografia per la sua connessione con la
diplomatica ; la genealogia insieme con l'araldica per co-
noscere 1' origine, la discendenza e Tarme gentilizia delle
famiglie il cui nome sia o debba essere memorato nella
storia; la cronologia, vale a dire la scienza dei fatti in
ordine al tempo ; la geografia e la statistica ; la filologia
- 32 -
per meglio intendere le fonti della storia antica e me-
dievale, sieno in classico antico o in lingua volgare ; la
numismatica per la cognizione delle medaglie e monete
antiche ; V archeologia o scienza dell' antichità ; la storia
del diritto pei suoi rapporti con la storia politica e final-
mente la sociologia per la conoscenza dei fatti relativi
alla formazione, allo sviluppo e alle funzioni dell' orga-
nismo sociale. Secondo poi i vari uffici dello storico, pos-
sono giovargli 1' una o 1' altra delle scienze sussidiarie
che più si prestano all'uopo: i.° nell'euristica o dottrina
delle fonti gli servono specialmente la paleografia e la fi-
lologia che insegnano a leggerle e a intenderle, l'archeo-
logia, la numismatica, la storia dell' arte e le discipline
che aiutano la conoscenza degli avanzi ; i.° nella critica,
la diplomatica, la sfragistica, la paleografia, la filologia
per provare V autenticità delle fonti, la storia letteraria
per determinarne il valore, la cronologia, la geografia, la
genealogia con l'araldica per coordinarle; 3.0 nella interpre-
tazione delle fonti e per comprendere le condizioni fisiche
e morali dei popoli, la filologia, la geografia, l'antropologia,
l'etnografia, la filosofia e le scienze politiche e sociali; 4.0 per
l'esposizione dei fatti la coltura estetica e letteraria (1).
« Beninteso che lo storico non può procurarsi una co-
noscenza speciale in tutte queste discipline. È questione
di avere quella coltura generale che lo rendano atto a
comprendere le fonti storiche e la vita politica e sociale
dei popoli di cui si occupa, anche secondo la materia e
(1) Crivellucci, Manuale cit., pag. 34.
l'estensione dell'argomento ch'egli tratta (i).» E siccome in
oggi, con le esigenze della critica e coi progressi delle di-
scipline storiche, riuscirebbe malagevole, anche per uno
scrittore provetto, la trattazione di un troppo vasto soggetto*
io consigliere) sempre i giovani che intendono produrre un
lavoro storico a voler seguire l'odierno costume prevalente
negli altri rami dello scibile, come la medicina, l'in-
gegneria ecc. : restringere cioè possibilmente il proprio
campo d'azione ad un dato ed unico argomento. Così
potranno largamente trattarlo da ogni verso senza tras-
curare il più minuto particolare per modo da essere ben
agguerriti, anche da questo lato, contro gli strali della vera
critica, della critica scientifica, che dei giudizi degl' in-
competenti mai non è il caso di tener conto.
E ufficio della critica storica di stabilire la verità dei
fatti attinti dalle fonti : decidere, in somma, se e fino a che
punto sieno da ritenersi come veri o come falsi, come
realmente avvenuti o no. Ciò si fa sempre, affermando o
negando sotto forma di un giudizio, sia sui rapporti delle
fonti, sia dei fatti tra essi. La metodica insegna precisa-
mente i principii, le regole, l' arte onde si adempie a
quest' ufficio. Tutto si riduce al raffronto di ciò che sot-
toponiamo al vaglio della critica con altri dati di cui
siamo sicuri; all'esame, in una parola, dell' incerto col
certo. E si deve alla critica veramente metodica o scien-
tifica se la storia è diventata una vera e propria scienza,
perchè soltanto il metodo scientifico ha reso possibile l'ac-
(i) Ibidem, pag. 35.
34
certamente» dei fatti storici, lo sceverare cioè il vero dal
falso, la storia dalla leggenda. Bisogna però distinguere
la critica eh' esamina se una data fonte sia da consi-
derare o no, e fino a che punto, come testimonianza
storica, come vera e propria fonte storica (critica che chia-
masi estrinseca) e quella ch; esamina i rapporti delle te-
stimonianze coi fatti, cioè se le testimonianze corrispon-
dano, e fino a che punto, alla realtà (critica intrinseca):
esame formale della fonte in se e intimo rapporto di essa
coi fatti (i).
La prima, cioè la critica estrinseca, ha dunque per
ufficio: i.° di provare l'autenticità delle fonti ; 2° di sta-
bilire quando, dove, da chi e per che modo (se originali
o derivate) furono prodotte; 3.0 di stabilire il loro testo
originale (recensione) e di pubblicarle (edizione).
Per ogni fonte si può domandare : è dessa veramente
ciò che secondo il nostro o secondo il comune parere si
crede? La qual domanda può essere considerata sotto due
aspetti diversi, 1' uno obiettivo, 1' altro subiettivo e risol-
versi in queste altre due: i.° La tal fonte è veramente ciò
che mostra di essere? 2.0 La tal fonte è veramente ciò che
finora s'è creduto? La domanda può riferirsi anche a una
parte di una fonte. La risposta negativa nel primo caso im-
plica falsificazione, nel secondo errore. La metodica dà re-
gole per constatare l'una e l'altro, e criterii per distinguere
ciò ch'è genuino da ciò che non lo è (2). Una fonte può
a
(1) Ibidem, pag. 72.
(2) Pag. 73 (ivi).
35 -
lunque essere falsa, cioè inventata di pianta ; apocrifa,
eh' è quanto dire attribuita falsamente o indebitamente
a un autore; adulterata, ossia alterata per inganno in
tutto od in parte. Il motivo che induce più spesso ad al-
terare la verità storica può essere Y ambizione, il falso
patriotismo, lo spirito di parte, i' odio, l' invidia, la mal-
vagità, lo scherno ecc.
Una curiosa categoria di falsificazioni offrono certi
documenti del medio evo. « Preti e frati, vescovi e abati,
per assicurare e per stabilire i diritti o privilegi delle loro
chiese, dei loro conventi, o per far credere antica l'origine
loro, hanno falsificato numerosissimi documenti, e spesso
non alcuni isolati ma serie intere e numerose di docu-
menti posti in relazione l'uno con l'altro. Anche nelle alte
sfere del diritto e della politica dello Stato e della Chiesa
troviamo numerose falsificazioni eseguite coli' intento di
fondare e di sostenere le pretese delle varie parti. Vi sono
certe pubblicazioni fatte^ per servire a un determinato
scopo, in cui i documenti, scelti fra tanti altri numerosi
a quel fine, sebbene non falsi, pure staccati dagli altri
servono a dimostrare il contrario della verità o a celare
piuttosto che a far conoscere la realtà vera delle cose,
come quelli del libro verde (cioè la raccolta dei docu-
menti diplomatici) pubblicati da ministri « (i). Esempi di
falsificazioni e regole per scoprirle si trovano in Toustin
e Tassiti, Nouveau tratte de diplomatique, parte vi, libri
7 e 8; in Sickel, Ada regum et ìmperatorum Carolino -
rum, parte i, § g-f2; nel Wattenbach, Das Schriftwe-
(i) Crivellucci, Manuale cit., pag. 75.
36
sen (la scrittura) im éMittelalter, sez. 4, 6 pag. 232 e seg.
187 1, 2. ed. 1875 e nel Bresslau, Handbuch der Urkunden-
lehre (Manuale di diplomatica) fììrcDeutschland und Italieny
pubblicato nel 1889. Nei Regesta pontìficum romanorum
del Jaffè i documenti falsi sono indicati in fine ; nella
nuova edizione invece fatta sotto gli auspici del Watten-
bach e nella continuazione del Potthast sono frammisti
agli autentici e distinti con una croce.
Fra le più notevoli falsificazioni meritano di essere
ricordate quelle intorno alle famose donazioni di Costan-
tino (con cui egli avrebbe ceduto alla santa sede lo stato
romano) e di Pipino. La prima fu chiarita falsa fino dal
secolo XV (1), la seconda ebbe pur contradditori nei secoli
passati, ma solo da poco in qua si è potuto stabilire in
modo certo la sua inesistenza, come ha provato anche da
ultimo il compianto prof. Pinton, docente di storia mo-
derna in quest'Università, nel suo dotto lavoro intitolato r
Le donazioni barbariche ai papi (Roma, Ci velli, 1890I
Quest'ultimo atto di donazione che si legge nel Muratori
(Rer. Ital. Script. IN, 171) e che fu riprodotto dal Theiner,
nel suo Codex diplomaticas domimi temporalis S. Sedis
edito dalla stamperia del Vaticano nel 1861, con le suc-
cessive conferme, è senza data e manca, secondo la cri-
tica storica, di qualsiasi verisimiglianza. Per es. dallo stesso
(1) Fu primo l'umanista e latinista Valla (cioè Lorenzo
Della Valle, vissuto dal 1405 al 1457), critico acuto e precur-
sore dei moderni studi filologici, che impugnò, in un opuscolo,
la donazione costantiniana. Turri, Di%. st. della leti, ital, p. 376.
iber Pontificalis [Duchesne, Paris, 1886- 1892) risulta che
ancora nel nono secolo, cioè dopo la morte di Carloma-
gno avvenuta nell' 814, Roma e Ravenna non dipende-
vano dal papa ma dall'Imperatore franco. Il vero docu-
mento che conteneva la donazione cui allude la lettera
del pontefice Stefano li al re Pipino {Codice Carolino,
lett. VI. ed. Cenni) andò perduto (Muratori, Annali d'Ita-
lia, an. 755) e ne fu sostituito un altro nel IX o nel X
secolo, dove non più si accennano ai soli beni patrimo-
niali che possedeva la santa sede prima dell' invasione
romana di Astolfo, re dei Longobardi, e che ad essa fu-
rono restituiti per merito di Pipino, ma bensì anche ad
un vasto territorio già soggetto alla greca signoria, come
ad esempio l'esarcato di Ravenna da lui promesso al papa
in caso di vittoria contro il longobardico invasore. Scioltasi
poi da ogni dipendenza dall'impero d'Oriente (alla cui su-
premazia seppe un po' alla volta sottrarsi pure Venezia)
Roma, costituitasi a repubblica sotto il protettorato dei
papi, si divincolò successivamente anche dall'imperio dei
Franchi col declino della potenza carolingia. Fu allora
che i pontefici diedero valida forma al loro dominio tem-
porale, costituito, oltre che dai predetti beni patrimoniali,
dalla Romagna (già esarcato di Ravenna) comprendente
le odierne province di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna;
dalla Pentapoli, cioè Rimini, Pesaro, Sinigaglia, Fano ed
Ancona ; dalla cessione a Leone IX del ducato di Bene-
vento fattagli da Enrico III di Germania; dalla donazione
della contessa Matilde di Toscana del 1077 rinnovata il
18 novembre 1102 comprendente Viterbo, Civitavecchia ecc.
e finalmente dal possesso di Roma e del suo territorio con-
— 38 —
fermato a Giovanni XII da Ottone di Sassonia, primo impe-
ratore romano-germanico, col diploma del 13 febb. 962 inti-
tolato appunto: «Privilegium Ottoni imperatoris de rega-
libusB. Petro concessis» (Theiner, p. 4). In ogni modo que-
sta dei papi fu politica veramente italiana, che in quei tempi
altro mezzo non c'era per liberarsi dal giogo straniero.
Un altro documento in tutto e per tutto falsificato è
quello relativo agli statuti dell' Inquisizione di Stato in
Venezia. Il Botta nella sua Storia d'Italia (voi. IV pag. 88
dell'edizione di Torino 1852), il Romanin nella sua Storia
documentata di 'Venezia (vi, 68 e seg.) ed altri storici autore-
voli hanno vittoriosamente ribattute le fandonie raccontate
dal Daru sugi' Inquisitori di Stato e sui loro pretesi sta-
tuti originali ch'egli avrebbe scoperti nella Biblioteca del
re, oggi nazionale, di Parigi. Difatti essi figurano anche
nell'Indice dei manoscritti italiani delle biblioteche di Fran-
cia stampato per cura del Mazzatinti dal nostro Ministero
dell' Istruzione Pubblica (Roma, 1886, voi. I, pag. 131 ai
nn. 792-793). Ma, a provare 1' apocrifità di questi Statuti,
basti rammentare eh' essi portano la data del 23 giugno
1454, cioè d'un secolo circa prima che fossero istituiti gli
Inquisitoli sopra i secreti 0 sopra i propalatori dei secreti,
così nomati sino alla fine del secolo XVI e soltanto dopo
chiamati Inquisitori di Stato. Di più, vi si citano varie leggi
non mai promulgate e quindi inesistenti, sia nei registri
del Maggior Consiglio ove pubblicavansi le sentenze de-
gli stessi Inquisitori che in quelli del Consiglio dei X, dal
quale essi derivavano e dipendevano immediatamente; vi
si accenna al magistrato sopra i monasteri, mentre che
questo venne creato nel secolo seguente, cioè nel 1521, con
.t',;-V < ■"■■.■ '" ■=■'■
òy
l'incarico di vigilarne la disciplina e nel 1533 con facoltà
d'inquisizione sui mal costume (reg. XLIV del Cons. X
Misti e. 57* e 124). A tutto questo conviene aggiungere
che l'instìtuto degl'Inquisitori di Stato fu la pietra ango-
lare su cui poggiò in gran parte 1' edifizio delle accuse
mosse dal Bonaparte alla repubblica di Venezia per one-
stare il suo proposito di combatterla e distruggerla. Non
fa dunque meraviglia se il Daru, che occupava un 'alta
posizione alla corte napoleonica, abbia inventato un ti-
tolo che anche per mie speciali ricerche fatte alla Biblio-
teca nazionale di Parigi non esiste né sopra il mano-
scritto allegato da esso come appartenente alla raccolta
imperiale, né sopra la copia del secolo XVIII che proviene
dalla libreria del cardinale arcivescovo di Reims. Il ma-
noscritto porta dunque il seguente titolo : « Opinione di
fra Paolo Servita in qual modo debba governarsi la Re-
pubblica Veneziana per haver perpetuo dominio » ma se-
condo il Cicogna (Inscr. ven. HI, 50) invece che del Sarpi
è di un bastardo di casa Canal.
Ho voluto citarvi questi esempi di falsificazione an-
che per darvi un'idea, per quanto vaga, incompleta e fu-
gace, degli argomenti che conviene opporre per dimostrare
1' apocrifità di un documento. Sulla letteratura relativa a
un tal genere di falsificazioni, si consulti il Bernheim, Lehr-
buch der historischen methode, p. 257. Ma bisogna saper di-
stinguere falsificazione da errore, specialmente nella tradi-
zione orale.
Fra le leggende più caratteristiche (v. pag. 8 n. 1) è
da notare la gran raccolta di vite di santi (ordinata nella
serie dei giorni del calendario) intitolata Historia lom-
— 40 —
bardica seu Legenda sanctorum composta dal monaco
domenicano Iacopo da Varazze (presso Savona) arcivescovo
di Genova e che i contemporanei ammirati chiamarono
Leggenda aurea. Questo primo leggendista latino, che
morì nel 1298 in età di 96 anni, fu sopranomato Vora-
gine dal suo luogo d'origine detto pure Varazio, Varagia
o Varagine e anche perchè gli uni lo qualificavano come
un abisso o voragine di scienza, gli altri come un abisso
di errori. In ogni modo la fama della sua opera giunse
a tale che nessun' altra (tranne la Bibbia) fu più diffusa
e ristampata nei secoli XV e XVI. Ma quando la critica
sfrondò tutto il tessuto delle invenzioni, X aurea leggenda,
curiosa anche per questo che ci mostra nell'autore uno
spirito riflessivo, il quale talora — come a proposito di
sant'Elena — dubita di ciò che racconta (1), cessò affatto dal-
l'essere ammirata. Persino iBollandisti, cioè i dotti gesuiti
d'Anversa che sotto la direzione precipua del padre Bolland
compilarono la raccolta degli dActa Sanctorum o Vite dei
santi (1643-1694) fanno osservare il ridicolo delle etimologie
ch'essa fornisce dei nomi di santi come Silvestro da sile (lu-
ce) e terra, Antonio da ana (di sopra) e tenens (che tiene) ecc.
Una leggenda autentica è propriamente un racconto
fondato su qualche fatto storico o sul ricordo di un fatto
storico, con aggiunte fantastiche e modificazioni dovute
al corso del tempo. Se noi accettiamo senza critica tali
leggende come fatti storici, commettiamo da parte nostra
un errore, non certo una falsificazione. Così commet-
(1) Cfr. Bartoli, Storia della hit. Hai. voi. I p. 107 e seg. ;
per la Leggenda aurea v. l'ediz. del Brunet, Parigi, 1843.
- 41 —
* Tiamo errore da parte nostra se noi prendiamo per leg-
gende i cosidetti miti, ossia queir invenzione mitologica
che nasconde dentro di sé qualche verità, insegnamento o
dottrina. Per esempio la leggenda di Ercole con le dodici
fatiche impostegli da Euristeo re di Micene (i) non è che
una serie di miti perchè gli vengono attribuite, come il più
alto ideale dell'eroismo greco, azioni maravigliose le quali
(i) Le famose dodici fatiche di Ercole sono le seguenti : la
lott2 col leone Nemeo cacciato da Ercole nella sua caverna e
strangolato; il combattimento con l'Idra, il mostruoso serpente
di cui tagliò le numerose teste mortali e schiacciò l'unica testa
immortale sotto un enorme macigno ; la fruttuosa caccia al
cinghiale d'Erimanto, alla cerva Cerinitica (dopo un anno d'in-
seguimento) dalle corna d'oro e dai piedi di bronzo, non che
agli uccelli malefici del lago Stinfalio in Arcadia e al furioso
toro di Creta, che portò vivo in Micene ; la presa del cinto di
Ippolita, regina delle Amazzoni (favoloso popolo di donne in
un sito presso al Mar Nero), portato ad Admete, figlia di Eu-
risteo; la nettatura in un giorno (con le acque di due fiumi
fattevi appositamente passare) delle immense stalle del re Augia
di Elide nel Peloponneso, non pulite da un trentennio; la presa
dei cavalli del crudelissimo Diomede, re dei Bistoni nella Tra-
cia, da lui nutriti con carne umana; la presa dei buoi del mo-
stro Gerione nell'isola Eritea posta nell'Oceano; la spedizione,
pur nell'estremo occidente, onde cogliere tre delle mele d'oro
custodite dalle quattro ninfe Esperidi (figlie di Atlante), che Gea
aveva regalate a Giunone nel dì delle sue nozze con Giove, il
più potente dio della mitologia ellenica, il signore del cielo, il
padre e il re degli dei e degli uomini: la discesa all'inferno a
prendere il Cerbero, cioè il terribile cane di tre o più teste che
ne custodiva l'ingresso, per portarlo su nel mondo e mostrarlo
ad Euristeo.
- 42 —
sono state certamente eseguite in diversi tempi, in altro
modo e da vari personaggi. Ma per lo più i miti o sono
favole eroiche o sono fatti trasfigurati a servigio di una
religione o di un' idea qual si sia. Tuttavolta possiamo
distinguere una leggenda vera da una falsa: questa non
ha per fondamento alcun fatto o rapporto storico, alcun
ricordo di fatti o rapporti storici, quantunque si spacci
per tradizione storica. Sono numerosi gli esempi di con-
sapevoli invenzioni o derivazioni di leggende, nate da
vanità di famiglia, da borie atavistiche, da malinteso pa-
triotismo locale, ciò che volgarmente si chiama spirito di
campanile, da falsa religiosità, specialmente a proposito
delle origini di città, stati, dinastie regnanti, chiese, con-
venti ecc. per farne risalire il cominciamento a tempi più
remoti, a personaggi gloriosi. Per esempio si è formulata la
famosa leggenda di Romolo e Remo, i due gemelli nati
da Rea Silvia e da Marte, buttati nel Tevere dallo zio
Amulio, che aveva usurpato al fratello Numitore il trono
d'Alba, e salvati da una lupa che li allattò. Poi un pa-
store per nome Faustolo li raccolse e li portò alla moglie
Laurenzia, che li allevò. Cresciuti e forti, assalirono
Amulio e lo detronizzarono, rimettendo Numitore sul
trono e fondarono col suo consenso una città dov'erano
stati esposti. Ma come si è potuto assegnare la fondazione
di Roma alla data del 753 avanti Cristo? Perchè si cre-
deva di poterla fissare ad un' epoca relativamente vicina
all'era cristiana ed invece, secondo la più fondata verisi-
miglializa, la città è di un'antichità ben più remota. Que-
sta opinione non ha solo in suo favore un certo numero
di vecchie tradizioni, perchè anche le scoperte di oggetti
- 43 -
preistorici rimontanti all' età della pietra (in quel primo
periodo cioè nella storia dell'umanità in cui l'uomo igno-
rando l'uso dei metalli adoperava soltanto strumenti di
pietra) eseguitesi recentemente nel Lazio fanno credere
che l'origine di Roma risalga a ben più indietro, vale a
dire a tempo sì lontano eh' è impossibile determinarlo
nemmeno in via approssimativa (i). E fra le città del La-
zio antico c'era pur Roma, forse allora colonia di Alba,.
poi indipendente e libera come dimostra lo storico Dio-
nisio d'Alicarnasso nelle sue Antichità romane, che ripro-
duce il patto di Roma con le trenta città latine, per cui,
circa cinque secoli avanti Cristo, promettevasi pace per-
petua fra le due parti e mutua assistenza ove 1' una o
l'altra fosse assalita da nemici (2).
Un' altra fantastica leggenda è quella che riguarda
l'origine di Padova e peggio ancora il nome di Pata-
vium che vuoisi provenga (fra le tante supposte deriva-
zioni) da una parola greca significante volare, perchè Pa-
dova sarebbe stata fabbricata dopo essersi presi gli auspi-
cii- vale a dire ab avium volatu (3). Ma che dire di quel-
(1) Dalla fine del periodo quaternario, cioè dalia formazione
dell' ultimo gruppo dei terreni moderni stratificati, per cui sa-
rebbero occorsi non gl'iperbolici duemila secoli ma dieci o do-
dicimille anni, secondo le ultime ricerche geologiche, si calcola.
di 6400 anni l'età della pietra e di 3800 quella del bronzo.
(2) Bertolini, Storia d'Italia dalle origini al 59^, pag. 126.
(3) Altri vogliono che Padova derivi dall'etrusco Patti (come
Ravenna da Rave 0 Raveuì Adria da Hairi ecc.) per la sua vicinanza^.
in ilio tempore, con un ramo del Po chiamato Padut Padum o
Patum. Filiasi, Memorie de"1 Veneti primi e secondi, t. I p. 228 -229..
44
1' ipotetico Antenore, principe troiano, che fuggito da
Troia incendiata dai Greci, avrebbe fondata Padova do-
dici secoli circa avanti Cristo ? E la burletta di quel po-
vero Lovato, giurisperito ed uomo di lettere, che fece
credere essere i resti d'Antenore lo scheletro d'un soldato
disotterrato nel 1274 presso l'ospedale detto la Ca'di Dio
e ch'era forse invece un Unghero dei 900? Ma gli Anziani
ed il Consiglio della città, seguendo l'infelice e goffa idea
del Lovato, a quello scheletro decretarono monumentale
sepolcro accanto alla chiesa di s. Lorenzo e precisamente
nello stesso sito in cui si trova al presente.
Anche per quanto riguarda Venezia la critica storica
giustamente relegò fra i miti i consoli padovani mandati
nel 421 a fondare la nuova città. In effetto, secondo il fa-
moso documento patavino che si trova nel codice XXIV
{Liber Partium Consilii) di questo Museo Civico, si fa ri-
salirne la fondazione al 25 marzo di quell'anno, forse per-
chè la chiesa di s. Giacomo di Rialto, nucleo della nuova
città, sarebbe stata consacrata nel detto anno dai Pado-
vani, che nelle isole della laguna avevano la loro stazione
navale e commerciale. Ma questo tempio non fu certo il
primo che si costruisse in Venezia e nulla si può nem-
meno affermare sull'anno preciso della sua fondazione. E
invece da credere che quel preteso documento sia- stato
scritto molto tempo dopo sulla base di antiche tradizioni
-e fors'anco su qualche memoria relativa alla erezione di
quella od altra chiesa per opera dei Padovani, ma confon-
dendo nomi, data e luogo.
E poiché parliamo di Venezia, qui viene a proposito
il leggendario rapimento delle donzelle che una tradizione
— 45 -
affatto inverosimile collega con una clamorosa vittoria
dei Veneziani sui pirati dell'Istria o sugli Slavi di Na-
renta. Era uso in antico che nell'ultimo giorno di gen-
naio, dedicato alla traslazione di s. Marco, si raccoglies-
sero le zitelle destinate a marito nella cattedrale di s. Pie-
tro di Castello per celebrare solennemente il loro matri-
monio. Ognuna di esse portava seco una cassetta od ar-
cella contenente la dote ed un piccolo corredo. Ora vor-
rebbe la leggenda che in uno od altro anno della prima
metà del secolo X i pirati, appiattatisi la notte precedente
alla cerimonia in prossimità di quella chiesa, sbucassero
pian piano dalle loro barche non appena entrate le spose
nella cattedrale e poi vi penetrassero anch'essi con le armi
in mano per rapirle e condurle a viva forza fuori del
porto. Di questo fatto così straordinario non parlano né
il Sagomino, cioè il diacono Giovanni cappellano del doge
Pietro Orseolo II che visse in quel secolo medesimo e che
è il più antico dei cronisti veneziani conosciuti, né il doge
Andrea Dandolo, che, sebbene vissuto nella seconda metà
del sècolo XIV, narrò le antiche geste dei Veneziani con
molta veridicità, avendo potuto valersi, oltre che dei do-
cumenti ufficiali, delle croniche più autorevoli e degne di
fede.
Uno degli annalisti, cui si dovrebbe prestare mag-
giore credibilità è Lorenzo de Monacis che visse tra il
1375 e il 1429, ma il pregio principale del suo Chronicon
è soltanto nel racconto delle cose che riguardano il regno
di Candia acquistato dai Veneziani nel 1204 e di cui egli
fu Gran Cancelliere. Tranne dunque la parte che tratta
di quel dominio oltremarino, il resto non dimostra che
- 46 -
confusione nell'ordine dei tempi e trascuratezza nella
scelta delle fonti. Inoltre il De Monacis, che fa risalire il
ratto delle donzelle al tempo del doge Pietro Partecipazio,
cioè tra la ducea dei due Candiano (II e III) narra che i
rapitori, secondo lui triestini, venuti a Venezia con due
sole galee, menarono seco dalla cattedrale anche il vescovo
-ed il clero (Chronicon de rebus venetis, 1758, pag. 13). In
conclusione queste due galee sarebbero penetrate di not-
tetempo fino all'isola di s. Pietro, presso agli odierni Giar-
dini Pubblici, senza che alcuno se ne avvedesse nem-
meno al seguente mattino! E poi quei pirati avrebbero
potuto compiere la loro arditissima impresa quasi fossero
stati in parecchie centinaia, perché trattandosi d'una ce-
rimonia così solenne ed attraente come lo sposalizio di
tutte le maritande dell'episcopale giurisdizione di Castello,
secondo una consuetudine ch'era allora in vigore da per
tutto, dovrebb' essersi trovata presente nella Cattedrale e
nelle sue vicinanze una tale moltitudine di gente da po-
ter impedire qualsiasi colpo di mano.
Ma come dunque si formò una tale leggenda? Un
fondamento deve pur esserci stato ed è questo appunto
che la critica storica ha l'ufficio di scoprire. Ecco perchè
in oggi non si presta più gran fede al racconto tal quale
ci fu tramandato da posteriori cronisti che alla popolare
leggenda avranno fors'anco aggiunte le solite frange, e si
viene invece alla più verisimile induzione che le feste
mariane, ossia delle dodici Marie accompagnanti il Doge,
il dì della Purificazione della Vergine (2 febbraio), nella
sua visita commemorativa a s. Maria Formosa, s' insti-
tuissero perchè in quel medesimo giorno fu vinto ed uc-
ciso dai Veneziani un tal Gaiolo, infestissimo pirata istriano
che spesso dalle isole (sii cui poi sorse Venezia) uomini
e donne rapiva in schiavitù, come si trae dai cenni del
-cronista Marco sulle geste del pirata Gaiolo pubblicati
nell'Archivio storico italiano (serie I, t. Vili, T845, P« 2^5
e a pag. 742 l'annotazione n. 298 di Angelo Zon alla cro-
naca di Martino da Canale). E pur verisimile che il
Gaiolo, od altro terribile corsaro, sia stato cólto dai Vene-
ziani, in uno di questi casi, nell'estuario di Caorle e pre-
cisamente in un luogo che da tal fatto (in cui forse trat-
tavasi di qualche barca con entro coppie di sposi reduci
dalla nuziale funzione) chiamossi Porto delle donzelle.
Un' altra leggenda riguarda il 'Ponte dei sospiri, che
unisce le prigioni di s. Marco col palazzo ducale. Esso fu
così chiamato (in gergo carcerario, consacrato poi dall'uso)
non perchè realmente gemessero i prigionieri nel transi-
tarlo per recarsi all' interrogatorio ma pel naturale turba-
mento che in essi appariva quando i secondini dovevano
condurli dinanzi ai giudici per essere esaminati.
E i tre stendardi di s. Marco rappresentano ve-
ramente Cipro, Candia e Morea ? Niente di più errata
che una simile leggenda. Il primo stendardo, eh' è quello
di mezzo, fu posto nel 1501 in sostituzione dell' an-
tico , l' unico eh' esistesse sino al secolo decimoquarto.
Più tardi, cioè dopo che Venezia divenne, col possesso
del Padovano , del Vicentino, del Veronese ecc. , an-
che potenza terrestre, furono aggiunte le due antenne
laterali (1), che nel 1505 vennero cambiate coi rispettivi
(1) Queste si veggono dipinte nel famoso quadro di Gerì-
— 48 —
piedestalli per fiancheggiare degnamente lo stendardo
di mezzo, sai cui pilo Alessandro Leopardo scolpì in ri-
lievo Astrea, la dea della giustizia, simbolo civile di Ve-
nezia, come s. Marco n' era 1' emblema politico. Gli altri
due pili rappresentano nelle rispettive figure in rilievo,,
l'uno i prodotti della terra, l'altro il dio del mare. Dun-
que i tre stendardi simboleggiano Venezia dominante da
un lato il mare, dall'altro la terraferma. È solo nei bas-
sirilievi della sansoviniana Loggetta a pie del Campanile
che sono scolpiti i simboli di Venezia, di Candia e di Ci-
pro : il che diede forse origine all'erronea tradizione dei
tre regni di Cipro, Candia e éMorea (il quale ultimo, del
resto, non pervenne alla Repubblica che sulla fine del se-
colo decimosettimo) rappresentati fantasticamente dai tre
stendardi, i cui pili vennero costruiti due secoli prima
che la Morea passasse in dominio del leone di s. Marco.
E la leggenda di Otello? Avendo il Brown (i) rica-
vato dai Diari del Sanuto che Cristoforo Moro fu luogo-
tenente in Cipro, pensò che questi potesse essere il pro-
tagonista dell'Otello, ossia del oMoro di Venezia, tragedia
del celebre Shakspeare tratta da una novella (gli Ecato-
miti, Venezia, Scotto, 156Ó, pag. 317) del ferrarese G. B.
Giraldi Cintio (deca HI, novella 7) ch'è la seguente: « Un
tile Bellini del 1496, raffigurante la processione del Corpus Do-
mìni in Piazza S. xMarco e che si ammira nelle R. Gallerie di
Venezia.
(1) Ragguagli sulla vita e sulle opere di Marino Sanuto, Ve-
nezia 1837, voi. I, pag. 226 e seg.
— 49 —
capitano iMoro piglia per mogliera una cittadina Vene-
tiana, un suo Alfieri L'accusa di adulterio al Marito ; cerca
che l'Alfieri uccida colui, ch'egli credea l'Adultero; il Ca-
pita no. uccide la Moglie, è accusato dall'Alfieri, non con-
fessa il Moro, ma essendoci chiari inditi], è bandito ; Et
lo scellerato Alfieri, credendo nuocere ad altri procaccia a
sé la morte miseramente ». Il Brown così credette perchè
l'ultima delle quattro mogli di Cristoforo Moro, figlia del
patrizio Donato Da Lezze, era detta cDimonio bianco ; e
Ttesdemona è nel Giraldi e nello Shakspeare la moglie
di Otello. lyia siccome la soluzione tragica, per quanto
riguarda il Moro e la Da Lezze, non è punto simile al
vero, il Molmenti suppone che la fine di una gentildonna
Cappello (uccisa da suo marito, ch'era di casa Sanudo,
come si trae da una lettera i.° giugno 1602 del vescovo
Domenico Bollani a Vincenzo Dandolo) possa aver in-
spirato allo Shakspeare quella di Desdemona {^Vecchie sto-
rie, Venezia, Ongania, 1882, pag. 77 : // iMoro di Venezia,
pag. 69).
E poi strano che la casa Torresini, in campo dei Car-
mini al n. a. 2615, che sorge sulle rovine dell'antico pa-
lazzo Goro o Guoro, sia conosciuta sotto il nome del
Moro detto l'Otello, mentre il Moro abitava invece nella
contrada di s. Giovanni Decollato [s. Zan rDegolà) ora
aggregata alla parrocchia di s. Giacomo dall' Orio : onde
si deve inferire che il volgo confondendo il cognome Goro
con Moro, stante la storia di Otello conghietturata dal
Brown, abbia, dopo il 1837, creduta esser quella la casa
di Otello. Secondo la leggenda nel palazzo Contarini Fa-
san a s. Moisè (campiello Contarini al n. a. 2307 sul Ca-
4
— 50-
nal Grande) sarebbe stata piuttosto 1' abitazione di Des-
demona, innamoratasi del Moro dietro il racconto delle
sue sventure e ch'essa avrebbe lasciata « per seguire la fa-
tale idea d'amore che la traeva a perire, calunniata e in-
nocente, in mezzo ai mari lontani » (Molmenti e Manto-
vani, Calli e Canali in Venezia, Ongania. 1893, pag. 32).
Ma giusta le ultime ricerche di Cesare Augusto Levi
(Z/ Adriatico del i.° aprile 1898) 1' autenticazione dei per-
sonaggi della leggenda d'Otello sarebbe lampante: Des-
demona apparteneva ad insigne famiglia veneziana e si
chiamava Palma...,. Però il Molmenti riafferma (Gaietta
di "Venezia del 20 maggio 1898) che soltanto la novella
italiana del Giraldi offerse il primo germe della sublime
tragedia shaksperiana (1).
Ma spesso è innocente gioco di fantasia che crea false
leggende, come le numerose leggende paesane che nascono
nella fantasia degli abitanti di un luogo per spiegare cose
e fatti locali : una vecchia torre come quella delle Milizie
eh' ergesi nel convento romano di s. Caterina da Siena,
presso il Quirinale, e che ordinariamente chiamasi torre
di Nerone perchè si pretende che da là il crudele impe-
ratore contemplasse l'incendio di Roma, a lui, giusta-
mente o no, attribuito ; un monte o un colle di strana
forma, una statua, una lapide con inscrizione inintelligi-
(1) La leggenda d'Otello fornì anche soggetto a due cele-
brate composizioni musicali, rappresentate per la prima volta
negli anni 1816 e 1887: l'una del Rossini nel teatro del Fondo
in Napoli e l'altra del Verdi nel teatro della Scala in Milano.
— 51 —
bile, una tomba come quella d'Antenore, teste accennata,
o di santi, sante o profeti, come le reliquie del profeta
Jona che si venerano nella chiesa veneziana di s. Apolli-
nare, non si sa da chi e in qual modo portate dall'Assiria,
dove quest' inspirato di Dio visse e morì otto secoli avanti
Cristo ; e poi nomi inesplicabili di strade, di luoghi, di
persone, antichi usi e instituzioni che si cerca di spiegare
alla meglio, sia inventando liberamente, sia appoggiandosi
a fatti e personaggi storici senza ch'esisti relazione alcuna
Tra questi e quelli. Esempio: la papessa Giovanna, donna
che secondo una leggenda senza fondamento si sarebbe
impadronita del papato nell'855, e precisamente tra il pon-,
tificato di Leone IX e quello di Benedetto IH. La singo-
lare e incredibile leggenda provenne da un indice falso
nel fine del settimo libro d'Ottone di Frisinga, storico del
Barbarossa e quindi vissuto nel secolo duodecimo, mentre
il bibliotecario apostolico Anastasio, contemporaneo di
quei due pontefici e che ne scrisse la vita (Liber T'onti-
Jìcalis) non solo non fa alcuna menzione di questa Gio-
vanna, che alcuni fanno di Magonza, altri anglica od ate-
niese, ma dice chiaramente che dopo la morte di Leone IV
tutto il clero romano, i principali della città e il popolo
si radunarono insieme eleggendo in sua vece, per comune
consentimento, il virtuoso Benedetto (0. Così altri bio-
grafi, storici o cronisti di quel tempo; così nelle liste dei
papi esistenti nella libreria vaticana. Ottone di Frisinga
(1) Platina, Vite de Pontefici, Venezia, Tremezzino, 1563,
pag. 1 19-120.
— 52 —
lesse in un libro di certo fra Martino intitolato: 'Delle
cose maravigliose di cEs>ma, la favola di Giovanna che
andò con un suo amante in Atene per instruirsi e che,
venuta in Roma con tìnto travestimento, tanto seppe mo-
strarsi di spirito culto ed eletto da procacciarsi il voto
pubblico come successore di Leone IV. Un giorno però
andando a s. Giovanni in Laterano, sorpresa dai dolori
del parto tra il Colosseo e s. Clemente, avrebbe dato alla
luce il frutto dei suoi amori con un famigliare e nel me-
desimo luogo sarebbe morta dopo due anni un mese e
quattro giorni di pontificato.
Crede il Platina che l'origine di questa favola abbia
fondamento nella vita licenziosa di Giovanni XII, che
resse la Chiesa universale nel secolo seguente e che aveva
una concubina per nome Giovanna « a cui cenni si regea
forse allora il Papato »(i). In tal caso non sarebbe stato
difficile che qualcuno cominciasse a dire che la vera pa-
drona del soglio fosse Giovanna, e che la cosa, ripeten-
dosi di bocca in bocca, s'ampliasse a segno d'appiccicarle
il titolo di papessa: donde la leggenda della papessa Gio-
vanna con tutte le frange di cui suolsi rivestire un simiL
genere di narrazioni.
Ricercando accuratamente il primo apparire della leg-
genda e il modo onde fu accreditata e le circostanze a
cui si riferisce, se ne scopre la falsità; ma. non sempre è
(i) Ibid. pag. 121 b. Delle favole papali nel medioevo trattò
modernamente con profonda scienza e con critica sottilissima,
il Dòllinger: Die Papslfabéln des fMittelalters. Mùnchen, 1863.
— 53 -
facile distinguere quando siamo di fronte ad un vero e
proprio ricordo locale o ad una leggenda autentica e
quando di fronte a un racconto posteriore o ad una falsa
leggenda (r).
«.Sono false leggende anche quelle d'im prestito, o di
importazioni, o trasmigratrici, cioè quei racconti che tra-
sportati e adattati da una persona ad un'altra, da un
luogo ad un altro, da una circostanza a un'altra vengono
sostanzialmente ripetuti in tempi diversi e che in certo
modo viaggiano di luogo in luogo e di secolo in secolo.
Naturalmente tali racconti col viaggiare cambiano, ma i
motivi e i tratti fondamentali, a cui appunto il racconto
deve la sua diffusione, rimangono. Sono per lo più mo-
tivi che o colla favola o coll'aneddoto o colla morale de-
rivano da una medesima fonte, come per esempio dalla
comune mitologia originaria di popoli diversi e dispersi
che una volta formavano un popolo solo. Tempo addietro
si spiegavano in tal modo molte leggende europee che
oggi invece si credono derivate direttamente dalle indiane
al tempo delle crociate e localizzate in Europa dai tro-
vatori. Lo studio della letteratura comparata ha fatto co-
noscere alcune grandi vie per cui intere categorie di leg-
gende si sono diffuse e ci ha posti in grado di risalire in
molti casi direttamente alla fonte. Per constatare con si-
curezza che una leggenda è importata, conviene, secondo
i principi delle fonti, o mostrare chiaramente le tracce
dell'importazione o almeno poter seguire a grado a grado
(i) Crivellucci, Manuale cit., pag. 83.
— 54 —
le modificazioni che s' incontrano nelle varie versioni
della medesima leggenda in modo da provare che sono
varianti di un' identica tradizione; una relazione lettera-
ria, una via di comunicazione diretta deve almeno in ge-
nerale esser manifesta; non devono mancare tutti gli
anelli di congiunzione intermedii Ira le due forme di j
leggende che abbiamo innanzi ; tale mancanza può essere
soltanto surrogata dalla evidente somiglianza nella ripro-
zione del racconto , come talora la concordanza tra due
fonti basta a provare con sicurezza la derivazione dell' una
dall'altra. Molte leggende trasmigratrici offrono le vite
de' Santi, che attribuiscono gli stessi martini e miracoli
a diversi Santi di tempi diversi. Talora miti e leggende
trasmigratrici si confondono in modo particolare, come
quando un mito in qualcuna delle sue forme trasmigra
da un luogo ad un altro; e non sempre è facile distin-
guere se una leggenda molto diffusa è importata od ori-
ginaria. Ma non bisogna confondere tra i racconti primi-
tivi e le variazioni posteriori; poiché un racconto per
quanto, trasmigrando, diventi favoloso, può originaria-
mente esser vero (i). »
Come esempio di congiunzione tra leggende vere e
leggende false potrebbe addursi la leggenda di Guglielmo
Teli.
Guglielmo Teli contadino del villaggio di Biirglen
presso Altorf nel cantone svizzero di Uri visse tra le fine
del secolo XIII e la prima metà del centennio seguente.
(i) Crivellucci, Manuale cit.. pag. 84-85.
Ora avvenne che a un tal Gessler, il quale reggeva tiran-
nicamente quel paese per conto del sire germanico Al-
berto d'Asburgo (si sa che la casa d'Austria, imperante
dal 1273, è originaria d' Absburg nel cantone svizzero di
Argovia), venne un giorno il bel ticchio di far piantare
una pertica con sopra il berretto ducale sulla piazza del
mercato di Altorf, ordinando che tutti i passanti doves-
sero scoprirsi il capo in segno d'ossequio alla casa d'Au-
stria. Ma secondo l'avviso del celebre storico Giovanni
Miiller, autore appunto della Gsschichte der Schwei^er
(Berna 1780), questo berretto fu elevato invece per ranno-
dare 1 fedeli sudditi, avversi alla lega dei tre cantoni (Uri,
Schwyz e Unterwald) sollevatisi contro gli austriaci op-
pressori. Certo é che un grande esercito comandato dal
duca Leopoldo s'avanzò contro questi tre paesi e che fu
messo in completa rotta presso Morgarten (nel cantone
di Zug) il 16 novembre 13 15. Difatti ivi si eresse una
cappella, ove si celebra ogni anno un servizio divino in
commemorazione di quella splendida vittoria. Uno dei
tre capi della lega contro l'Austria era stato un Gualtiero
Fiirst, suocero di Guglielmo Teli. Quest'ultimo, passando
un giorno con un suo figlioletto dinanzi alla pertica col
berretto ducale ch'era sulla piazza del mercato d' Altorf,.
non volle scoprirsi e allora il Gessler ordinò che in pu-
nizione della mostrata disobbedienza egli dovesse tirare
con l'arco contro un pomo posto sulla testa del di lui
proprio figlio. Il colpo naturalmente fallì e l' inviperito
Gessler vedendo che Guglielmo teneva nascosta una se-
conda freccia gli domandò il perchè. E quegli coraggio-
samente lo rimbeccò soggiungendo : « La seconda era per
— 56 —
te quando la prima avesse cólto mio figlio ». Allora il
governatore, vieppiù inasprito, ordinò che si legasse il ri-
belle, o, per dirla con la leggenda, l'eroe della libertà el-
vetica, e lo si conducesse prigione nel suo castello di
Kiissnacht, passando per il lago di Waldstatten. Ma per
cagione d'una burrasca Guglielmo Teli, valente ed esperto
rematore, fu slegato e costretto a prendere il remo. Di
che profittò egli assai -volontieri per volgere il battello
verso la riva e fuggirsene nei recessi della propinqua mon-
tagna per mettersi in agguato al passaggio del Gessler,
cui tirò difatti una mortale frecciata. Ciò sarebbe accaduto
sul finire del 1507, dal quale anno principia in realtà una
serie di combattimenti contro l' Austria, finiti soltanto
con la pace di Basilea del 21 settembre 1499 che ricono-
sceva l'indipendenza della Confederazione elvetica, perchè
ai tre Cantoni già mentovati s'erano poi uniti quelli di
Lucerna, di Zurigo, di Glarona, di Zug, di Berna ecc.
La verità del fatto relativo a Guglielmo Teli, sebbene
ammessa da Giovanni Muller, è controversa dal silenzio
degli scrittori contemporanei, dalla sua analogia con un
avvenimento narrato dagli storici danesi del secolo XII e
dall'inverosimiglianza dei particolari. Inoltre i più antichi
storici della Svizzera come Giovanni di Winterthur (Vi-
todurus, 1349) del secolo XIV e Corrado Iustinger di
Berna (1420) che viene subito dopo non fanno alcuna
menzione di questo personaggio, il quale apparisce per la
prima volta, nella cronica del Sarnen, nel 1470; più tardi
la leggenda venne abbellita, fra altri da Egidio Tschudi
di Glaris o Glarona morto nel 1542 e particolarmente dal
Muller nella sua mentovata Geschichte der Schwei^er
■'..: '■ "'. '
«dita in Berna nel 1780, così che fu resa popolare dal
dramma del famoso tragico tedesco Giovanni .Schiller,
uno dei capi della scuola romantica, e dall'opera classica
di Gioachino Rossini che contende forse al barbiere di Si-
viglia l'onore di chiamarsi il suo capolavoro. Eppure l'emi-
nente storico e filologo svizzero Hisely, che sia nella
'Dissertatio historica de G. Tellio, libertatis Helveticae
vindice pubblicata a Groninga nel 1824, come nell'opera
Guillaume Teli et la revolution de ijoy stampata a Delft
in Olanda nel r826, aveva difesa l'autenticità della storia
di Guglielmo Teli, ebbe il raro merito di ricredersi pub-
blicamente e di stabilire nel suo nuovo lavoro intitolato
<I{echerches critiques sur Ihistoire de Guillaume Teli, che
-diede alla luce in Losanna nel 1843, cne questa storia non
è che una leggenda fondata su tradizioni le quali non
meritano alcuna fede.
Leggende affatto analoghe a quella di Guglielmo Teli
si trovano nelle tradizioni di vari popoli del Nord, come
i Danesi e gì' Islandesi, donde penetrarono in Germania
ed in Svizzera. Certo è per esempio che nei documenti
relativi alle antiche leghe federali pubblicati dal Kopp a
Lucerna nel 1835 {Urkunden $ur Geschichte des eidgenbs-
sischen Bundes) non é fatta menzione d'alcun podestà o
governatore sedente nel castello di Kussnacht. Per questa,
per le ragioni suesposte e per altre ancora, due celebri fi-
lologhi stranieri, cioè il Grimm nelle sue leggende tedes-
che {Deutsche Sagen, Berlin 1816-18, 2.a ed. 1805, 3-a ed.
1891) e l'Ideler, Die Sage vom Schusse des Teli, Berlino
1836, hanno per favolosa del tutto questa storiella di Gu-
glielmo Teli, che fu soggetto di componimento anche ad
— 58 —
una delle novelle morali di Francesco Soave pubblicate
in parecchie edizioni a cominciare da quella di Milano
1782 fino alle più recenti.
Ma ciò nonostante sull'area ove sarebbesi scoperta la
casa dell'eroe fu costruita a Biirglen, nel 1522, una cap-
pella ornata di pitture raffiguranti scene di sua vita. Ed
a Kiissnacht, dove si pretende che risiedesse il Gessler,
esiste una vecchia cappella di Guglielmo Teli l'istau-
rata nel 1834 ed ornata d' una pittura raffigurante la
morte del governatore austriaco con la seguente inscri-
zione :
ICI FUT TUE, PAR TELL, L'aRROGANT GESSLER
ET NAQUIT LA NOBLE LIBERTÉ SUISSEJ
COMBIEM DE TEMPS CELLE-CI VIVRA-T-ELLE
LONGTEMPS, SI NOUS ÉTIONS NOS A1EUX !
Sulla riva orientale del lago dei Quattro Cantoni
(Vierwaldstaedter-See) vi è la stazione apposita de laTells-
platte o de la piattaforma di Guglielmo Teli, da me vi-
sitata parecchi anni fa. Sopra una rocca che s'insinua nel
lago alle falde dell' Axenberg e' è appunto la cosidetta
cappella di Guglielmo Teli, aperta dalla parte dell'acqua
e ornata di affreschi grossolani. Secondo la tradizione
essa fu eretta nel 1388 dal cantone di'Uri nel sito ove Gu-
glielmo Teli avrebbe spiccato un salto dal battello di Gessler
durante la tempesta; ma essa è evidentemente d'un tempo
posteriore. In ogni modo il culto elvetico per l'eroe della
libertà svizzera non ammette restrizioni, tanto più che
'<".-?•. ■ .; '
questo culto è il prodotto di un sentimento patrioticor
che rende tutti solidali nell'adempimento del massimo
dovere d'un cittadino •' la difesa dell'indipendenza na-
zionale.
LEZIONE III.
La critica delle fonti
La leggenda di Guglielmo Teli, della quale ho trat-
tato nella lezione precedente, fu un alito. possente per in-
gagliardire negli Elvetici il sentimento unitario e patrio-
tico della loro nazionale indipendenza. Così, pei Vene-
ziani, la leggenda che s. Marco viaggiando da Alessandria
ad Aquileia quale missionario della fede di Cristo, còlto
da fiera procella, approdasse nelle Isole Reaitine ove ap-
parvegli un angelo che lo salutò con le parole: Pax tibi,
£Marce, Evangelista meus, profetando che ivi trovereb-
bero riposo e venerazione le sue mortali reliquie (i). Con
questa leggenda sparsa nel momento in cui l' invasione
dei Franchi (810) nel territorio clodiense (o di Chioggia)
(i) Difatti nell' 829 avvenne la traslazione del corpo di
s. Marco da Alessandria d' Egitto per opera dei .due navigatori"
Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, i quali riuscirono
ad ottenerne la consegna dai due religiosi greci deputati alla
custodia del sacro deposito, che poterono sottrarre alla vista
dei doganieri trasportandolo in un corbaccio coperto di carne
porcina, oggetto d'orrore pei Musulmani.
— 62 —
aveva costretto il ducato veneziano a trasferire la propria
capitale da Malamocco a Rialto, cioè nella futura Vene-
zia, abilmente e solennemente consacravasi un atto poli-
tico della più alta importanza per cui assicuravasi l'unità
del nuovo Stato, la grandezza avvenire della Repubblica,
la cooperazione di tutte le classi e di tutte le genti delle
isole, già rivali tra esse per misere gare di preminenza,
alla prosperità della patria comune. Quegli avveduti re-
pubblicani vollero avere per sé uno speciale patrono che
meglio rispondesse al supremo fine di unire tutti gli abi-
tanti della Venezia marittima sotto un segnacolo che non
fosse di greca importazione, come s. Teodoro, lor primo
protettore, ma simboleggiasse manifestamente l'immuta-
bile principio d'emancipazione da straniera signoria. Per
ciò s. Marco divenne l'emblema sacro della patria, il suo
grido di gioia e di combattimento, il compagno insepa-
rabile di ogni solennità nazionale, esca vigorosa ai più
nobili entusiasmi e alle magnanime imprese.
Ecco perchè negli antichi racconti classici, come ar-
gutamente osserva ilMommsen nella sua Storia di Roma
(Romische Geschichte, IX), le istituzioni prische del po-
polo, le fondamenta legittime della sua vita civile, chiuse
in tradizioni leggendarie, si traducevano in [fatto vivo,
fecondo ed efficace, e segnavan la via al sentimento ci-
vile. Così la storiella dell'uccisione di Remo da parte di
Romolo, perchè avea derise le basse mura da lui costruite
a difesa di Roma, esprimeva ed imprimeva l' indole sacra
alla cinta murale; l'alto ideale della supremazia romana
sulle terre del Lazio, il sublime concetto della nuova pa-
tria uscivano fuori dal poema dei vittoriosi Orazi di
■ - -
- 63 -
Roma disfidanti i tre Curiazi di Alba in presenza dei
due eserciti per decidere quale delle due città comande-
rebbe all'altra: così la narrata leggenda di s. Marco per as-
sicurare la supremazia di Rialto sulle altre isole e terre
della Venezia marittima.
Anche nelle sentenze storiche, negli aneddoti, nelle
maniere di dire, nei modi ecc. avvengono falsificazioni e
consapevoli falsificazioni. Chi sa dire ad esempio in quale
documento trovasi registrata la sentenza che condannava
a morte il povero Jornaretto, cioè Pietro Faccioli, gio-
vane fornaio, accusato d'omicidio sulla persona d'un po-
vero patrizio (i), perchè trovato vicino al luogo del delitto
ed in possesso dell'arma feritrice o d'una guaina adatta-
bile allo stesso pugnale ?
Eppure vuoisi eh' egli salisse il patibolo fra le due
colonne della piazzetta di s. Marco il 22 marzo 1507, e
che, scopertasi dipoi la sua innocenza, s'accendessero dei
lumi all'esterno della chiesa di san Marco in espiazione
del fallo commesso ed in suffragio della vittima inno-
cente. In effetto tra i due vólti superiori del lato meri-
dionale della Basilica (verso il Molo) s'annicchia un' ima-
gi ne della Vergine, innanzi alla quale si accendono due
ceri al suono dell' Angelo vespertino e due lampade vi
ardono durante la notte. Due candele nere si accende-
vano dai Confratelli della Morte, al tempo della Repub-
blica, ad ogni sentenza capitale che si eseguiva tra le
due colonne della Piazzetta. E difatti i condannati a
morte, prima di salire sul palco ferale, s'inginocchiavano
(1) Tassini, Condanne capitali, pag. 124.
— 64 -
e volgevano il capo verso quest'immagine a fine d'otte-
nere da Dio, con l'intercessione della Madonna, una buona
morte. Ma, riguardo alle dette due lampade, non è vero
che sieno colà in espiazione dell'errore giudiziario perpe-
tratosi a danno del Faccioli, perchè la spesa dei rispet-
tivi lumicini si faceva anche prima, dalla fabbriceria di
s. Marco per lascito di un marinaio scampato dal nau-
fragio e giunto a s. <£Warco sano e salvo mercè l'invocato
aiuto della Vergine (San sovino, Venezia descritta, 1604,
pag. 14). Certo è che la pietosa fine del Fornaretto vive
anche oggi nella tradizione popolare, ma non è autenti-
cata dai registri Criminali della Quarantia e non è nem-
meno accennata nei 'Diari del Sanuto, che riferiscono
solitamente i più minuti particolari d'ogni fatto notevole
succeduto in Venezia. Però è segnata in tutti i così detti
Registri dei giustiziati, compilazioni private di età di-
verse che si trovano manoscritte nella Biblioteca Mar-
ciana ed altrove. Ma basta che il primo a compilare sif-
fatti registri abbia per suo capriccio introdotto anche il
caso del Fornaretto. avvenuto chi sa dove, come e quando
perchè gli altri abbiano copiato tal quale. Cade di conse-
guenza anche la storiella narrata dalla stessa tradizione
che innanzi di proferire sentenze capitali fosse raccoman-
dato ai giudici di usar cautela, ponderazione ecc. con le
parole : recordève del povero Jorner. Non pertanto egli
fornì argomento a romanzi e persino a un dramma del
poeta opitergino Francesco dalPOngaro(i), morto nel 1873.
(1) Il Fornaretto, dramma storico, Napoli, Rossi - Romano
Innumerevoli poi sono i motti storici assolutamente
falsi. Così non furono mai pronunciate le famose parole
di Cambronne, comandante una divisione della Vecchia
Guardia imperiale, all'infausta battaglia di Waterloo nel
Brabame (vBelgio), in cui i Francesi capitanati dal primo
Napoleone furono disfatti per opera dei Tedeschi e degli
Inglesi condotti dal Wellington e dal Bliicher (18 giugno
1815). E si aggiunge con la stessa falsità che dopo avere
risposto al primo invito d'arrendersi : La garde meurt et
ne se rend pas, replicasse poi, al secondo, con un'altra
esclamazione, anche più energica e più concisa ma meno
pulita, sulla quale Victor Hugo, il maggior poeta francese
del secolo XIX, ha imbastito un bizzarro commento nei
suoi Misèrables (t. Ili lib. I, 2.a parte, cap. 15). Certo è
che il Cambronne, così valoroso, avrebbe fatto poco onore
al suo nome con lo disdirsi quasi subito dopo aver pro-
nunciata la frase attribuitagli dalia leggenda, perchè s'ar-
rese non solo con la sua guardia ma anzi che morire sul
campo egli campò altri ventisett' anni. Il motto fu dun-
que una pretta invenzione di chi, sei giorni dopo, de-
scrisse quella memoranda battaglia nel Journal general
de Jrance (24 giugno 181 5). Anche il Brunschvigg nel
suo recente libro su Cambronne, sa vie civile, politi-
qiie et militaire (Nantes, 1894) dedica un intero capitolo
al motto e alla frase di Waterloo, notando le opi-
1853. Sta nel fase. I del Teatro Universale Drammatico e nel
415 del Florilegio Drammatico. Fu ristampato a Milano (San-
vito, 1861, in-8).
- 66 —
nioni affermative o negative per concludere eh' egli non
avrebbe mai pronunciata né la frase sublime né la parola
plebea.
Così dicasi del celebre motto di Francesco I dopo la
battaglia di Pavia del 25 febbraio 1525 contro l'impera-
tore Carlo V. Lo sfortunato monarca, condotto prigione
il dì seguente nella rocca di Pizzighettone scriveva a sua
madre (Luigia di Savoia) a proposito dell'immane cata-
strofe (senza contare i prigionieri, perirono più d'ottomila
francesi tra uccisi in battaglia ed affogati nel Ticino du-
rante la fuga) che di tutto non gii era rimasto se non
l'onore e la vita (Henri Martin, Histoire de France,
4.a edizione, 1857, tomo Vili pag. 67). Da queste parole
autentiche del re chiaro apparisce come sia inesatto il
motto che la tradizione gli attribuisce: tout est perdu
fors V honneur ; tutto è perduto fuorché T onore (1), seb-
bene il famoso Chateaubriand scrivesse nei suoi Etudes
historiques (t. I, pag. 128): « On ne retrouve plus l'origi-
nai du fameux billet, Tout est perdu fors l' honneur ; mais
la France, qui Faurait écrit, le tient pour authentique ».
Fatto è che il viglietto non esiste e eh' esiste invece la
lettera del re medesimo, la quale tronca ogni questione
sulla veridicità del motto.
Quanto poi alla tradizione scritta, cioè alle inscrizioni
storiche, la maniera di falsificazione e i criteri per isco-
prirla sono gli stessi per tutte. E solo da ricordare come
(1) V. anche Fournier, L'esprit dans V histoire, recherches et
curiositès sur les mots historiques, 3.1* edix., 1879.
- 67 _
caso singolare quello di alcuni re egiziani che invece di
farsi fare apposta le inscrizioni per sé fecero levare con
lo scalpello i nomi dei loro predecessori dalle epigrafi a
•questi dedicate per incidervi il proprio, non curando, a
forse anche col proposito, che così fossero ad essi attri-
buiti fatti e geste altrui (i).
Vera palestra di falsificazioni leggendarie o consape-
volmente escogitate sono state finora le genealogie. Va-
nità di famiglia e boria nazionale hanno fatto cose incre-
dibili per riconnettere 1' origine della case regnanti, dei
principi, dei patrizi ad antichi eroi, a grandi personaggi,
a santi o sante ecc. Così i patrizi Contarmi di Venezia
vogliono discendere dagli Aurelii Cotta di Roma, spediti
come prefetti del Reno: dunque Cotta Rheni, Conti del
Reno; i Giustinian nientemeno che dall'omonimo impe-
ratore d' Oriente, 1' autore del famoso Codice che da lui
appunto s'intitola e comprendente le leggi civili degli an-
tichi romani, fondamento dell'universale giurisprudenza;
i Loredan dai Mainardi, discendenti di Muzio Scevola
sopranomato in Roma manum arduo dopo che, fallito-
gli il colpo per uccidere Porsenna re degli Etruschi, stese
la destra sopra un braciere lasciandovela bruciare per mo-
strar qual fosse la sua forza d'animo ; i Marcello dalla
gente Claudia Marcella, celebre nei fasti consolari della
antica Roma; i Memmo dalla gente Memmia di Roma,
tra cui i tribuni Caio e Gemello; i Querini dalla gente
Sulpizia di Roma, chiamata anche Galbaia o Galbana e
(i) Crivellucci, Manuale cit., pag. 85-86.
- G8 —
celebre per aver prodotto quel Galba imperatore ohe, suc-
ceduto a Nerone nel 68 d. C, fu assassinato dai suoi sol-
dati dopo un solo anno di regno; i Sanudo dai Livii,.
trasferitisi da Roma a Padova, e quindi dal celebre sto-
rico Tito; i Venier dalla gente Aurei in di Roma, cui ap-
partennero gì' imperatori Valeriana e Gallieno; gli Zeno-
dalia gente Fannia di Roma, che produsse due imperatori
d'Oriente: Zenone e Leone II. Appartiene a questo genere
di falsificazioni il Campidoglio 'Veneto del Cappella ri, che
trovasi in manoscritto alla Biblioteca Marciana di Vene-
zia, e l'opera genealogica di Je'ró ne Vignier intitolatala
véritable origine des très illustres maisons d' Alsace, de
Lorraine, d'Aulriche ezc. pubblicata nel 1640, dove il pa-
dre di s. Odilia è posto come capostipite, mentre come
tale viene considerato Everardo III conte d'Alsazia ed in
prova vengono addotti dall'autore frammenti d'una bio-
grafia di santi da lui imaginata. Cfr. in proposito il Havet,
Questioni mérov'nigienncs-, nella mentovata Bibliothéque
de l école des chartes del 1885 (voi. XXX XV, pag. 2Ór
e seg.).
Ma che dire delle origini poco men che celesti a cui
prestano fede certuni ? i romani Emilì ad esempio vo-
glionsi discesi da Emilio secondo figlio di Ascanio e
quindi nipote di Enea; i Pompon? da Numa Pompilio
secondo re di Roma, fondatore del tempio di Giano e
della legislazione religiosa dei Romani. Perfino lo stesso
Gregorovius {Geschichte der Stadt cHpm im mittelaltersy
IV, 12), ricercando tutte le stille di sangue germanico che
nelle famiglie romane si son frammischiate, esce in fan-
tasie non degne di lui. Poco male che rivendichi origine
longobarda alla contessa Matilde di Toscana e al monaco
Ildebrando (ibid. IV, 161, 172), cioè l'austero Gregorio VII
•di Soana in quel di Grosseto; ma non può essergli per-
messa la duplice affermazione che gli Orsini di Roma
(cui appartennero Nicolò III e Benedetta XIII) tragganj
origine da un Orso, cioè da un B'ir germanico (V, 39),
mentre provengono di certo da un Orso Orsini, di Piti-
gliano nelle Maremme toscane, senatore di Roma nel
1190: e che pervia di Bonipert i Bonaparte vengati d'ori-
gine longobarda (IV, 161) quando parmi assodato che de-
rivino piuttosto da quell'antica casa italiana conosciuta a
Treviso dal 1:78 nella persona di un Joanies de Bona-
parte de Tarvisio, co is ni et recto r (Stefani e Beretta, Le
antichità dei ^Bonapirte, Venezia, 1857).
Anche gli annali e le croniche porgono un largo con-
tingente alle falsificazioni. In ogni tempo se ne falsifica-
rono, in tutto od in parte, e il più delle volte per vanità
o per ambizione di colmar lacune. Non temettero di
farlo uomini insigni, specie tra gli umanisti, come ad
esempio l'abate Giovanni Tritemio, tedescamente Trit-
heim, che, per far pompa di citazioni, compose un'antica
cronaca franca pubblicata a Magonza nel 1315 sorto il ti-
tolo di Compendium sive breviarium chronicorum de orì-
gine gentis et regum Fr ancor um ad Pippinium, ristam-
pata a Parigi nel 1639, inserita nel 3.0 tomo degli storici
di Schard (Opus historicum de rebus Germanicus, Basilea,
1374) e riedita a Giessen in Assia Darmstadt nel 1673,
sebbene non sia che un tessuto di favole (1).
(1) Il Tritemio fecesi malamente ad imitare Gregorio di Tours^
— 70 —
Il Bernhardi dimostrò in una monografia intitolata:
Matteo di Giovi nazzo, eine Fà'lschung des sech^ehnten
Iahrhundert, pubblicata a Berlino nel 1868 che i Diurnali
o Notamenti dei XIII secolo di Matteo Spinelli da Giovi-
nazzo nel Barese, editi nel t, VII dei Rer. Ital. Script.
del Muratori, non sono che una falsificazione del sec. XVI.
E lo Scheffer-Boichorst dimostrò nei Florentiner Studien
pubblicati a Lipsia nel 1874 che Y Istoria Fiorentina dei
due Maiespini (Ricordano e Giacotto), edita nel detto
t. VII del Muratori, non è del secolo XIII e anteriore al
Villani (la cui Cronica, riedita non ha guari dal Durando,
si legge pure nel Muratori) ma una falsificazione del se-
colo XIV, da cui certo non attinse quest'insigne autore,
fatta allo scopo di glorificare la famiglia Bonaguisi, tra la
quale e la famiglia Medici era in trattative un matrimonio
(Lami, in oArch. stor. Ital. i8jo). Non così parrebbe la
cronaca pur fiorentina di Dino Compagni (Muratori, t. IX),
morto nel 1323 ed uno degl' iniziatori del reggimento de-
mocratico, ripubblicata a Firenze dal Manni nel 1728, a
Prato nel 1846, a Firenze (ancora) nel 1871, e, in ultimo,
da Isidoro del Lungo nei tre tomi del Le Monnier che vi-
dero la luce in questi ultimi anni col titolo IDino Com-
vissuto nel secolo sesto ed autore d'una storia civile ed eccle-
siastica dei Franchi, ove la leggenda prevale. Una cronaca me-
dievale che può servir d'esempio per la veridica narrazione dei
fatti è quella invece di fra Salimbene da Parma (v. l'ed. del 1857)
che narra gli avvenimenti politici seguiti dal 1167 al 1287 con
singolare precisione e cogniiione. Balzani, Le cronache italiane nel
medioevo, Milano, Hoepli, 1884.
71 —
pugni e la sua cronaca (;)• Ma il filologo pistoiese Pietro
Fanfani, morto nel 1879, aveva pubblicato a Milano, nel
1874, un libro intitolato « Dino Compagni vendicato dal-
l'ingiuria di. aver scritto la cronaca fiorentina» che però
sta ben al disotto delle ragioni, in favore della, sua auten-
ticità, opposte magistralmente da Isidoro del Lungo, il
quale consacrò molti anni di studio al solvimento d'una
tal questione, sebbene occupato (con altri Deputati della
Accademia) anche nella compilazione della 5.a impressione
del Vocabolario della Crusca Ha prima comparve a Ve-
nezia nel 1612) che va stampando il Le Monnier a spese
del Ministero della Pubblica Istruzione e la cui compila-
zione era giunta, alla fine del 18)9, alla parola libbra.
La critica delle fonti storiche, ossia la letteratura re-
lativa alla recensione e al giudizio delle opere storiche, è
necessaria per qualunque voglia un po' approfondirsi nello
studio della storia e nelle singole trattazioni speciali. Per
esempio s'io voglio fare un lavoro sul Machiavelli dovrò
conoscere prima di tutto quali furono gli scritti ch'esami-
narono e giudicarono le sue opere principali come le Isto-
rie fiorentine (2), Il principe ecc., che ne notarono i pregi,
(1) Firenze, Le Monnier, 2 volumi in tre parti nel 1879, e
in tre volumi nel 1887,
(2) Le Istorie sono divise in otto libri, il primo dei quali,
attinto in gran parte dalle Decadi di Flavio Biondo, tratta
della storia d' Italia nel medioevo sino al quarto decennio del
secolo XV. Il resto però del suo lavoro è affatto originale,
ma occorrerebbe per esempio accertare P esattezza dei fatti e
dei documenti là dove li volge a profìtto delle proprie dottrine
politiche.
— 72 -
gli errori e i difetti, che descrissero la vita dell'autore e
i suoi tempi. Quindi prenderò in mano e il Gioda che
scrisse un libro intitolato £A(\ oM. e lj sue opere (pub. a
Firenze nel 1874Ì e il Nini (oM. nella vita e nelle opere,
Napoli 1S76) e i Carducci, che ne trattò in Studi letterari
editi a Livorno nel 18S0, e il Villari coi suoi tre famosi
volumi su J\Q. M. e i suoi tempi illustrati con nuovi do-
cumenti (Firenze 1877 -82) e il Tomrrusini con La vita e
gli scritti di N. M. (storia ed esame critico, Roma, For-
zarli, 1883; e il Mariano coi suoi Saggi (Biografi e critici
del M.) pubblicati a Napoli nel 1886 e il Bertolini con un
pregevole articolo inserito nella Nuova (antologia del 15
novembre 18S2 su N M. e i suoi tempi e il De Sanctis
nella sua Storia della lett. ital. e il Macaulay in uno dei
suoi notissimi saggi [Criticai ani historical Essay nella
Tauchnit^ Edition), tradotta anche in italiano. Così dicasi
del Guicciardini autore della Storia d'Italia, opera d'un
merito incontestato, quantunque non scevra da pecca di
parzialità. Ma bisogna notare eh' ei fu per qualche tempo
comandante delle milizie papali, che amministrò la Ro-
magna sotto Clemente VII (Giulio de' Medici) e che con-
tribuì a rovesciare la repubblica di Firenze, rialzando il
trono mediceo. Veggansi : il Ranalli nelle sue Legioni di
storia (lez. XVI e seg.) date alla luce in Firenze nel 1867;
il celebre Ranke, che, sulla veridicità della storia del
Guicciardini, scrisse in un libro stampato a Berlino nel
1874 e intitolato appunto: Zur kritik der neueren Ge-
schichtschreiber; il pur famoso critico Francesco De Sanctis
nei Nuovi saggi critici (Napoli, 1879, pag. 201 e seg.) col
titolo U uomo savio del Guicciardini ; il Gioda che pub-
i'Ó —
blicò a Bologna nel 1880 un libro intitolato Guicciardini
e le sue opere inedite; il Paoli ne Gli scrittori politici del
.500111 Vita italiana del cinquecento, Milano, Treves, «894;
il Rossi, F. G. e il Governo fiorentino dal 1527 al 154°
"(con nuovi documenti), Zanichelli, Bologna 1896 (i°. voi.)
•e 1899 (2.0 voi.). — E se doveste studiare, per esempio, la
•storia del concilio di Trento, quali opere scegliereste tra
le prime? Evidentemente quella di fra Paolo Sarpi pub-
blicata (1) col pseudonimo di Pietro Soave Polano (ana-
gramma di Paolo Sarpi Veneto) e l'altra del cardinale
Sforza Pallavicino, gesuita. Sono due storici classici ma
di partito e quindi come giustamente avverte il Masi (La
vita italiana mi seicento, Milano, Treves, 1895: La rea-
zione cattolica) queste due storie, di cui la nostra Biblio-
teca Universitaria possiede parecchi esemplari di edizione
diversa, sono talmente agli antipodi che il mondo cri-
stiano è diviso in due nel giudicarle allo stesso modo
di' è diviso in due nell' apprezzare prò o contro l'opera
del Concilio di Trento. Certo l'uno, il Sarpi, che nono-
stante una mente superiore per acutezza e dottrina tras-
modò talvolta nei suoi giudizi per spirito di servilità
verso il Governo, della Veneta Repubblica, di cui era teo-
logo consultore, sino quasi a difendere idee assolutamente
incompatibili col movimento progressivo della civiltà, in-
terpretò le decisioni conciliari dal punto di vista dell' in-
(1) Fu pubblicata a Londra (Billio, 1619), senza il consen-
timento dell' autore, da un vescovo apostata : Marcantonio De
Dominis.
74 —
teresse e della ragione di Stato; 1' altro, il gesuita Pai-
lavicino, scrisse dal punto di vista della Chiesa e del Pa-
pato, confutando il Sarpi in modo sì arditamente capzioso
da invogliare di primo acchito anche i più titubanti a
dar torto a quest' ultimo. 11 vero è che 1' uno, dominato
dal più intenso amor di patria, lottò sempre per essa con-
tro le credute usurpazioni di Roma e quindi scrisse con
l'animo appassionato e prono al biasimo; l'altro scrisse
per commissione dei suo Ordine, ch'era stato il grande
inspiratore e maneggiatore del concilio di Trento e quindi
fu giudice parziale. Chi però volesse formarsi un esatto
criterio delle loro opere dovrebbe studiare anche la vita
dei rispettivi autori, perchè, come vedremo nelle seguenti
lezioni, il giudizio sulla veridicità del racconto dipende
in parte dal giudizio che possiamo fare sull'individualitàr
sul carattere e sull'attendibilità dell'autore. Dunque per
il Pallavicino, oltre che compulsare i suoi biografi e quanto
ne scrisse il Fontanini nella Biblioteca dell' Eloquenza ita-
liana (I, 485 e seg.), dovremo tener conto della sua qua-
lità di membro dell'ordine dei Gesuiti, il più importante
di tutti per la potenza della sua organizzazione, per la
disciplina dei suoi adepti, per la grandezza dei suoi di-
segni e per la violenza e la persistenza delle ire, a torto
od a ragione, suscitate contro di esso.
E per il Sarpi occorre studiare le questioni che, nei
primordi del secolo XVII, diedero origine alla famosa con-
troversia tra la Serenissima e la santa sede, alla disputa tra
i seguaci del jus principatus e quelli déijus ecclesiae, agli
scritti pubblicatisi a favore o contro, tra'quali il ben noto
Trattato dell'interdetto con cui il Sarpi, giudicando le at-
— 75 —
tribuzioni della Chiesa limitate alla podestà puramente
spirituale, dimostrava come fosse dovere del principe di
opporsi ad ogni abuso di potere ed all'esecuzione di or-
dini contrari alla suprema ragione di Stato. Ma ripeta
che il Sarpi come teologo consultore della Repubblica
doveva sostenerne le ragioni, e tutto sta nel ricercare ap-
punto in qual parte abbia egli trasmodato in questa di-
fesa degl' interessi politici. Certo che bisognerebbe per
esempio combattere energicamente l'accusa d'eretico lan-
ciata contro di lui con tanta leggerezza, perdi* egli visse
e morì cristianamente, come fanno fede e il suo compa-
gno Fulgenzio Micanzio nella Vita di fra "Paolo Sarpi
(nelle Opere sarpiane, Venezia, Meietti, 1687) e il Grise-
lini nelle ^Memorie aneedotiche spettanti alla vita di fra
*P. S. (Losanna 1760) e nella Biografìa di fra P. S. del
Bianchi Giovini (Zurigo 1846) e nello Studio recente del
Pascolato {Jra "Paolo Sarpi, Milano, Hoepli, 1893) e nella
Storia arcana della vita di fra "Paolo scritta non da mon-
signor Giulio Fontanini, come si legge nell'edizione dello
Zerletti di Venezia del 1803 ma dal padre domenicano
Barnaba Vaerini, come si trae dall'intestazione del suo
proprio manoscritto eh' è nel cod. 1846 ci. VII alla Mar-
ciana e dall'annotazione 20 luglio 1771 degl'Inquisitori dì
Stato circa al processo a lui fatto come autore dell'opera
medesima (Atti del R. Istituto Ven., ser. VII, t. Ili, 1891-
92). E le note iniziali D. G. F. A., da cui si dedusse l'ipo-
tetico nome, anzi che don Giusto Fontanini arcivescovo
indicavano l' editore don Giuseppe Ferrari arciprete.
Prendiamo ora il nostro Enrico Caterino Davila, nato
a Piòve' di Sacco nel 1376 ma vissuto lungo tempo in
suolo francese, dove fu anche valoroso soldato, ed ebbe la
protezione di Caterina de'Medici, figlia di Lorenzo e mo-
glie di Enrico II, reggente di Francia durante la mino-
rità di Carlo IX. La sua Storia delle guerre .civili di Jr an-
cia fu pubblicata per la prima volta in Venezia da To-
maso Baglioni nel 1630; ma ebbe l'onore di parecchie ri-
stampe e traduzioni in francese (Lione 1642, Parigi 1644
ecc.), in spagnuolo (Madrid 1651), in inglese (Londra i655)
e persino in latino (Roma 1745). Fra le numerose edi-
zioni italiane pubblicate nei secoli XVII e XVIII primeg-
gia quella di Venezia del 1733. La Biblioteca Universitaria
di Padova possiede invece quella del Grimani di Venezia,
1664 (P- l7S\ del Voltolini pure di Venezia del 1741 (56-
334) e del Fontana di Milano del 1829 (30-976).
L'opera del Davila è una fonte preziosa per la storia
dell' ultima metà del secolo XVI ; ma sarebbe un esage-
rarne il valore ponendola allo stesso livello che F Istoria
di Firenze del Machiavelli o la Storia d' Italia del Guic-
ciardini. Forse, come quest'ultimo, il Davila pecca talvolta
•di eccessiva parzialità, segnatamente là dove tratta di
Caterina de' Medici, sua protettrice, di cui certi storici
francesi, esagerando in senso inverso, fanno addirittura
un mostro di perfidia. Ma in ogni modo e per lo stile
corretto e per 1' eccellente orditura e per la veridicità della
narrazione spetta al Davila un posto ragguardevole tra gli
scrittori di storia.
Se non che per poter dare un retto giudizio della sua
opera anche in quella parte che tratta di Caterina de'Me-
dici occorrerebbe fare un raffronto tra ciò che ne dice lui
€ quello che di essa espongono gli altri scrittori, comin-
ciancio dai contemporanei come ad esempio il Mathieu,
Histoire des derniers troubies de France, Lyon t 594, per
finire al principe dei critici germanici del nostro tempo,
Leopoldo Ranke, autore tra altro de la Jran\osische Ge-
scììicìite vornehmlich des sech^ehntc:i irid sieb\ehnten Iahr-
hundertes, Stuttgart und Augsburg, 1856 (B. E. 218 della
nostra Bibl. Univ., voi. 3). Inoltre non si dovrebbe trascurare
né la biografia del Davila di Apostolo Zeno, premessa alla
edizione di Venezia 1733, che è la migliore di tutte, né la
Vita di Caterina de' Medici stampata a Firenze dall'Al-
beri nel 1838(1).
Ora supponiamo che qualcuno di voi intenda fare
uno studio sulla Riforma religiosa del secolo XVI: quali
opere dovrebbe principalmente consultare? Storici pecu-
liari della Riforma furono veramente il Janssen ed il'
Ranke, quest'ultimo protestante, professore all'Università
di Berlino, dove morì nel 1886, ed autore, oltre che della
mentovata Storia francese e d'altre rinomate pubblica-
zioni, della « Deutsche Geschichte im Zeitalter der Refor-
mation » stampata in varie edizioni berlinesi, tra cui quella
del 1852 posseduta dalla nostra Biblioteca Universitaria
(B. E. 73). Se non che questo lavoro, il migliore di tanto
maestro, e per cui egli consultò importanti fonti inesplo-
rate, ebbe per fine, sebbene affetti molta imparzialità, di
glorificare Lutero e la sua opera e di attenuare i fatti a
carico del riformatore e dei suoi discepoli. A questa pub-
fi) V. anche l'articolo ad essa favorevole in Revue hUtorique,
mai-juin 1900: Les idèes morales de Catherine de Médicis.
blicazione bisogna contrapporre l'eccellente Histoire de
la %éformation du sei\ìhne siede di Merle d' Aubigne' e
i due volumi del prete bavarese Giovanni Janssen tra-
dotti in francese (dalla i4.a edizione della sua Geschichte
des deutschen Volkes ecc.) col titolo L oAHemagne et la
Riforme e stampati a Parigi dal Plon prima tra il 18S7
e il 1889, poi nel 1895.
Ma il Janssen, protonotario apostolico, fu il campione
del partito ultramontano, sicché la sua opera è natural-
mente inspirata da uno spirito e da un sentimento con-
trari affatto a quelli del Ranke. Così nella sua Geschichte
des deutschen Volkes seit dem oAusgang des Mittelalters
{Friburgo 1877-86, 5 voi., i4.a ediz.) ch'esiste anche alla
nostra Biblioteca Universitaria (O. G. 182), e in cui egli
si sforza di mostrare che lo stato della Germania era fio-
rente al principio- del secolo XVI e che la Riforma an-
nientò questa prosperità, egli vi attacca di fatti i riforma-
tori con una violenza che gli procacciò 1' accusa d' aver
snaturati i documenti : accusa eh' egli ribattè però vigoro-
samente in una serie di polemiche e in due libri da lui
pubblicati, contro queste critiche, nel 1882 e nel 1883.
L'opera del Janssen ha non pertanto un valore indi-
scutibile e produsse in Germania una grande impressione.
Il Boselli che pubblicò a Parigi nel 1895, "coi tipi del
Picard, un libro di circa 250 pagine su La Ré/orme en
Allemagne et en France non teme di paragonare 1' opera
del Janssen, sì per la sua orditura e per la quantità di
materiali accumulati, come per l'erudizione e il modo di
ragionare, a quella del Taine, il principe dei critici e sto-
rici francesi contemporanei Sur les origines de la Jrance
__
contemporaine, mirabile ricostruzione della storia della
Rivoluzione francese e specialmente della società francese
sotto la Rivoluzione.
Ma prima del Ranke e del Janssen aveva trattato
l'ampio soggetto il calvinista Guizot nella sua celebre Hi-
stoire generale de la civilisation en Europe, cui seguì la
Histoire generale de la civilisation en Jrancz: (due corsi
di quella storia moderna eh' ei professò alla Sorbona con
tanta maestrìa dal 1828 al 1830 (32707 della Biblioteca
Universitaria di Padova). Al Guizot rispose il filosofo
spagnuolo Giacomo Balmes in un libro intitolato el Pro-
testantismo comparado con el catolicismo en sus relaciones
con la civilisacion europea, pubblicato a Madrid in tre vo-
lumi nel 1848, ma poi stampato più volte a Parigi nella
versione francese e in cui egli oppone alle teorie storiche
del dottrinarismo ragionale la filosofia cattolica della sto-
ria e della civiltà europee.
Con pari intendimento scrisse il famoso vescovo Bos-
suet, il più rinomato degli oratori sacri francesi, la Storia
delle variazioni della chiesa protestante, ch'ebbe dal 1688,
in cui apparve la prima edizione, l'onore di numerose ri-
stampe: per esempio la nostra Biblioteca Universitaria
possiede quelle de) 1733 (B. Q. 151), del 1764 (B. Q, 306)
e del 1789 (Q. Z. 196). E codesta un'opera capitale di gran
fatica, che rivela nel suo autore un talento non comune
-e dove lo spirito di critica storica rivaleggia con quello
della controversia teologica e filosofica.
Il Villemain, autore del Corso di letteratura del se-
colo XVIII (VI, 103 della mentovata Biblioteca Univer-
sitaria) e traduttore dell' incompleto trattato ciceroniano
- 8(3 —
De cI{epubIica, il degno collega dello storico Guizot e del
filosofo Cousi ri in quel famoso triumvirato universitario
onde brillò la Sorbona nel secondp quarto del secolo pre-
sente, chiamò giustamente questo del Bossuet « il capo-
lavoro dei metodo perfetto e della parola corretta ».
Alle opere di questi grandi inspiratevi, o giovani, se
volete approfondirvi nello studio della storia, perchè con
la loro autorevole guida ma con la vostra fresca intelli-
genza possiate concepirla secondo quel supremo principio
filosofico che, ricercando la ragione ultima delle cose, eleva
l'animo al disopra delle umane passioni.
LEZIONE IV.
Del tempo e degli autori
Ielle precedenti lezioni ho brevemente trattato delle
fonti storiche e di quelle norme critico- bibliografiche che
possono esservi utili non solo per il presente ma anche
per 1' avvenire, se qualcuno di voi dovrà metter mano a
qualche argomento speciale di storia o consacrarsi total-
mente agli studi storici. Oggi vi parlerò invece dei carat-
teri estrinseci delle fonti storiche in ordine al tempo, al
luogo, all'autore e all'analisi di esse.
Quando non vi sia alcun dubbio sull* autenticità di
una fonte, dobbiamo determinare le circostanze esteriori
della sua provenienza e della sua natura poiché solo dopo
aver determinate quelle circostanze possiamo formulare il
nostro giudizio sul suo valore come testimonianza dei
dati che contiene. Quattro sono i punti da prendere in
esame e da determinare :
i.° A qual tempo appartenga la fonte.
2.0 A che luogo.
3.0 A che autore.
4.0 Se sia derivata od originale : donde l'analisi della
fonte. "
6
82
« La determinazione del tempo per due rispetti è im-
portante : in quanto consideriamo le fonti come avanzi
dei fatti stessi è importante fissar loro il posto vero che
occupano nel tutto, perchè dall'ordine che tengono i sin-
goli dati d'un avvenimento dipende lo svolgimento dei
tutto insieme; in quanto le consideriamo come testimo-
nianze è importante perché il valore di queste testimo-
nianze dipende dalla maggiore o minore distanza di tempo
di quelle testimonianze dai fatti testimoniati » (i).
Quando mancano nella fonte stessa o altrove notizie
dirette e precise per fissare il tempo cui una fonte appar-
tiene viene in nostro soccorso la metodica con certi de-
terminati procedimenti: per esempio cercando, mediante
il raffronto con altre fonti dello stesso genere, a qual età
in generale corrispondano per la forma, per lo stile, per
la sostanza. Un aiuto, un indizio, un barlume può darlo
anche una delle scienze sussidiarie, cioè la cronologia,
che dai tempi più antichi, insieme colla geografia, venne
considerata come uno degli occhi della storia, fu sempre
coltivata con amore e con onore dagli studiosi ed appar-
tiene per ciò, dopo le fondamentali opere critiche pubbli-
catesi in proposito dal XVI al XVIII secolo, alle discipline
ausiliarie meglio studiate. Il primo a cui dobbiamo un
tale progresso è proprio uno scienziato d'origine italiana,
cioè Giuseppe Scaligero figlio d'un medico e filologo pa-
dovano che visse quasi sempre in Francia. Ma questo
Giuseppe, dotto orientalista e poliglotto, professore nel-
(i) Crivellucci, Manuale cit., pag. 94.
- 88 —
1' università olandese di Leida, conobbe a fondo anche la
cronologia e v'introdusse tali miglioramenti da poter dare
alla luce un'opera intitolata De emendazione temporum
(Parigi 158 ,) che fu giustamente considerata la base della
moderna scienza cronologica.
Un po' più tardi si rese in essa famoso il padre Dio-
nigi Petau, chiamato il principe dei cronologhi o crono-
logisti, il quale pubblicò due opere importanti sotto il
titolo De doctrina temporum (Parigi 1627) e le Tabulae
chronologicae regum, dynastiarum, urbium ecc. .Parigi
1628) ch'ebbero l'onore di parecchie ristampe. Ma l'opera
maggiore che sia comparsa su tal materia è l' Art de ve-
rifier les dates (dal primo anno dell'era cristiana) pubbli-
cata dai benedettini della celebre congregazione di san
Mauro stabilitasi in Francia nel 1618 e che, consacratasi
principalmente agli studi storici e teologali, fece fare no-
tevoli progressi a certe scienze ancora nell'infanzia, come
la diplomatica, la paleografia, la cronologia; pubblicò
opere ragguardevoli sulla storia delle varie province di
quello Stato e noverò nel suo seno eruditi di vaglia, quali
appunto il Mabillon, creatore della 'Diplomatica (1) e au-
tore degli Annali dell'ordine di s. Benedetto, di cui era
discepolo s. Mauro vissuto nel VI secolo e fondatore di
parecchi monasteri nelle Gallie; il Montfaucon autore di
celebrati lavori paleografici sui padri della Chiesa ; il
Martène che, coi suoi Thesaurus novus anecdotorum (1717) ,
(1) V. pag. 25.
84
raccolse e pubblicò un gran numero di preziosi docu-
menti per la storia di Francia. Ma la grande cronologia
intitolata l' QArt de vérifier les dates ebbe parecchi colla-
boratori perchè il primo ad iniziarla, cioè Mauro France-
sco Dantine, morì sui più bello, talché fu proseguita da
don Carlo Clément e da don Orsino Durand, che pub-
blicarono la prima edizione a Parigi nel 1750. Poi ripresa,,
rimaneggiata, completata con notevoli aggiunte da don
Francesco Clément, quest'opera colossale, uno de' più va-
sti monumenti d'erudizione del secolo XVIII, ebbe nel
1770 una nuova edizione. Ma non tardò guari che lo
stesso Francesco Clément pensò a un'altra ristampa, an-
cora più ampliata. Egli vi lavorò difatti per più di un
ventennio e pubblicò nel 1783 un primo volume in-folio,
un secondo nel 1784, il terzo nel 1787 e le tavole crono-
logiche nel 1792. Per di più, egli aveva raccolti i mate-
riali per una cronologia anteriore a Gesù Cristo, ma sfor-
tunatamente morì nel 1793 senz' aver potuto pubblicarla.
Perciò quest'ultimo lavoro non vide la luce che molti anni
dopo e forma la prima parte d'una quarta edizione del-
l'ari de vénfier les dates, pubblicata da Saint-Allais dal
1818 al 1844 sotto duplice forma: in 44 volumi in-8 e 11
voi. in-4. Insomma quest'immensa raccolta riuscì un re-
pertorio unico nel suo genere, cui attinsero largamente
la maggior parte degli autori delle numerose cronologie
pubblicatesi finora in più lingue.
Siccome però si considerava prima come ufficio della
cronologia anche lo stabilire o rettificare le singole date,
onde ai manuali si soleva aggiungere tavole cronologiche
di storia universale, l' Ideler, autore del Lehrbuch (o libro
— 85 —
istruttivo) der Chronologìe pubblicato nel 1831 ma eh' è
un sunto del suo Manuale di cronologia matematica e
tecnica {Handbuch der mathematischen und technischen
Chronologìe, 1823 e seg.) rivendicò a buon diritto questo
ufficio alla storia.
Dunque la cronologia, che si divide in teoretica o ma-
tematica o astronomica perchè si occupa dei rapporti astro-
nomici in quanto servono a determinare il tempo e in
pratica o tecnica o storica perchè si occupa dei diversi si-
stemi adoperati per computarlo, non può servire che come
ausiliaria della storia per determinare il tempo cui una
fonte appartiene e per poter formulare il nostro giudizio
sul suo valore come testimonianza dei dati eh' essa con-
tiene. Difatti se noi stiamo per esempio alla sola crono-
logia diremo che la spedizione del doge Pietro Orseolo II
in Istria e Dalmazia ebbe luogo il dì dell' Ascensione
(9 maggio) del 998. E vero che il Sagomino, cioè il dia-
cono Giovanni di lui cappellano, dice schiettamente nella
sua cronaca (fonte preziosissima per la storia politica di
Venezia sino ai primordi del sec. XI), ch'essa avvenne nel
settimo aniu della sua ducea e che questo sarebbe stato
il 998 se, a proposito dell'elezione dell' Orseolo, egli pone
poco innanzi la data del 991. Ma, alcune pagine dopo, egli
afferma esplicitamente di aver conosciuta la nuova del
trionfo del suo signore {sui senioris triumpho) quando
l'imperatore Ottone III, nella sua terza discesa in Italia,
giunse a Pavia, cioè dunque nel principio del luglio del-
l' anno mille.
Ma i casi più frequenti e complicati, in cui mancano
nella fonte stessa o altrove notizie dirette e precise per
- 86 —
fissare il tempo cui una fonte appartiene, si presentano
nei prodotti letterari o nella tradizione scritta. Non era
uso anticamente apporre la data alle pubblicazioni lette-
rarie; anche atti e documenti come i capitolari dei Caro-
lingi ed altre leggi, lettere di papi e di re, protocolli e
consigli imperiali e cittadini non erano sempre datati o
non sempre datati con precisione. Inoltre spesso non ab-
biamo che copie o raccolte, fatte da persone alle quali pre-
meva solo la sostanza o anche la forma di essi, non il
tempo, che perciò tralasciarono, come nella raccolta di
leggi civili ed ecclesiastiche del codice giustinianeo, fon-
damento dell'universale giurisprudenza, nelle decretali dei
papi, ossia nelle lettere scritte dai pontefici per decidere
casi di disciplina o simili, nelle epistole di Cicerone, il
più eloquente oratore romano, e di Plinio il giovane, ni-
pote del grande naturalista, nelle Variarum di Cassio-
doro ecc. Per esempio il primo documento dell'emancipa-
zione delle Insulae Venetiae della Venezia terrestre è la
lettera scritta da Cassiodoro ministro o segretario del re
dei Goti ai tribuni dalla Venezia marittima per chiedere
che le loro navi trasportassero a Ravenna, sua residenza,
oli e vini dall'Istria (Cassiodori, Opera, Genova, 1663,
Variarum, lib. XII, n.24). Questo documento è importan-
tissimo perchè prova che quelle Isole avevano cominciato
ad eleggersi i propri magistrati e che se anche non go-
devano piena indipendenza politica si reggevano con tale
autonomia da rendere quasi nominale il dominio dei Goti.
Ma il Filiasi dimostrò {Mem. stor. de' Veneti primi e
secondi V, 41 e n. 2) che questa lettera fu scritta regnando
Vitige, non il suo predecessore Teodorico: quindi sarebbe
verso il 538, non più durante la guerra gotica contro gli
Eruli di Odoacre, che finì con la sconfìtta di quest'ultimo
in sullo scorcio del secolo antecedente.
Da ciò si vede come in tali fonti la data sarebbe im-
portantissima e quanto studio si richieda per fissarla cro-
nologicamente almeno in via approssimativa. Quante volte
il concetto della storia del diritto per intere età dipende
dal tempo in cui deve porsi una legge, un rescritto, un
privilegio, onde sotto questa o quella forma ci si presen-
tano certe istituzioni o certi rapporti ! Quante volte la co-
noscenza di trattative diplomatiche, del carattere di un
personaggio, in una parola dei più importanti fatti storici,
dipende dalla giusta cronologia dei relativi atti, delle ri-
spettive lettere ! Quante volte il valore del racconto di
una cronica dipende dalla questione se esso può conside-
rarsi o no come contemporaneo (Crivellucci, Manuale eh.
pag. 95). Per esempio la mentovata cronaca Sagornina,
ossia del diacono Giovanni, comincia dal 543 e va sino
al 1008. Ma probabilmente per la parte che non si rife-
risce al tempo in cui visse, egli prese a prestito, secondo
il costume d'allora, le opere de' suoi predecessori (come,
per citarne una, V Historia Langobardorum di Paolo),
che hanno piena somiglianza di concetto e di forma con
la sua cronaca. Ma nel mentre che si può credere a Paolo
(Varnefrido), vissuto nell' ottavo secolo per tutto ciò che
si riferisce agli ultimi longobardi, avendo soggiornato
lungamente alla corte di Rachis e del suo successore De-
siderio, presteremo invece piena fede a Giovanni Diacono,
cappellano del doge Pietro Orseolo II per quanto riguarda
la fine del secolo decimo e i primordi del seguente. Di-
fatti gli eruditi attribuirono la detta cronaca al diacono
Giovanni per l'esattezza con la quale vi è descritta la
strana e misteriosa venuta dell'imperatore germanico Ot-
tone III a Venezia: tanto più che alcune circostanze di
quell'avvenimento non potevano essere note che a lui solo
perchè non vi furono altri testimoni. Così soltanto in sua
presenza i due principi per la prima volta, nell'aprile del
iooi, s'incontrarono e s'abbracciarono fra le tenebre della
notte nell' isoletta di s. Servolo e soltanto con Giovanni
Diacono l' imperatore Ottone fece ritorno sopra una pic-
cola barca nella celebre abazia di Pomposa, spesso ricor-
data nei documenti ravennati più antichi della collezione
del Fantuzzi {Monumenti ravennati), e ch'era situata alle
foci del Po, tra i rami di Goro e di Volano, cioè ai con-
fini del ducato veneziano.
Il metodo più comune per stabilire il sincronismo di
atti o fatti storici importanti è di cercare, mettendo a
raffronto la fonte da cui sono attinti con altre fonti dello
stesso genere, a qual età in generale corrispondano per la
forma, per lo stile, per la sostanza ; in una parola per
tutti i suoi caratteri, perchè ogni età in tutte le sue ma-
nifestazioni e nei suoi prodotti reca un'impronta sua pe-
culiare che la fa distinguere dalle altre. Così si 'arriva a
determinarne il tempo in modo approssimativo; ma ta-
lora si manifestano tanto nettamente certi fenomeni ca-
ratteristici in determinati tempi che al presentarsi di essi
possiamo stabilire persino l'anno e il giorno di una data
fonte. Per esempio la mentovata cronaca del diacono Gio-
vanni dà il testo della lettera scritta dal papa Gregorio II
al dilectissimo fratri oAntonino, patriarca di Grado, perchè
- 89 —
-eccitasse i Veneziani a rimettere in Ravenna 1* esarca bi-
zantino (Eutichio) scacciato dai Longobardi. E difatti il
doge Orso Ipato si segnalò nella liberazione di Ravenna
eh' essi avevano presa ai Greci. Se non che in questa
lettera non c'è alcuna data e sebbene la sua autenticità
fu messa in dubbio dal Muratori, la si trova posta arbi-
trariamente, ne' suoi Annali a" Italia, sotto l'anno 725. Il
B ironio invece la fa risalire al 726 (Annales Ecclesiastici,
XII, 343, ed. di Lucca) e "il Troya {CoJ. dipi, long., doc.
CCCCLXIIIj tra la fine del 726 e il principio del 727.
Ma è affatto assurda una data anteriore al 727, per-
■che il patriarca Antonino non ancora era stato eletto; sa-
rebbe pure assurda una data posteriore al 728, non es-
sendo noto per quale ragione e per che modo Gregorio II
•dovesse mostrarsi ostile verso Liutprando e favorevole
verso l'impero d'Oriente. Il Cipolla invece sostenne l'au-
tenticità della lettera e con sode ragioni stabilì il 729 o
il 730 come data per la spedizione di Ravenna (QArchivio
veneto XX, 167-171). E vero che il Dahmen (TDas pontiftkat
Gregors IL Dusseldorf 1888) pone la spedizione all'anno
726, ma egli confonde indubbiamente la presa di Classe,
l'antica stazione dell'armata romana a mezz'ora da Ra-
venna, con quella di Ravenna che Paolo Diacono, lo sto-
rico dei Longobardi, ricorda in due luoghi speciali come
due fatti avvenuti l'uno dopo l'altro a qualche distanza
di tempo.
A ben giudicare del valore delle fonti è importante
lo stabilire altresì il luogo d'origine; e se non lo si co-
nosce direttamente conviene ricercarlo con mezzi indi-
retti.
— 90 —
« Indizi esterni fornisce prima di tutto il tempo dove
la fonte fu trovata o dove fu stampata, ma, beninteso*
molto relativi, poiché essa può avere viaggiato ed essere
stata conservata o stampata assai lontano dal luogo di
origine; in secondo luogo la forma in generale, la scrit-
tura, la lingua, che possiamo riconoscere per quella di un
determinato paese, di una determinata regione, accen-
nando, spesso, le peculiarità dialettali a un circuito ben
limitato. Ma conviene in ciò procedere con cautela, perché
non di rado le peculiarità linguistiche dialettali primitive
accade che siano da rimaneggiamenti o anche dalla sem-
plice trascrizione cancellate. Talora anche gli autori non
si servono del loro proprio dialetto e cercano di avvici-
narsi all'idioma dominante o a quello del lettore o dei
lettori che hanno in vista, come nella corrispondenza delle
città tedesche del nord con quelle del sud per meglio farsi
intendere adoperavano un dialetto misto. Altri indizi ca-
viamo, nelle fonti scritte, dalla sostanza. L'interesse che
si mostra per determinati luoghi o che la materia possiede
solo per luoghi determinati, il complesso delle cognizioni
geografiche e personali che l'autore tradisce e che suppone
nel lettore, straordinari particolari di qualche località,
evidente ignoranza di altre, tutto ciò serve, specie in tempi
in cui scarsi sono i mezzi di comunicazione e le cogni-
zioni geografiche limitate alla stretta cerchia della dimora
personale, a fare deduzioni circa al luogo d'origine delle
fonti (i).
(i) Crivellucci, Manuale cit., pag. ioo.
Più importante è lo stabilire chi sia l'autore della
fonte e conoscere la sua condizione e le sue relazioni
esteriori, dati necessari per ben giudicare della sua indi-
vidualità e del suo intimo valore. Quando sappiamo chi
sia l'autore, dobbiamo informarci in modo possibilmente
preciso delle sue relazioni personali. Ma sovente accade
di non saperlo. Non solo di avanzi, come editìzi, utensili,
armi ecc. ma anche di prodotti artistici o letterari igno-
riamo di frequente il nome dell' autore perchè nell' anti-
chità, e meno ancora nel medio evo, non era uso di ap-
porre sempre il nome dell'autore alle pubblicazioni, omesso
ora dall'autore stesso, ora dal copista: onde spesso avviene
che vengano falsamente attribuite a determinati autori.
Di qui il dovere di scoprire l' innominato autore di una
fonte, cosa che presenta maggiori complicazioni nelle tonti
scritte.
« La via più ordinaria anche qui è di paragonarla
con altre fonti dello stesso genere delle quali conosciamo
gli autori; e prima di tutto, se l'abbiamo, la conoscenza
del tempo e del luogo ci serve a restringere la cerchia
delle fonti da mettersi a confronto. Il carattere generale
delle forme e della sostanza ci mostra in questo confronto
se si tratta di avanzi o prodotti appartenuti o non ap-
partenuti a un dato popolo, o a una data scuola,, o a un
dato maestro. Nelle fonti scritte il confronto si può fare
sul manoscritto, sulla lingua o sullo stile e composizione,
sul modo di sentire e pensare, sulle cose in esse conte-
nute. Il confronto del manoscritto è possibile naturalmente
solo quando siamo sicuri di possedere nell'originale o
nell'autografo l'opera o lo scritto dell'ignoto autore. E
— 92 —
anche allora bisogna proceder cauti nel concludere : fa
duopo avere un ricco materiale e la più compiuta cono-
scenza della scrittura dell' età relativa, per riconoscere le
peculiarità individuali di una sola mano e riscontrarle
identiche in molti manoscritti. È noto come sia difficile
anche oggi che tanto sviluppato è il carattere individuale
della scrittura di ognuno il constatare, per esempio nei
processi, 1' identità della stessa mano ; figuriamoci in
tempi in cui la scrittura aveva assai meno carattere per-
sonale (i) ». Quanto agli argomenti che possono trarsi
dalla sostanza, la cosa è più semplice, sia che noi vi tro-
viamo trattati dei soggetti a temi che in quei campo let-
terario sogliono essere trattati da un dato autore, sia che
vengano accennati dei rapporti di cui solo quel dato au-
tore poteva essere informato, sia, infine, dalle allusioni più
o meno dirette dell'autore alla propria persona. Dai sen-
timenti ch'egli rivela, dal modo onde parla di certe per-
sone e di certe cose, possiamo argomentare secondo i casi
la sua patria, la sua dimora, la sua età, la sua condi-
zione, la sua professione, il suo partito. Poiché non è pos-
sibile ad uno scrittore nascondere del tutto le condizioni
della sua vita, i propri intendimenti, le sue relazioni. An-
che qui è necessario conoscere bene la storia del tempo,
le mode letterarie ecc. E non conviene lasciarsi trarre in
inganno se, come usavasi nell'antichità e nel medio evo,
1' autore parla di se in terza persona. Per esempio la cro-
naca del diacono Giovanni, fonte importantissima non
(i) Ibid. pag. 101.
- 93 —
solo per 1' antica storia del comune veneziano ma anche
per quella dell' impero romano-tedesco, venne pubblicata
per la prima volta nell'anno 1765 dallo Zanetti sotto il ti-
tolo di Cronaca veneziana antichissima attribuita a Gio-
vanni Sagomino. E questo perchè in fine della cronaca si
leggeva la copia di un ricorso del fabbro-ferraio Giovanni
Sagomino ai dogi Barbolano e Flabanico contro il pro-
prio gastaldo, o capo della corporazione; e ciò per non
essere tenuto coi suoi parenti a lavorare più ferro del so-
lito nella corte del palazzo ducale. Ma il Filiasi che, non
molto dopj, pubblicava la sua grande opera sui Veneti
primi e secondi (i.a ediz., 1796-98) fu primo a notare come
fosse impossibile che un fabbro-ferraio sapesse così bene
scrivere in latino ed essere tanto bene informato dei pub-
blici affari. Si noti che il cronista nella sua opera non fa
mai menzione di sé stesso in forma soggettiva e nem-
meno ricorda tutti gli avvenimenti cui ebbe parte; anzi
quando narra la sua missione ad Aquisgrana nel 993
presso Ottone III, occulta il suo nome a bello studio, per-
chè mentre il documento rispettivo (Kohlschutter, Vene-
dig unter dem Her^og Peter II Orseolo, pag. 84-85) che
si riferisce alle terre usurpate dal vescovo di Belluno
nelle vicinanze di Eraclea, attesta che il legato del doge
all'imperatore fu in quella circostanza il diacono Gio-
vanni, 1' autore così riferisce il fatto: « suum legatum
Ottoni... ad Aquisgrani pallacium sine aliqua mora trans-
misit ». Ma il diacono Giovanni Sagomino, parente forse
dell'omonimo fabbro- ferraio e ch'era cappellano di Pie-
tro Orseolo II, non prestò i suoi servigi al doge sol-
tanto nella controversia col vescovo di Belluno, la quale
.'.'" . ■ ■
- 94 -
finì con un privilegio imperiale che confermava le ragioni
veneziane sul conteso territorio, perchè anche in altre cir-
costanze gli furono affidate trattative difficili e di somma
importanza per gì' interessi economici (come ad esempio
la concessa apertura di tre mercati nel limitrofo territorio
italico, cioè in s. Michele del Quarto e in altri due luo-
ghi, sul Sile e sul Piave) e politici della sua patria. Ecco
perchè la moderna critica ha comprovato che quella cro-
nica a lui e non ad altri apparteneva.
Non di rado gli autori pubblicano le loro opere sotto
falsi nomi, sotto false iniziali o abbreviature, non tanto
per attribuirle ad altri, cosa che accade raramente, e si
tratterebbe allora di falsificazione, quanto per nascondersi;
nei qual caso è come se l'opera fosse anonima; solo che
il pseudonimo può esso stesso servirci di mezzo a sco-
prire il nome vero, come del resto può anche servire a
trarre in errore, e l'impresa è resa difficile perchè l'autore
di proposito deliberato, per rimanere nascosto, dissimula
le sue caratteristiche e anche il suo stile.
L'uso di cambiare o alterare il nome proprio delle
persone trovasi praticato fin da tempi antichissimi, benché
non molto spesso. Ma caduto il romano impero e cessato
l'uso della lingua latina, generalmente sino allora parlata
e intesa in Europa, ed avvenuto lo stabilimento dei co-
gnomi, questa costumanza divenne comune quasi da per
tutto; e varie ne furono le cagioni. Principalissima tra
queste l'abuso dei sopranomi, che dal medio evo in avanti
salirono in gran voga e gran parte dei quali diventarono
cognomi di famiglia. Siccome parecchi tra essi indicavano
qualità personali o ridicole o turpi, donde vennero deno-
— 95 —
minati quei primi che realmente le avevano e siccome la
abitudine ed il comune consentimento li facevano trasmet-
tere ne' tigli, benché in essi mancasse la caratteristica del
genitore, così la cresciuta civiltà, un certo pudore, il de-
coro personale ecc. suggerì ai posteri di sopprimere del tutto
o di modificare il brutto nomignolo. Afferma il Platina
nelle Dite de' Pontefici che il papa Sergio II, salito all'onore
del soglio nell'844, fu il primo dei romani pontefici che si
cangiasse il nome, perchè essendo egli cognominato 'Bocca
di porco volle farsi chiamare Sergio; « e che ne restasse
poi questa usanza di mutarsi i Pontefici il nome, il lor
proprio lasciando e un altro degli antichi togliendone;
benché non tutti poi 1' osservassero ».
Non più sarebbe vero in tal caso quanto asserisce il
Mandosio nella sua Biblioteca romana (centuria I n. 36)
che primo a cangiare il nome fosse Giovanni XII alias
Ottaviano, eletto papa nel 934, cioè più d'un secolo dopo
e che l'avesse fatto per onorare la memoria di suo zio
Giovanni XI. Adriano Baillet, erudito francese, che pub-
blicò nel 1653 i Jugements des savants sur les princi
paux ouvrages des auteurs, nel 1690 gli QÀuteurs degui-
scs e nell' anno seguente la vita di Cartesio ( Vie de
Descartes) ecc. narra che parecchi dei suoi connazionali,
vergognandosi di cognomi indicanti una troppa umile
condizione, vollero tradurli in lingua latina: perciò oMarè-
chal-ferrant (maniscalco) si chiamò Veterinarius, Bar-
bier 'Barberis, Charpentier ( falegname ) Jabricius ecc.
Così in Germania lo Schwarzerde (terra nera), fido amico
e collaboratore di Lutero, mutò il proprio nome in Me-
lanchthon; e, più tardi, il Trapassi, creatore del melo-
— 96 —
del melodramma italiano, cognominavasi, per fantasia del
suo mecenate (Vincenzo Gravina), Metastasio. E in Italia
pure gli scarpari divennero Scarpis o De Scarpis, i fabbri
divennero Fabris e così via. Ma basta prendere il Calen-
dario generale del 189S compilato a cura del Ministero
dell'Interno per conoscere che abbiamo ancora dei co-
gnomi in gran numero simili ai nomi dei bruti: Colombo,.
Piccione, Gallo, Gallina, Mosca, Uccelli, Quaglia, Vacca,
Vitello e Vitelli, Bigatti, Biscia, Volpe e Volpi, Falco,
Tacchini, Corvo, Cavalla e Cavalli, Asinelli, Bo, Bove,
Capra e Capriolo; nomi di cose mangerecce come Macca-
roni e Maccheroni, Pepe, Castagna, Pera, Peri e Pero,
Baccalà, Pesce, Pescetto e Pescetti, Cipolla, Biada e Biava,
Avena, Focaccia, Fugazza e Gelati; nomi di parti del
corpo umano come Collo, Gamba e Naso ; nome d'oggetti
diversi come Campana, Campanella e Campanelli, Carta
e Cartoni, Sacco, Sacchi, Sacconi, Sacchetto e Sacchetti;
Capelli e Cappelli, Paglia e Cappuccio; Tabacco e Tabac-
chi; nomi strambi come Becco, Mercurio, Gobbo, Momo,
Pisci utta ecc.
La curiosità di scoprire il nome vero degli anonimi
e pseudonimi scrittori ha dato da faticare non poco agli
eruditi; e molte volte senza poter venire in chiaro della
verità. Cosi per es. dal bibliotecario Percheron in poi fu-
ron vane le ricerche per scoprire 1" autore de la Geogra-
fie dell'anonimo di Ravenna da lui pubblicata a Parigi
nel 16SS con opportune annotazioni; il cardinale di Ri-
chelieu non riuscì pur mai a conoscere, nonostante il
sommo suo potere, l'autore della satira contro di lui pub-
blicata nel 1633 sotto il sarcastico titolo-' <* Le gouverne-
ment présent ou éloge de son Eminence ».In ultimo sol-
tanto sarebbesi scoperto che autore della descrizione delle
opere d'arte nell'Italia settentrionale della prima metà del
secolo XVT conosciuta sotto il nome di anonimo del <£Mo-
relli o morelliano, perchè pubblicata la prima volta dal-
l' abate Jacopo Morelli a Bassano nel 1800 e poi a Bolo-
gna dal Frizzoni nel 1884, fosse stato il veneto patrizio
Marc' Antonio Michiel (1), morto il 9 maggio 1582 ed
autore anche dei rDiarii manoscritti che si trovano nella
raccolta Cicogna, ora al Museo Civico di Venezia. Ma
chi sarà mai l'anonimo di s. Gallo, cioè dell'abazia sviz-
zera di benedettini fondata nel secolo VII dal monaco
scozzese s. Gallo e divenuta dall' Vili al X secolo una
delle più celebri scuole scientifiche dell'Europa ? Al quale
anonimo, che viveva nel secolo IX, si deve una 'Vita di
Carlomagno in due libri, scritta per ordine dell' impera-
tore Carlo il grosso circa 1' anno 870 e che fu data alle
stampe da Canisio, Duchène, Bouquet ecc.?
Scrittori italiani e stranieri trattarono degli autori
anonimi e pseudonimi, tra cui il Piaccio (Theatrum Ano-
nymorum et Pseudonymorum, Amburgo 1708, 2.a ed. 1740),
il Barbier {T)ict des Ouvrages Anonymes et Tseudony-
mes, Paris 1806-09, 2.a ed. 1822), il Lancetti {Pseudonimia,
Milano 1836), il Melzi ^Di^ionario degli anonimi e pseu-
(1) Cicogna, Intorno la vita e le opere di Marcantonio Mi-
cbiel patrizio veneto della prima metà del secolo XVI. Atti del-
l'Istituto Veneto, voi. IX, 1860 e, in op. separ., Antonelli,
1861, in-4.
7
- 98 —
donimi italiani, Milano 1848) ed il Passano ('Dizionario
di opere anonime e pseudonimi in supplemento a quello di
Gaetano oMe^i. Ancona, Morelli, 1887), onde le ricerche
per scoprire gli autori delle opere anonime sono state
quasi sempre coronate da felice successo. Ma fra quelle
che non fu mai possibile d' attribuire definitivamente ad
un autore si novera nell'antichità la batracomiomachìa,
ossia la guerra delle rane e dei topi, poema eroicomico
che si attribuisce ad Omero, l'immortale autore de\V Iliade,
vissuto nel X secolo avanti Cristo, ma che invece, secondo
alcuni critici, sarebbe stato scritto ben più tardi. L'attri-
buzione di questo poema burlesco al più grande dei poeti
greci non è da prendersi in sul serio; la parodia della
poesia epica non può essere contemporanea dell'epopea e
i particolari stessi della TBatracomiomachìa dinotano una
civiltà posteriore ai tempi omerici. Giacomo Leopardi, il
sommo verseggiatore e filologo recanatese, nel suo di-
scorso su questo poema (.1), pensa per esempio che non è
anteriore al terzo secolo av. Cristo.
Anche il medio evo novera un'opera celebre di cui
non è ben noto l'autore. E questa l' Imitazione di Cristo
{De imitazione Christi, pubblicata in più lingue) che al-
cuni attribuiscono a s. Bernardo, il grande asceta vissuto
dal 1091 al 1153, altri al frate agostiniano Tomaso Kem-
(1) Discorso sopra la Batracomiomachia ; La guerra dei topi
e delle rane, volgar. nello Spett. Ita!., voi. VII, e negli Studi
FU. 1816.
— 99 —
pis, uomo di molta pietà e coltura, vissuto dal 1380 al
1471, oppure al teologo Gerson (Giovanni Charlier), can-
celliere dell'Università parigina, morto nel 1429, o, final-
mente, a Giovanni Gersen di Cavaglià nel Biellese, che
fu abate dei Benedettini di Vercelli nella prima metà del
secolo decimoterzo e ch'é forse il vero autore di quell'in-
signe lavoro ascetico. Cfr. il de Gregory neìYHistoire du
livre de l'imitatìon de Jésus-Christ et de son verìtable au-
teur pubblicata a Parigi nel 1827 e> Per ultimo, il Puyol,
L'auleiir du livre de Imitatone Christi (i.a sezione), Paris,
Retaux, 1899 e 2.a sezione (Bìbliographie de la contesta -
tion) Paris, Retaux, 1900, che l'attribuisce senz'altro allo
stesso Gersen, contemporaneo di san Francesco d'Assisi
« ayant subì l'influence de la spiritualité franciscaine dans
son premier développement » (I, 195).
Nei tempi moderni abbiamo pure una pubblicazione
di cui non si conosce l'autore: cioè le Lettere polìtiche di
Junius stampate a Londra nel Public Advertiser dal 1769
al 1772 e poi anche in un libro dedicato alla nazione in-
glese contenente una severa pittura della situazione della
Gran Bretagna e della condotta di quel governo. Anzi nella
prefazione egli reclama la libertà di stampa, che difatti ha
principio da allora. Ma chi è questo Junius ? Nessuno an-
cora lo sa e forse non si saprà mai. avverandosi così il
vaticinio che si legge in detta prelazione : « Io sono solo
depositario del mio segreto ed esso perirà con me ».
Avendo parlato sinora dei caratteri estrinseci delle fonti
in ordine al tempo, al luogo e all'autore, mi rimane a dire
qualche cosa rispetto all'analisi delle fonti, ossia (il che è
ben più difficile) all'esame che se ne fa per vedere se
LofC.
— 100 -
sono originali o se sono dipendenti, se immediate o me-
diate testimonianze dei fatti. In queste fonti appunto im-
porta di stabilire se il relatore ha visto o udito ciò che
egli riferisce o se riferisce diètro altrui rapporto e di chi;
nel primo caso la sua relazione è fonte originaria nello
stretto senso della parola, nel secondo derivata. Ma anche
i testimoni più prossimi ai fatti hanno bisogno di com-
pletare le loro relazioni con comunicazioni avute da
altri, perchè essi stessi, in generale, solo una parte dei
fatti possono aver visto o udito; tuttavia si suole esten-
dere il concetto delle fonti originarie alle relazioni dei
contemporanei, le quali riposano o sulla loro propria per-
cezione o su quella di altri contemporanei. Fonti derivate
possono avere il valore di fonti originarie, ma noi sono
quando quelle ond' esse derivano sono andate perdute (i).
Il mezzo più ovvio, ossia il metodo da tenere, per con-
statare l'originarietà o la dipendenza e le relazioni delle
fonti tra loro è di stabilirne il tempo, 1' autore, il luogo.
Giovano anche dati che possono trovarsi nelle fonti stesse
in quanto 1' autore si dà direttamente o indirettamente
come testimone oculare, o si richiama ai suoi malleva-
dori, o cita le sue fonti.
In mancanza d'altro si ricorre all'analisi delle fonti,
desumendo le prove dai semplici testi. Essa si basa essen-
zialmente, oltre che su particolari criteri, su due principi
psicologici constatati dall'esperienza: i.° due o più persone
che riferiscono il più semplice avvenimento, non che un
(i) Crivellucci, Manuale ci?., pag. 106.
— 101 —
insieme complicato di avvenimenti, di cui sieno stati te-
stimoni, non colgono e non rappresentano e riferiscono
mai tutti i punti di esso nel medesimo modo; 2.0 due o
più persone le quali indipendentemente T una dall'altra
esprimono col linguaggio il medesimo concetto non lo
fanno mai interamente nella stessa forma, fatta astrazione
di certe parole, frasi e formule che non sono espressione
individuale del pensiero. Ma se due o più fonti riferiscono
i medesimi fatti in forma diversa non ne segue senz'altro
che non abbiano relazione alcuna tra loro; poiché il ri-
petersi dell'espressione e della forma del modello dipende
dallo scrittore che se ne serve, e può avvenire per varie
ragioni in diverso modo e anche non aver luogo affatto.
Nel primo medio evo e in parte anche, ma in molto mi-
nor misura, nell'antichità, si soleva, senz'alcuna idea della
proprietà letteraria e senza sentire il bisogno di assimi-
larsi la materia, copiare letteralmente gli esemplari; in al-
tri tempi si preferì di variare; oggi ci crediamo assoluta-
mente in obbligo di assimilarci coll'opera propria ciò che
prendiamo da altri e solo eccezionalmente riportiamo alla
lettera, indicando sempre la fonte. Vi sono pure autori
così ingegnosi che, assimilando, trasformano facilmente,
e si servono delle fonti più liberamente di altri che
ne fanno continua menzione. Talora dipende anche dal
modo di lavorare, se cioè un autore lavora su appunti
o a memoria, se fa un lavoro a pezzi o di un sol getto.
Il medesimo autore talvolta tiene un metodo, talvolta
un altro. Paolo Diacono (730-793} per esempio nella sua
Historia romana, servendosi di Eutropio, il celebre sto-
rico latino del IV secolo, non ha fatto che delle ag-
— 102 —
giunte (Mommsen, Neues Archiv, 1879, voi. V pag. 54); in-
vece neir Historia Langobardorum pare che si valga più
liberamente delle fonti, che non potevano mancargli come
segretario del longobardico re Desiderio. La maggiore o
minore diversificazione dipende anche dalla diversità o
dalla identità del genere letterario cui appartiene la fonte:
un annalista può trascrivere letteralmente da un altro
annalista, ma se un annalista attinge da una poesia, un
poeta da annali, un biografo da fonti diverse, non pos-
sono prendere il materiale senza grandi mutamenti di
forma. Bisogna perciò aver presente il carattere partico-
lare delle fonti per poter con sicurezza o affermare V esi-
stenza di una identica concezione nonostante le muta-
zioni di forma, o, piuttosto che abbandonarsi a giudizi
subiettivi, pronunziare un coscienzioso non liquet, non è
chiaro. L'ordine in cui le varie parti di un fatto o i varii
fatti vengono esposti, può essere pure un criterio dimo-
strativo di conformità, non per altro l'ordine cronologico
soltanto, che si presenta da sé naturalmente ad ogni scrit-
tore, indipendentemente da altri (1).
Inoltre non debbonsi trascurare i rapporti individuali
degli autori. Potendo la scelta delle varie parti d'un fatto
o di varii fatti essere determinata dal punto di vista del-
l'autore, più autori che abbiano lo stesso punto di vista
possono cadere nella stessa scelta senza dipendere uno
dall' altro. Sarebbe per esempio sbagliato questo ragiona-
mento : i tali storici narrano fatti in senso favorevole al
(1) Ibid. pag. 109.
partito ghibellino, mentre altri molti contemporanei mo-
strano una tendenza affatto contraria ; dunque e' é una
attinenza fra i primi. « In tali casi l'accordo e il disaccordo
è prodotto non da dipendenza dell' una dall'altra, ma da
ragioni locali e di partito » (i).
Invece nell' (annalista Sassone {^Monumenta Germa-
niae historica, voi. VI degli Scriptores) circa all'elezione
di Corrado III di Weibìingen, castello degli Hohenstaufen,
e alla sua lotta coi Welfen o Guelfi negli anni 1 138 e 1 139
finita con la battaglia di Weinsberg (2t dicembre 1140)
in cui soccombette Welf VI che aveva tentato di ricupe-
rare il ducato di Baviera tolto al fratello Arrigo (2), si av-
vicendano passi tolti da fonte favorevole ai Guelfi con
passi di una fonte favorevole agli Svevi. Ora se il com-
pilatore accolse nel suo testo passi del testo che aveva di-
nanzi senza troppo modificarli, potremo distinguere, stante
la differenza della materia, quelli che appartenevano ad
un'altra fonte, forse perduta.
Il metodo per trovare tracce di testi perduti in più
fonti (che consiste nello stabilire rapporti tra due fonti
affini onde provare ch'esse non hanno affatto attinenza
tra loro ma un legame dipendente da un esemplare co-
mune) riesce vieppiù sicuro per il tempo antico e per l'evo
(1) Ibid. pag. 110.
(2) Come il grido di guerra per gli uni era stato Weibìin-
gen, per gli altri Welf, vuoisi che gl'Italiani adottassero questi
due vocaboli per designare i partigiani dell'imperatore col nome
di Ghibellini e quelli del papa col nome di Guelfi.
— 104 —
di mezzo, in cui si solevano trascrivere le fonti letteral-
mente. L'usò per primo il Waitz, professore nell'univer-
sità prussiana di Gottinga succeduto al Pertz nella dire-
zione dei ^Monumenta Germaniae historica in Archiv filr
altere deutsche Geschichtskunde (riordinato 'nel 1875 col
titolo di Neues Archiv der Gesellschaft filr altere deut-
sche Geschichtskunde) del 1838 (voi. VI pag. 663 e seg.).
Così gli studi e le ricerche del celebre storico berli-
nese Guglielmo Giesebrecht, autore della classica Storia
della Germania nell'epoca imperiale (1), sugli Annales Al-
tahenses nel 1841 ebbero conferma dalla scoperta degli
annali stessi nel 1867 (Wattenbach, ^Deutschlands Ge-
schichtsquellen im Mittelalter bis \ur Mitte des drei^ehnten
Iahrhunderts, 1886, voi. II pag. 21 e seg.). Un esempio di
ricostruzione di documenti perduti offre poi il Lamprecht
nell'opera: La questione romana da re Pipino all'impe-
ratore Lodovico il Pio {T)ìe romische Frage von Kónig
Pippin bis auf Kaiser Ludwig den Frommen) pubblicata
nel 1889.
Per mostrare che tali studi non sono giochi di fan-
tasia basti dire che per essi si dimostra come in molti
capitoli della Storia longobardica di Paolo Diacono scritta
neirVHI secolo abbiamo non pochi frammenti dell'abate
Secondo da Trento (2), amico intrinseco della regina Teo-
fi) Gescbichte der deutschen Kaìser^eti, Brunswick 1855 e seg.
(5 voi.), Lipsia 1881 e seg. Il Giesebrecht scrisse anche su « Ar-
nold von Brescia » Mùnchen 1873.
(2) La cronaca originale di Secondo da Trento è ora irre-
peribile. Se ne ha un frammento dell'anno 586 nei tM.on. Gertn.
— 105 -
dolinda che rimasta vedova del longobardico re Autari,
morto in sullo scorcio del secolo sesto, sposò il duca Agi-
lulfo di Torino che per conseguenza divenne re; inoltre,
per tali studi e ricerche sappiamo come la storia dei ve-
scovi ed arcivescovi di Ravenna del ravennate Andrea
Agnello, vissuto nel nono secolo, pubblicata nel 1708 dal
padre benedettino Benedetto Bacchini, bibliotecario estense,
e ristampata dal Muratori nel t. II dei suoi cI{erum Itali-
carum Scriptores, sia qua e là un tessuto di favole e dove
afferma il vero riporta i fatti confusi e confonde le date;
dall' Historia sacra (1), infine, di Sulpicio Severo che dalla
creazione del mondo va fino al IV secolo, sappiamo quali
parti della storia di Tacito, il più grande storico romano
dell'età imperiale nato a mezzo il primo secolo dell'era
cristiana, sieno andate perdute perchè le sue Historie in
quattordici libri che vanno da Galba a Domiziano sono
rimaste frammentarie.
Nell'esame dei rapporti tra le fonti è assolutamente
indispensabile, a chi voglia evitare errori, farsi un con-
bist.f voi. del 1878: Scriptores rerum Longob 'ardi 'carimi et Italica-
rum saec. VI-IX. pag. 25 n. 3.
Nello stesso volume si trovano YHistoria Langobardorum di
Paolo Diacono e la storia dei vescovi di Ravenna dell'Agnello,
pubblicate anche dal Muratori.
É il Dahn (LongobarJische Studien, 1876, I: Paulus Diaconus)
che scoperse in molti cap. dell'io. Lang. del Varnefrido fram-
menti di Secondo da Trento.
(1) Milano 1480, Venezia 1502, Basilea 1556, Bolo-
gna 1 561 ecc.
— 106 —
cetto esatto della natura delle fonti stesse e delle loro ca-
ratteristiche principali, conoscere bene il loro processo di
compilazione, il modo di lavorare degli autori e guar-
darsi dal trarre conclusioni, da passi o brani isolati, sulla
specie dei rapporti che corrono tra due o più fonti (i).
Inoltre bisogna sempre aver in mente che in una stessa
opera questi rapporti possono mutare sostanzialmente,,
come ad esempio negli annali o nelle croniche medievali
che attingono dall' uno o dall' altro le notizie dei fatti e
poi diventano indipendenti.
Un'osservazione da me fatta, esaminando le croniche
dell' età di mezzo, comprese le venete, è che per lo più
riportano alla lettera interi brani di croniche anteriori,,
alle quali gli scrittori successivi aggiungevano il racconto
o la descrizione dei fatti che avvenivano al loro tempo-*
il che bastava perchè la cronaca portasse il nome del
nuovo ed ultimo cronista e fosse reputata tutta fattura
sua. Bisogna adunque aver presente l'intera opera per sot-
toporre a riscontro le conclusioni che si traggono dai sin-
goli passi e vedere se bastano a spiegare i rapporti esi-
stenti in questa o quella parte e se vi sia relazione di
continuità tra le varie parti, tanto dal punto di vista og-
gettivo che soggettivo, tanto nella forma caratteristica del-
l'esposizione che nella scelta giudiziosa dei fatti.
(i) Cri vel lucci. Manuale cit., pag. 126.
LEZIONE V.
'elle varie specie di fonti.
Finora ho parlato della critica estrinseca che ha per
ufficio di provare 1' autenticità delle fonti e di stabilire
la loro origine. Ma oggi tratterò invece della critica in-
trinseca, che deve dimostrare la realtà dei fatti, giudi-
cando il valore delle fonti rispetto ad essa. Il suo ufficio,
dice il prof. Crivellucci dell' università di Pisa nel suo
eccellente ^Manuale del metodo storico (p. 133), somiglia
a quello del giudice istruttore, il quale deve constatare
la realtà d' un delitto dalle dichiarazioni dei testimoni e
dalle immediate tracce di esso. Così la critica intrin-
seca sottopone al suo vaglio 1' efficacia dimostrativa delie-
singole tracce e testimonianze, riscontra e bilancia le une
con le altre. Il valore potenziale di tutte queste prove di-
pende da una parte dai rapporti che hanno col fatto stesso,
dall'altro dalla loro connessione più o meno intima. Oc-
corre dunque determinare in primo luogo l' intrinseco
valore delle fonti e poi sottoporre a riscontro le testimo-
nianze di queste stesse fonti tra loro : donde scaturisce
il giudizio sulla realtà del fatto. Ma bisogna distinguere
le fonti in avanzi, cioè reliquie o tracce dei fatti mede-
— 108 -
simi, e in tradizione che ci dà soltanto relazione di que-
sti fatti. Le tracce attestano la realtà dei fatti dei quali
sono, se cosi si può dire, gli eredi necessari ; la tradizione
invece ci rappresenta gli avvenimenti come si riflettono
nella mente dell' autore, nel modo eh' egli potè e volle
comprenderli e riferirli. Ecco perchè la metodica deve
considerare sotto un aspetto diverso queste varie specie di
fonti, non sempre nettamente distinte le une dalle altre
perchè una fonte che sotto un aspetto appartiene alla spe-
cie degli avanzi, sotto un altro può contenere della tradi-
zione : dunque secondo che si tratti dell'uno o dell'altro
caso occorre applicare le regole per gli avanzi e per la
tradizione. Del resto, ogni fonte appartenente alla tradi-
zione in quanto la consideriamo come prodotto dello spi-
rito umano, può essere riguardata quale avanzo e il cri-
terio relativo agli avanzi non è eguale per tutte le cate-
gorie, perchè quella ad esempio dei monumenti è soggetta
a certi motivi di contraffazione, dipendenti dal loro ca-
rattere, mentre, d'altro lato, alcune specie di fonti appar-
tenenti alla tradizione sono soggette ad essere svisate non
molto più di quanto lo sia una parte degli avanzi (i).
Ma v' è un'altra differenza, per lo più poco avvertita,
tra gli avanzi e la tradizione a vantaggio delle testimo-
nianze dell'ultima. La tradizione ci rappresenta gli avve-
nimenti, se pure subiettivamente svisati, in modo affatto
diretto ; le reliquie solo sotto un certo aspetto danno
notizia diretta dei fatti, perchè di questi sono le vestigia.
La parte migliore delle informazioni che noi ad esse dob-
(i) Crivellucci, Manuale cit., pag. 135.
- 109 -
biamo, la otteniamo solo mediante illazioni tratte dalla
esistenza loro e dalle loro particolarità sugli avvenimenti
e sulle occasioni che le produssero (i). Per esempio dalie-
inscrizioni della chiesa gradense di s. Eufemia, che atte-
stano largizioni d'ufficiali e soldati greci per la costru-
zione di quel tempio (2) noi possiamo dedurre con tutta
sicurezza che i Bizantini tennero le loro truppe nella
Venezia marittima almeno sino alla fine del secolo VI.
E così vengono smentiti i mendaci sostenitori della sua
originaria indipendenza.
Una lapide scoperta alle falde del monte Venda, il
più alto dei colli Euganei ed ora depositata nel museo di.
Este, ci attesta quale fosse precisamente il contine tra il
territorio atestino e padovano sino dal tempo del procon-
sole Caio Cecilio Metello, vale a dire più d' un secolo e
mezzo avanti l'era cristiana (3). Ma se queste reliquie
provano indirettamente l' occupazione greca nella Vene-
zia marittima e la dominazione romana nei territori di.
Padova e di Este noi conosciamo direttamente questi due
fatti dalle fonti storiche più accreditate o contemporanee.
Per concludere, noi dobbiamo prendere in conside-
razione le diverse specie di fonti (cioè avanzi, monumenti,
tradizione scritta e tradizione orale) se vogliamo cono-
( i ) Ibidem .
(2) Mommsen, Corpus Inscriptionum Latinarum , ai nu-
meri 1 590-1 593.
(3) Filiasi, Memorie de' Veneti primi e secondi I, 259, ove si-
legge anche la relativa inscrizione.
— 110 -
scere i loro vari rapporti coi fatti, cioè il loro carattere
come testimonianze.
Tratterò prima di tutto degli avanzi. Meno esposte ad
influssi soggettivi sono le reliquie personali e le tracce del
vivere umano, le istituzioni presenti e le vestigia di quelle
del passato, i prodotti industriali, artistici e scientifici, gli
usi e la favella; ma da tali fonti noi caviamo il maggior
profitto solo venendo ad un'illazione coi fatti, di cui of-
frono gl'indubbi contrassegni. A meglio chiarirli ed
apprezzarli noi domanderemo il soccorso delle scienze
ausiliarie od affini alla storia e quindi ricorreremo all'an-
tropologia, ossia alla scienza che tratta dell'uomo, quanto
alle sue facoltà naturali, considerato individualmente in
tutto il proprio essere e considerato nel complesso degli
individui che costituiscono l'umanità; l'etnologia o an-
tropogeografia (siccome sta fra l'antropologia e la geogra-
fia) perchè riguarda l'origine e la conoscenza delle razze
umane non solo dal punto di vista biologico e sociale ma
eziandio da quello della loro distribuzione e diffusione
sulla terra (i); l'etnografia da non confondersi con l'etno-
logia e che fa parte invece della geografia e della storia
perchè ha per oggetto lo studio e la descrizione dei di-
versi popoli della terra, della loro lingua, letteratura, usi,
(i) La voce antropogeografia fece la sua prima comparsa
nel 1882 col Manuale del Ratzel, il cui 20 volume fu edito nel
1891 {Anthropo - Geographic oder Grund&ge der Andwenduna der
Erdkuude auf die Geschìchte ecc., cioè il movimento storico del po-
poli in rapporto alle condizioni ed alla vastità del suolo, al
clima ecc.)
costumi, condizioni politiche e religiose ecc.; l'archeologia
che si occupa di tutto quanto appartiene alla vita pubblica
e privata degli antichi e in modo particolare dei loro mo-
numenti, delle loro arti e delle loro industrie. E come
queste scienze ci danno appunto il modo di conoscere e
di giudicare del valore degli avanzi personali degli uo-
mini, comprese le tracce del vivere umano, la linguistica,
ossia lo studio comparativo e filosofico delle lingue, at-
tende invece a giudicare il valore dei prodotti dello spi-
rito. La questione della favella ha difatti un'importanza
molteplice e grandissima. Essa è, come argutamente nota
lo Schaffle (Bau und Leben des socialen Korpers I, 331,
ossia struttura e vita del corpo sociale), la simbolica ca-
pitalizzazione di tutto il lavoro storico dello spirito. Come
è risaputo, solo nel secolo nostro fu disserrata quest'an-
tica, genuina e inesauribile fonte delia storia.
Primo veramente a stabilire le basi della nuova
scienza fu il gesuita spagnuoìo Lorenzo Hervas che, sta-
bilitosi in Italia, pubblicò in Cesena tra il-1785 e il 1787
una grande opera intitolata V Idea dell'universo che con-
tiene la storia della vita dell' uomo ecc. e divisa in varie
parti, una delle quali intitolata: Catalogo delle lingue co-
nosciute e delle loro affinità e diversità. Ma colui che tra-
sformò la disciplina linguistica in un vero sistema filoso-
fico fondato sull'indagine dei principii grammaticali che
prelusero alla formazione d'ogni singolo gruppo lingui-
stico fu Guglielmo Humboldt (1767-1833), il quale ne-
gli Atti dell'Accademia di Berlino stampò nel 1820 una
sua memoria sullo studio comparativo delle lingue in rela-
zione alle differenti epoche del loro sviluppo: Uber das
— 112 -
vergleichende Sprachstudium in Be^iehung auf die ver-
schiedenden Epochen der Sprachentwickelung.
È strana l'attinenza ch'esiste fra l'antropologia e la
linguistica, fra la gerarchia delle lingue e la gerarchia
delle razze umane. Il greco antico per esempio è incon-
trastabilmente la lingua di maggior bellezza e noi pos-
piamo dalla statuaria greca aver conoscenza dei tipi di
bellezza fisica che imitavano quegli artisti. Dalle storie
sappiamo quai rudi e coraggiosi popoli fossero i Latini ed
il dominio ch'ebbero su tutto il mondo antico. Ora nella
grandezza ruvida del latino si rispecchia mirabilmente la
grandezza degli antichi Romani. Tutto insomma attesta
la verità proclamata dal sommo Humboldt: essere, cioè*
il carattere d'una lingua e lo spirito d'una nazione così
intimamente collegati che, dato l'uno, si può arguire con
sicurezza dell'altro. Contemporanei ad esso, ma più spe-
cialmente consacrati alla scienza delle lingue comparate
ed ai quali si debbono quindi gli odierni progressi lin-
guistici, furono i celebri filoioghi Giacomo Grimm (1785-
1863) autore della Geschichte der deutschen Sprache (Lip-
sia 1848) e Francesco Bopp (1791-1867; professore di san-
scrito, ossia di lingua sacra degl' Indiani ed autore oltre
che di Glossari sanscriti, della Grammatica comparata di
lingue sanscrita, greca, latina, gotica e tedesca. La prima
grande conquista di questo nuovo ramo dello scibile fu
la scoperta dei primitivi rapporti da una parte dei popoli
così detti indo-europei, dall'altra dei popoli semiti. La fa-
miglia dei primi che hanno per antenati gli Arii od Ariani*
uno dei popoli più antichi dell' Asia, abitanti dell' Aria
nell'antica Persia, che vuoisi sorgesse sul posto dell'odierna
Herat, capitale dell'Afganistan, comprende gli Indù (India
anteriore), gli Irani (alta Asia), i Greci, gì' Italici (i), i
Celti (2), i Germani e gli Slavi. E le lingue indo-europee
od ariane appartengono ad una famiglia di idiomi, il cui
tipo è il sanscrito.
Dalla famiglia dei Semiti vennero invece gli Assiri,
i Caldei, gli Ebrei, i Fenici qcc. ed è divisa in tre rami
principali: l'Arameo (da Aram figlio di Sem, padre degli
Aramei e dei Caldei), l'Ebreo e l' Arabo-Etiopico.
Insomma lo studio delle lingue comparate è necessa-
rio per sapere ben giudicare il valore dei prodotti dello
spirito, onde poter spiegare con le tracce di instituzioni
dell' età remota, vicende e civiltà di secoli privi d' ogni
altra tradizione. Ma non basta. Un' altra conquista della
linguistica è lo studio dei nomi dei luoghi, dei fiumi, dei
monti, mediante il quale si può conoscere il tempo in cui
appaiono tali nomi, i loro rapporti e i fatti storici ad essi
relativi. In paragone delle arbitrarie etimologie delle leg-
gende popolari e degli scrittori antichi il nuovo studio
segna un grande progresso scientifico.
« Gli altri prodotti dello spirito, di qualunque specie
siano, ci servono, ciascuno nel rispettivo campo, come te-
stimonianza delle attitudini morali, delle idee, dei senti-
(1) Ognuno sa che per Italici s'intendono le famiglie dei
Latini, degli Oschi, degli Umbri ecc.
(2) Popolo di razza Caucasi ca che si sparse nella Francia,
nella Spagna, nella Gran Bretagna, in Irlanda e nell'Italia set-
tentrionale.
— 114 —
menti, in una parola del grado di coltura delle età rispet-
tive e dei relativi autori, ed hanno, così considerati, il ca-
rattere di avanzi. Anche tutte le opere storiche d' ogni
specie posseggono dunque il carattere di avanzi in quanto
noi le consideriamo come documenti dello stato e della
maniera d'essere della scienza storica, del modo di con-
cepire e di scrivere delle relative età, scuole e persone; e
sotto questo rispetto anche opere storiche assai posteriori
all'età cui si riferiscono e che in nessun caso potrebbero
servire di documento per determinare il valore storico del
materiale che contengono, acquistano valore proprio; per-
chè non solo' ha una certa importanza il sapere da quali
sussidi un' età traeva la sua conoscenza del passato, ma
è d'interesse grandissimo il vedere in che modo essa ri-
traeva il concetto che aveva del passato e il conoscere le
forme date al materiale storico , le quali poi influirono
forse su opere posteriori importanti ed hanno peso per
la critica di queste. Le notizie di fatti storici contenute
nei prodotti dello spirito soggiacciono naturalmente a
quei turbamenti subiettivi, ai quali la tradizione è sem-
pre esposta, e cadono sotto le regole del metodo che è da
adoperarsi con essa. Per es. la cronica d' Ottone di Fri-
singa (il noto vescovo che scrisse le geste dell'imperatore
Federico Barba rossa) stampata nei ^Monumenta Germa-
niae historica, quando venga considerata puramente come
un prodotto della letteratura storica, ci fornisce, meglio di
qualunque altro avanzo monumentale, documenti obiet-
tivi sul modo di concepire la storia e sull'arte di scriverla
dell' autore e del suo tempo; ma se vorremo cavare
- 115 —
di là testimonianze sulla storia del primo Federico noi
vi troveremo la verità soventi volte turbata a causa del
passaggio dei fatti narrati attraverso lo spirito peculiare
dell' autore. Talora anche i prodotti dei più disparati ge-
neri di letteratura possono contenere fatti storici ; e que-
ste parti, che rientrano nella tradizione, sono nel carat-
tere loro da distinguere nettamente i). »
Ora veniamo ad un caso pratico. Supponiamo che
uno di voi si proponga di scrivere una nuova storia di
Venezia. Sentite cosa gli converrebbe di fare nel periodo
di preparazione ; e ve lo dice uno che la sta studiando
soltanto da una quarantina d' anni, o poco meno, senza
essere venuto a capo di ciò che avrebbe voluto per dare
fuori qualche cosa di veramente buono ed utile. Quegli
adunque che intendesse accingersi ora alla compilazione
di un'opera così vasta, seguendo in tutto e per tutto le
regole dell'odierna metodica, dovrebbe dedicare anni pa-
recchi per compulsare tutte le fonti che gli occorrono per
compiere un sì gigantesco disegno, fare gli opportuni raf-
fronti ecc. ecc. Vengono in primo luogo, nella serie degli
elementi che compongono il materiale di carico e scarico, i
documenti dell'Archivio di Stato custoditi in più che tre-
cento locali contenenti gli antichi Archivi della Repubblica
Ccioè 96520 tra filze e registri, 52878 pergamene, 6303 di-
segni), i moderni (tra buste, pacchi, registri ecc. un cen-
tomila pezzi e più) ed il notarile dal 1030 al 1830 (mi-
riadi e miriadi di documenti).
(1) Crivellucci, Manuale cit., pag. 138.
— 116 —
E tra questi archivi della Repubblica primeggiano,
per importanza storica, quelli della Cancelleria ducale,
della Cancelleria secreta, del Consiglio dei X e degl'In-
quisitori di Stato, del Senato, del Maggior Consiglio, dei
conventi e monasteri soppressi, delle scuole e fraterne dei
poveri, delle corporazioni d'arti e mestieri, del Sant'Uffi-
zio; i dispacci e le relazioni (tanto famose) dei veneti am-
basciatori, di cui ne abbiamo parecchie a stampa per opera
del Tommaseo (i) e dell'Alberi, prima, del Berchet e del Ba-
rozzi più di recente; i libri dei Patti, la cui serie si chiude
col finire del secolo XIV, ed i Commemoriali, dei quali
parlerò più avanti (lezione X) perchè costituiscono il
vero Codice diplomatico della Veneta Repubblica, primo
fra tutti in Europa; il libro doro, cioè i volumi delle nascite
(dal 1506) e dei matrimoni (dal 1526) dei veneti patrizi; i ne-
crologi (con qualche rara lacuna) del Magistrato alla Sanità
di tutti i cittadini di Venezia dal 1537 al 1805; l'Archivio
della Zecca e dell' Arsenale ; i libri dei Cerimoniali con
tutte le regole d etichetta per il doge e la sua corte, per
la venuta di principi stranieri e pel ricevimento degli
ambasciatori ; gli atti dei veneti consolati ; i rapporti dei
comandanti o provveditori d'armata e dei funzionari pre-
posti al governo dei paesi soggetti alla Repubblica ; le
lettere ducali, ossia del governo, scritte in nome del doge;
gli autografi dei sovrani, pontefici ecc. Non parlo degli
(1) Rèlations des ambassadeurs vènitiens sur les affaires
de France au XVI siècle recueillies et traduites par M. N. Tom-
maseo, Paris, Imp. Royal, 1838 (tomi due).
- 117 -
Archivi particolari di tante magistrature come i Provve-
ditori alla Sanità, la Quarantia civile e criminale ecc.
perchè s'andrebbe troppo per le lunghe. Dopo gli archivi
vengono la Biblioteca Marciana (i) ed il Museo Civico,
dove stanno raccolti codici e cimelii preziosi, cronache
autografe, documenti od argomenti di storia patria. Ed
ora passiamo agli stampati. Citerò in primo luogo tutte
le pubblicazioni del compianto Bartolomeo Cecchetti ela-
borate con vero magistero d'archivista e di cui troppo
lunga riuscirebbe la semplice numerazione (Il doge di
Venezia, La repubblica di Venezia e la corte di 1{pma,
La vita dei Veneziani fino al sec. XIII, Gli archivi della
Repubblica, Studi paleografici ecc. ecc). giusta il catalogo
del Giorno (di lui sapiente quanto modesto discepolo) che
fu pubblicato nel t. XXXVIII parte I., 1889, deìYoArchivio
'Veneto. Seguono poi la Bibliografia veneziana del Cicogna
e, in continuazione, quella del Soranzo; la cronaca Sagor-
nina, ossia del diacono Giovanni Sagomino {Chronicon
Venetum et Gr adense usque ad annum 1008), ma non
quella pubblicata in Venezia nel 1765 dallo Zanetti con
molte inesattezze (2), bensì 1' edizione stampata in Anno-
ver nel 1848 dal Pertz nei ^Monumenta Germaniae histo-
rica (t. VII, pag. 1-47) e meglio ancora la più recente che
pubblicò, con altre Cronache veneziane antichissime, 1' il-
lustre prof. Monticolo dell' università di Roma con ri-
(1) Essa possiede ora circa 400 mila volumi, 100 mila opu-
scoli, 15 mila manoscritti.
(2) V. pag. 93.
— 118 —
dondanza di note e di critici avvertimenti (Ist. stor. ital.,
Fonti per la storia d'Italia, Roma, Forza ni, 1890, voi. I).
Ricordate ciò che vi dissi in una delle precedenti lezioni :
che, cioè, la cronaca del diacono Giovanni (da circa la
metà del sec. VI al 1008) è una fonte preziosissima non
solo per 1' antica storia del comune veneziano ma anche
per quella dell'impero romano-tedesco. Viene dopo la cro-
naca dell'Anonimo QAltinate del sec. XIII {Ardi. stor. it.
serie I, voi. Vili, 1845 ~~ " c°d- del Sem. Patr. di Venezia — L e
nel voi. V dell' Appendice, 1847) secondo il codice Dres-
dense, ma converrebbe leggere lo studio che su essa fece
il Simonsfeld (1) e che fu pubblicato, nella versione ita-
liana, nel t. XVIII dell'Archivio veneto, anno 1879. Ab-
biamo poi le cronache di Martino da Canale (2), dì An-
drea Dandolo (Muratori, Rer. Ital. Script. XII) di Rafaino
Caresini (ibid.), di Giovanni Bembo (ibid.), di Andrea Nava-
gero (ibid. XXIII) e di Lorenzo de Monacis (Venezia, 1758);
le Vite dei Dogi di Marto Sanuto (su apografo imperfetto
nei Rer. Ital. Script. XXII, sull' originale cioè sull' auto-
grafo marciano, e con ridondanza di note, a cura del
Monticolo, nel fase III e seg. delle ristampate Opere SWu-
ratoriane, Lapi, Città di Castello 1900), gli (annali del
(1) Il Simonsfeld pubblicò il Ckrouicon Venetum quoti vulgo
dicunt Altinate nel t. XIV, 1882 {Scriptores) dei 9/Conum. German.
hisi.
(2) La Cronique des Veniciens de maistre Martin da Canal,
ossia Cronaca Veneta del maestro Martino da Canale, dall'ori-
gine della città sino all'anno 1275 tratta da un codice della Bi-
blioteca Riccardiana. Archivio storico di Firenze* t. VIII, 1845. -
— 119 -
Malipiero ( Arch. stor. ìtal. serie I voi. VII), i Diari del
Friuli {^Rer. hai. Script. XXIV) ; le storie di Venezia dei
pubblici storiografi Sabellico, Bembo (Pietro), Paruta, Mo-
rosini, Nani, Foscarini e Garzoni, non che quelle degli
storici Bernardo e Pietro Giustiniani, Paolo Morosini, Giam-
battista Contarmi, Francesco Verdizzotti e Giacomo Diedo.
Dei moderni dovrebbonsi consultare le compilazioni del
Galibert, del Laugier e dei Cappelletti- sebbene non esenti
da errori (i), — come pure i buoni compendi storici di
Apostolo Zeno e di Agostino Sagredo, ma più che tutto
l'opera documentata del Romanin (2), che si può conside-
rare senza esitanza la prima fra tutte le storie veneziane
finora pubblicate.
Degno continuatore del Romanin, ma in più ristretto
campo, fu il compianto abate Fulin (autore di un eccellente
Sommario di storia veneta) segnatamente pei suoi lavori
documentati sugl'Inquisitori di Stato. Con spirito ostile ,e
non senza sospetto di mala fede scrisse pure il Daru (il fa-
moso inventore degli Statuti degl'Inquisitori di Stato, di
cui vi parlai nella seconda lezione) una storia della glo-
riosa repubblica (3), alla quale gli studiosi non potrebbero
(1) Galibert, Histoire de Venise, Paris, Turne, 1847, ristam-
pata col titolo : Hist. de la rèp. de Venise, Paris, Clave, 1856.
Laugier, Histoire de la rèp. de Venise 1759-68, 12 voi.
Cappelletti, Storia delia rep. di Yen., voi. 13, Venezia, An-
tonella, 1850-55.
(2) Romanin, Storia documentata dì Venezia, voi. io, Venezia,
Naratovich, 1853-61.
(3; Histoire de la république de Venise, 181 9 (7 voi. in-8.)
— 120 —
ricorrere senza molta precauzione. Dei tedeschi il Lebret
(Staatsgeschichte der <I{epublik Venedig pubblicata a
Lipsia dal 1769 al 1777) scrisse abbastanza coscienziosa-
mente e con T aiuto di quelle fonti che gli consentivano
i tempi. Più recente è il Gfròrer, Storia di Venezia dalla
sua fondazione fino al 1084, tradotta dal tedesco e pub-
blicata a Venezia nel 1878, dove quest'autore esagera la
dipendenza dell'antica Repubblica dall'impero d'Oriente.
A me una simile questione parrebbe risolta con quanto
affermai nella mia Storia, vale a dire che possiamo adesso
argomentare con piena sicurezza che la Venezia, dai
tempo di Pietro Orseolo II cioè verso il millennio, divenne
signora dell' Adriatico e quindi potenza marittima indi-
pendente e dal tempo di Vitale Falier, ossia cent'anni
dopo, uno Stato libero affatto (anche da nominale sog-
gezione) dal secolare dominio bizantino che i Veneziani,
fino allora, considerarono come legittimo successore del-
l'impero romano d'Oriente. E giacché parlo della mia opera
lasciatemi dire che la Storia d'un lembo di terra riuscirà
meno imperfetta con una terza edizione, per la quale ho già
preparate migliaia (dico migliaia) di giunte e correzioni ; che
la Storia politica di Venezia secondo le ultime ricerche^ non
ha di buono, a mio avviso, che alcuni capitoli e special-
mente l'ottavo (tratto dalla mia premiata Storia della pro-
missione ducale pubblicata nel 1888) perchè vi ev riunito
tutto quanto si riferisce alla potestà del Doge onde ognuno
possa farsi un concetto chiaro ed esatto delle leggi a mano a
mano promulgate a fine di contenerla sempre più nei limiti
imposti dalla suprema ragione di Stato, del quale egli era
soltanto il capo titolare e visibile, mentre la vera sovra-
■
nità della Repubblica apparteneva di fatto e di diritto al
Maggior Consiglio, composto di tutti i patrizi dai 25 anni
in su (1) e cui spettavano, tra le altre cose, le nomine
alle magistrature, cominciando dalla più alta, e la pro-
mulgazione delle leggi, base fondamentale dello Stato.
Oltre alle dette opere, croniche, relazioni ecc. chi volesse
accingersi a comporre una storia generale dovrebbe compul-
sare la raccolta dell'Archivio Ueneto e del Nuovo Archi-
vio Veneto che ora sostituisce il primo; le memorie, pure
su argomenti di storia veneziana, che si leggono nell'Ar-
chivio storico italiano, nell'Ateneo 'Veneto e negli Atti del
R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti ; i lavori del
Kandler, per ciò che concerne l' Istria veneta, e il Codice
diplomatico istriano ; l'Archeografo triestino diretto dallo
storico e letterato Attilio Hortis che, fatti i suoi studi a
Padova, divenne gloria non pure di Trieste, sua patria, ma
d'Italia; le pubblicazioni dell'Istituto storico italiano con
le Cronache veneziane antichissime e i Capitolari delle arti
veneziane a cura del Monticolo ; le Inscrizioni veneziane
del Cicogna; le pubblicazioni del Cipolla, del Molmenti,
del Raulich, del Marchesi, del Lazzarini, dell'Orsi, del Bat-
tistella, dell' Occioni -Bónaffons, del Malamani, del Ram-
baldi, del Cogo, del Nani Mocenigo, del Dalla Santa, del
Mas-Latrie, del Simonsfeld e di tanti altri valorosi contem-
(1) Però ogni anno nel giorno di s. Barbara (4 dicembre)
estraevansi a sorte i nomi di trenta patrizi d'anni venti compiuti
sino a' venticinque, che venivano ammessi (ossia abilitati ad
entrar con voto) nel Maggior Consiglio : il che dicevasi vegnir
a la barbar eia.
- 122 —
poranei, com pure quelle della R. Deputazione veli, di storia
patria, compresi i famosi Diari di Marin Sanuto (1498- 1535)
in 58 volumi, lo studio recentissimo del Besta sul Senato
veneziano, il Codice diplomatico padovano 'del Gloria, il
Diplomatarium veneto-lev antinum del Thomas e il Lìber
regiminum Paduae del Bonardi. E poi il Filiasi, Memorie
storiche dei 'Veneti primi e secondi', il Gallicciolli, T>elte
memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche ; il Sandi,
rPrincipii di storia civile della repubblica diVene^ia (una do-
viziosa miniera di notizie sull'ordinamento e sulle vicende
della Serenissima); il Marin, Storia civile e politica del com-
mercio dei Veneziani', il Heyd, Le colonie commerciali
de^T Italiani in Oriente nel medio evo (trad. da Miiller,
' Venezia, Antonelli, 1866) e la Geschichte des Levantehan-
dels im Mittelalter (2 voi.), Stuttgart, 1879; ^ Man fremi
(Storia della marina italiana, Livorno 1897 e 1899) Per
la marineria; il Corner, il Cappelletti e il Cicogna per
le Chiese, lo Zanetti, il Temanza, il Ridolfi, il Selvatico, il
Paoletti ecc. per le arti; il Foscarini, l'Agostini, il Moschini*
il Nani Mocenigo, il Rossi, il Bianchini ecc. per la lette-
ratura ; il Boerio ed il Ninni, per la lessigraiìa dialettale;
il Lamberti e il Nalin, il Dal Medico, il Bernoni e il
Pasqualigo, Cesare Musatti, mio carissimo fratello, Raf-
faello Barbiera ecc. per la dialettologia; Carlo Goldoni e
Giacinto Gallina, suo degno continuatore, Francesco Au-
gusto Bon (interprete perfetto del carattere di Ludro) e Ric-
cardo Selvatico ecc. per la dialogistica o commediografi a ver-
nacola; il Molmenti per la vita privata dei Veneziani; il Caffi
per la musica sacra; Giustina Renier -Michiel per le feste;
Giacomo Franco (Habiti d*huomini et donne venetiane ecc.,
— 123 —
Venetia 1610) e Fabio Mutinelli {'Del costume vene$iano,Ve-
nezia 1831) per i costumi; il Lazzari, il Padovan e Nicolò
Papadopoli per le monete e così via, secondo, cioè, le speciali
indicazioni che si trovano nelle mentovate Bibliografie ve-
neziane del Cicogna e del Soranzo, nei Cataloghi della Bi-
blioteca Marciana, dell'Archivio di Stato, del Museo Civico
di Venezia ecc. (1). Insomma le fonti sono tali e tante e un
lavoro di ricerca, di riscontro, di revisione ecc. richiederebbe
tanta fatica e tanto spazio di tempo che in oggi una storia
generale di Venezia sarebbe quasi impossibile di poterla
compiere secondo le esigenze dell'odierna critica scientifica
ed il progresso sempre maggiore delle storiche discipline.
Per ciò a chi venisse il ti:chi j di ripetere l'errore in cui par
troppo sono io stesso caduto, e mi domandasse un parere,
lo sconsiglierei dal tentare un' impresa così ardita e lo
consiglierei invece di limitarsi o a un breve periodo di
tempo o ad un argomento affatto peculiare. E sia nell'uno
che nell' altro caso non dovrebbe trascurare, tra le fonti,
anche quei prodotti dei più disparati generi di letteratura
che possono contenere fatti storici, facendo però distin-
zione tra quei prodotti di materia storico- politica che
stanno di mezzo tra le reliquie e la tradizione, come le
gazzette, gli scritti d'occasione ecc.
Il Ranke, che si può dire il padre dell' odierna critica
(1) E per le finanze saranno da consultarsi i lavori che
verranno stampati in processo di tempo dalla Commissione per
la pubblicazione dei documenti finanziari della repubblica di Venezia
instituita con R. Decreto 16 agosto 1897, e che darà effetto' al
compimento di quest' opera colossale, giusta il programma del-
l' illustre relatore, prof. Fabio Besta (litogr. Pellizzato, 1898.)
— 124-
storica in Germania, ne ha ben definito il carattere.
« I giornali, egli dice ne V Uistorisch-politische Zeitschrift
(voi. I, 1832, pag. 115), mostrano le grandi gradazioni dei
partiti in tutta la varietà dei loro indirizzi; ma noi ascol-
tiamo in essi la voce, per così dire, più d'intere classi che
d'individui; sono opinioni già dichiarate, sentimenti de-
terminati, dai quali non si declina, ai quali si è legati,
coi quali continuamente si combatte e si cerca di domi-
nare gli avvenimenti ». Io vi dirò poi che le gazzette, in
quanto ci fanno conoscere le idee e gli atteggiamenti dei
partiti, hanno carattere di avanzi ; eh' esse abbiano poi
anche un altro carattere come testimonianza dei fatti, lo
dice il Ranke con quest' altre parole : « In ogni caso ci
dobbiamo guardare dall'affidarci esclusivamente ad uno o
ad un altro giornale; solo prendendo insieme i più op-
posti, si intendono, e si può fissare un punto fermo al di
sopra delle loro varie tendenze; ne sarebbe ben consi-
gliato starsene solo ai giornali ». E sugli scritti d' occa-
sione: « Essi sono di carattere più individuale, ma hanno
una base comune e generale; si vede meglio con chi si
ha a che fare; le opinioni appaiono col colorito d'un
pensiero personale; sono più fresche, più sciolte, più
nuove, vere figlie del momento ». Gli scritti d' occasione
hanno dunque, come documenti per la conoscenza dei
partiti, appena appena il carattere d'avanzi, io hanno solo
perla conoscenza della posizione dell'autore di fronte ai
suo partito e de' suoi particolari amici politici (1).
(1) Crivellucci, Manuale cit., pag. 139.
— 125 —
Anche gli atti pubblici, atti di concili e parlamenti,
protocolli, memoriali, resoconti, relazioni d' ambasciate,
istruzioni, note diplomatiche e dispacci circolari, proclami,
bullettini di guerra ecc., bisogna considerarli come avanzi
immediati degli argomenti o dei fatti a cui si riferiscono;
ma non sono sempre sincere e veritiere testimonianze dei
rapporti e degli avvenimenti cui si riferiscono e dei loro
motivi, che anzi soggiacciono sotto questo rispetto a tutte
le contraffazioni ed alterazioni proprie delle fonti della tra-
dizione. E noto, per esempio, come nei proclami tendenti ad
eccitare o a calmare le popolazioni, i fatti e i motivi siano
spesso esposti in opposizione al vero. Quando il Bonaparte
intimò alla repubblica di Venezia di mutare la forma di
reggimento da aristocratico in democratico, il Veneto Go-
verno, che pur sapeva che un tale cambiamento signifi-
cava invece una completa sommessione ai voleri e ai fini
politici della Francia, pubblicava 1' ultimo giorno di sua
vita, cioè il 1 6 maggio 1797, un ingannevole manifesto in
cui annunciava solennemente all'Europa e particolarmente
al Popolo Veneto la riforma libera e franca che credeva
necessaria alla costituzione della cRg$ubblica (1). E nella
notte precedente erano entrati a Venezia quattromila fran-
cesi sotto il comando del generale Baraguay d' Hilliers.
Una libera riforma insomma che si puntellava su le baio-
nette francesi !
(1) Raccolta di carte pubbliche del nuovo veneto governo de-
mocratico, Venezia, Gatti, 1797, voi. I pag. Vili.
— 126 —
Quando il 30 dicembre 1847 il Tommaseo leggeva al-
l'Ateneo Veneto quel suo famoso e coraggioso discorso
contro la censura austriaca e contro le restrizioni imposte
alla stampa, proponendo, a farle cessare, un' istanza (al-
l'imperatore) che raccolse subito quattrocento firme e poi
anche quelle dei professori di quest'Università padovana,
k Gaietta di Venezia diede ad intendere che quel di-
scorso era stato poco più che una scortese critica alla legge
di censura sarda. Ma l'autore, contro sì bugiarda versione,
rivendicò fieramente il vero significato delle sue parole. E
le innumerevoli panzane inventate a proposito dell'affare
Dreyfus? Chi vorrà un giorno compilarne la storia avrà
un bel da fare a passarle tutte sotto il vaglio della critica.
Dunque non rare volte i fatti e i motivi sono esposti
(nei Giornali) in opposizione al vero e guai a chi si fida
di ciò che asseriscono e del loro modo d'apprezzarli. Così
dicasi dei bollettini di guerra, dei Libri Verdi contenenti
la raccolta di documenti diplomatici ecc., che, nonostante
il carattere ufficiale, solo si partecipa ciò che il governo
crede opportuno di far sapere. Accade anche spesso che
protocolli di trattative, bilanci ecc., nell'interesse dei par-
titi, per ragioni d'opportunità, nonché per ignoranza, pre-
sentino le cose e le coloriscano in un modo piuttosto che
in un altro; talora anche si stendono doppi protocolli,
l'uno segreto l'altro -pubblico, dei quali questo non è che
un estratto di quello e contiene soltanto ciò che si ere-
dette conveniente di pubblicare. E noto che col trattato
di Carlowitz 26 gennaio 1699 la Turchia s'obbligò a con-
fermare alla Repubblica Veneta il dominio della Morea
procuratole dal valore di Francesco Morosini e inoltre
— 127 —
dovette cederle 1' isola di Egina nel golfo d'Atene, quella
di s. Maura nel mar Ionio e alcuni luoghi della Dalmazia
verso le bocche di Cattare. Ora sebbene 1' accordo fosse
stato già sottoscritto, riuscì tuttavia all'avveduto Senato
d'ottenere un' ampliazione di patti (per regolare le cose
della navigazione, della giustizia e della religione) mercè
le premure dell'ambasciatore Soranzo che mandò poi a
Venezia la ratifica del sultano al vero trattato di pace, da
me pubblicato e ch'era inedito, componentesi di ben tren-
tatre articoli anziché di sedici come l'hanno succinta-
mente descritto gli storici. E difatti il trattato di sedici
articoli nell' originale turco è nella busta 2.a al n. 40 dei
documenti turchi e trascritto nel voi. XXX dei Comme-
moriali ; il trattato di trentatre articoli, pure nell'origi-
nale turco, è invece al n. 1 della i.a busta dei documenti
turchi e trascritto a carte 37 (seconda numerazione dell'e
pagine) dello stesso volume dei Commemoriali esistenti
nel veneto Archivio di Stato.
Del resto la diplomazia è avvezza a queste doppiezze,
perchè non è raro il caso che accanto allo scambio uffi-
ciale e pubblico degli atti ne abbia luogo un altro se-
greto di documenti redatti in modo essenzialmente di-
verso. « Ciò tuttavia non deve dar luogo ad uno scetticismo
irragionevole, quasi non dovessimo servirci affatto di que-
sti documenti, che pure sembrerebbero tanto attendibili
per la immediata relazione loro coi fatti, e dovessimo es-
sere da essi interamente ingannati. Si deve solo non di-
sconoscere i due aspetti del loro carattere e tenerli bene
distinti ; noi possediamo in essi sempre immediate e sin-
cere testimonianze di ciò che quelli, dai quali furono re-
— 128 —
datti, volevano che il pubblico sapesse o eh' essi stessi sa-
pevano di quei dati fatti, rapporti e motivi; ma non
dobbiamo mai, senza un esame accurato, ammettere che noi
in tali atti possediamo sincere testimonianze dei fatti,
rapporti e motivi in sé stessi. Essi ci obbligano adunque
all'esame metodico, non ci autorizzano allo scetticismo;
in altri termini, a stabilire il loro valore come testimo-
nianze dei fatti che contengono, noi dobbiamo far uso di
tutti quei criteri di cui ci serviamo per la tradizione (e
che ho spiegato nella precedente lezione trattando del-
l'analisi delle fonti); e come per riguardo alle turbazioni
subiettive di un' opera storica non ci asteniamo dal ser-
vircene e di attingere ad essa dopo un esame conveniente,
così per i riguardi testé accennati non ci asterremo troppo
precipitosamente dal servirci convenientemente degli atti
medesimi. La credibilità dei dati in essi contenuti, come
negli scrittori storici propriamente detti, dipende dalle
qualità del redattore, dal suo carattere, dalle sue doti,
dalla sua condizione sociale ecc. » (1).
Di particolare carattere sono i varii avanzi, che in
lato senso chiamiamo atti d'amministrazione o gestione
pubblica come i libri di conti, registri di dogana e di
tasse, note statistiche, catasti, registri di persone come i
necrologi o i libri d'oro dove si annotavano le nascite e
i matrimoni dei patrizi, le matricole universitarie, le ana-
grafi e quella specie di libro degli uffici, di cui abbiamo
il più antico esempio negli ultimi tempi dell'Impero Ro-
(i) Crivellucci, Manuale cit., pag. 141.
mano. Difatti si trova un quadro o prospetto dell'ammi-
nistrazione imperiale nella D^jDtitia dignitatum tam civi-
lium quam mìlitarium, lista ufficiale delle più alte dignità
dello Stato e della Corte, composta tra il 411 e il 413
quando, cioè, i successori di Teodosio il grande, ultimo
imperatore romano, contendevano ai Barbari il grande
retaggio dei Cesari in Oriente e in Occidente. Perciò esi-
ste una speciale J^ptitia dignitatum per ciascuna metà
dell'impero; le funzioni sono collocate per ordine gerar-
chico e per ognuna di esse sono riprodotte le insegne del
funzionario; si noverano i principali de' suoi subordinati,
gli ausiliari posti sotto i suoi ordini e persino le truppe
sottoposte al di lui comando (1),
Nell'apprezzamento di queste varie specie di fonti la
interpretazione ha una gran parte e richiede spesso indi-
rette e complicate deduzioni che possono avere un valore
scientifico pei loro rapporti coi fatti solo quando sieno
condotte con giusto criterio.
(1) Antiquités romaines ; Krueger, Histoire des sources du
droit rotnain, Paris 1894, p. 501.
LEZIONE VI.
Della tradizione scritta
Nella critica intrinseca, di cui v' ho parlato nella le-
zione precedente, i monumenti formano la seconda specie
di fonti che dopo gli avanzi propriamente detti (prodotti
industriali, artistici e scientifici, usi, istituzioni ecc.) e
prima della tradizione, scritta ed orale, dobbiamo pren-
dere in considerazione per conoscere i loro varii rapporti
coi fatti, cioè il loro carattere come testimonianze. Anche
Je varie specie di questa categoria di fonti e le loro sot-
tospecie, ossia suddivisioni di specie, hanno in vario grado
ora più il carattere di sincere tracce dei fatti, ora più
quello di tradizione colorita subiettivamente. Ciò che in
generale caratterizza quest' intera categoria di avanzi,
cioè l'intendimento di conservare il ricordo dei fatti per
persone o popoli a ciò specialmente più o meno interes-
sati, è la cagione che dà luogo, secondo i casi, a mag-
giori o minori adulterazioni; e per vero maggiormente
in quelle di tali fonti che rientrano nella cerchia del di-
ritto pubblico e della politica. Tra le inscrizioni quelle di
materia specialmente storica hanno tanto il carattere della
tradizione che noi dobbiamo collocarle sotto questa ru-
— 132 —
brica. E bisogna anche guardarsi bene da quelle inscri-
zioni inventate da qualche spirito bizzarro per gabbare il
prossimo e specialmente gli amatori, i speculatori e i rac-
coglitori di cose antiche. Per esempio molte delle lapidi
altinati esistenti in Venezia e ricordate dal Sansovino, dal
Muratori ecc. come se fossero state ivi ritrovate, non in-
dicano già che essa fosse popolata nei tempi romani o
preromani. Che Venezia, come città, non esistesse prima
del medio evo lo dimostra il fatto che nelle più profonde
terebrazioni artesiane non si è finora trovato alcuno di
quegli oggetti che potrebbero far supporre una Venezia
preistorica e che nessuna memoria si ha negli autori an-
tichi delle condizioni locali e degli abitanti delle isole
veneziane avanti* il secolo V. Gli avanzi (anfore, ossa di
cinghiale e di capre, strumenti di pietra ecc.) dell' epoca
preromana e dei secoli V e VI scopertisi negli anni 1874
e 1875 *n a^cuni scavi per la ricostruzione del Fondaco
dei Turchi (ora Museo Civico) e del palazzo Papadopoli
(già Tiepolo) a s. Apollinare, come pure gli oggetti cre-
tacei rinvenuti nelle fondazioni della facciata della basi-
lica di s. Marco che dà sulla Piazzetta, provengono veri-
similmente da altri luoghi, come per es. dalla distrutta
Aitino, coi materiali per le prime costruzioni (r).
Le altre inscrizioni che servono ai bisogni della re-
ligione o della vita pratica ci danno invece immediate te-
stimonianze dei rapporti e fatti a cui si riferiscono, non
(1) Cecchetti, La vita dei Veneziani nel 1300, t. XXVII parte I
pag. 7 dell' Archivio Veneto.
— 133 —
turbate neppure dall'intenzione e dallo scopo che ebbero
e che sempre hanno quelli che le pongono. « Pietre mi-
liari, altari di confine, ci servono come testimonianze im-
mediate dell' amministrazione provinciale romana ; gli
epitafi come testimonianze immediate dei costumi fune-
bri dei relativi tempi, senza essere svisate dal fatto che
il loro fine prossimo era di conservare la memoria del
defunto in un giro di persone più o meno ristretto o di
determinare l'estensione dell'area del sepolcro. Rare volte
lo scopo prossimo cagionerà delle alterazioni; mentre in-
vece se un epitafio dà particolari sulla vita, sul carattere,
sulle opere del morto, allora abbiamo la possibilità che
lo scopo del pietoso ricordo alteri questi particolari nei
senso di dar loro un colorito favorevole, e dobbiamo far
uso della critica, come nella tradizione, di fronte a que-
sta possibilità (i) ».
Più diversità di carattere offre la categoria dei docu-
menti, perchè sebbene sieno sempre diretti avanzi dei re-
lativi avvenimenti e rapporti, il fine particolare, dal quale
originarono, può alterare in vario grado i fatti e i rap-
porti in essi accennati o esposti. In massimo grado sono
soggetti a tali alterazioni quei documenti che toccano
il dominio del diritto pubblico e della politica; l'inte-
resse degli uni o degli altri fa sì che i fatti e i rapporti
sieno rappresentati o da un lato solo o di traverso o in
modo ambiguo o, peggio ancora, falsamente. Talora ciò
accade anche per reciproco accordo delle parti interessate
(i) Crivellucci, Manuale cit., pag. 143.
- 134 —
come ad esempio quando il pontefice Bonifacio IX, dopo
lunghe trattative, diede nel 1403, il suo postumo consenso
all'elezione di Roberto il lìreve, imperatore di Germania
(morto nel 1401), a re dei Romani, come si trae dal Co-
dex diplomaticus domimi temporalis S. Sedis (t. Hip. 124)
del Theiner; il che naturalmente fu fatto nell'interesse
del papa, che con ciò volle salvaguardare il principio del
suo diritto d'approvazione. Anche semplici comunicazioni
epistolari soggiacciono alle molteplici alterazioni che il
fine e Y occasione della lettera portano con sé. Quando
riconosciamo di essere davanti a tali casi, non dobbiamo
lasciarci trascinare ad una cieca incredulità contro le te-
stimonianze dei documenti, ma persuaderci che dobbiamo
aver ben presenti gli scopi e gl'interessi prossimi, a cui
essi servono, per poter applicare da un tal punto di vista
i principii critici che adoperiamo nella tradizione, sia orale
(cioè sotto forma di racconti, leggende, aneddoti, proverbi,
canti storici) che scritta, vale a dire inscrizioni storiche,
genealogie, calendari, annali, croniche, biografie, ricordi
ecc. La tradizione costituisce la terza specie di fonti (la
1.* e 2.a riguardano gli avanzi e i monumenti) che dob-
biamo prendere in considerazione per conoscere i loro
vari rapporti coi fatti, ossia il loro carattere come testi-
monianze. Ma parlerò prima della tradizione scritta, per-
chè ha più importanza dell' altra e perchè manifesta nei
modo più chiaro ed esplicito i caratteri propri della tra-
dizione.
Per la critica intrinseca (che, come vi dissi nella pre-
cedente lezione, deve dimostrare la realtà dei fatti giudi-
cando il valore delle fonti rispetto ad essa) è della mas-
135
sima importanza il riconoscere anzi tutto le alterazioni
cui la tradizione va soggetta, a fine di eliminarle al più
possibile nello stabilire il valore delle varie fonti. Queste
alterazioni nascono dal trapasso dei fatti ai sensi o alla
percezione, alle idee, ai giudizi, alle illazioni ecc. Difatti
la costituzione degli organi sensitivi dell'uomo fa sì che
noi, osservando un fatto esteriore, non tutti i punti di
esso percepiamo bene, non tutti in egual modo e nella
stessa misura ; V impressione che il singolo osservatore
riceve di un fatto non è perciò la riproduzione assoluta-
mente fedele del fatto stesso, « Il grado di fedeltà dell'os-
servazione di un fatto dipende dalle qualità intellettuali
e fisiche dell'osservatore o dalle sue condizioni: dalla sua
attitudine ad osservare e comprendere, dalla sua capacità
generale e tecnica a intendere il fatto, dall'interesse in-
timo che ha per esso; fisicamente parlando, dalla bontà
dei sensi e degli strumenti che li aiutano, dalla condi-
zione dello spazio più o meno favorevole per l'osserva-
zione, dalla posizione più o meno favorevole dell'osserva-
tore (i) ». Inoltre la parzialità dell'osservazione può andar
così lungi che l'osservatore chiuda più o meno deliberata-
mente il suo occhio a tutti i particolari che sono contrari
all'interesse suo; ed allora abbiamo osservazioni parziali.
Anche la fantasia turba sovente in simil modo la perce-
zione dei fatti. Ma queste individuali differenze d' osser-
vazione non giustificano lo scetticismo, essendo esso con-
trario ad ogni buon metodo in quanto noi possediamo
mezzi di riscontro e d'integrazione nei risultati particolari
(i) Ibid. pag. 146.
— 136 —
dei diversi osservatori e nelle testimonianze degli avanzi.
Dunque nell'apprezzare il valore storico delle osservazioni, il
quale dipende dalla maggiore o minore fedeltà di esse, dob-
biamo esaminare le condizioni e il carattere generale del-
l' osservatore nel modo più esatto e diligente.
Se non che una gran parte, forse anzi la maggiore,
della tradizione non riposa sulla percezione immediata,
ma su percezioni di percezioni intellettive e sensorie più
o meno indirette ; onde hanno luogo quelle numerose e
multiformi alterazioni che trae seco il racconto di seconda
mano, orale o scritto. Esse sono tanto più piccole quanto
più il racconto posteriore è una meccanica e servile ri-
petizione del racconto originale; quanto più liberamente
il narratore tratta la sua materia e quanto più complicata
è questa materia, tanto maggiori sono le alterazioni che
possono derivarne.
« In fondo il rapporto dello storico posteriore verso il
racconto primitivo non è in questo caso molto diverso da
quello dell' immediato osservatore verso gli avvenimenti
reali; e quindi tutte quelle cause di alterazione che noi
abbiamo trovate nei racconti diretti, tornano in campo
quasi alla stessa maniera nelle narrazioni indirette (i) ».
Inoltre è da avvertire che più spesso un racconto viene ri-
petuto più crescono le probabilità dell'alterazione, perchè a
ogni nuova ripetizione tutti gli addotti motivi di pertur-
bamento tornano ancora in campo. La misura in cui vi
entrano, in altri termini il grado di fedeltà della rela-
zione indiretta, dipende dal carattere di colui che ripete
(i) Ibid. pag. 150.
— 137 —
il racconto, cioè dal carattere del relatore rispetto alla
fedeltà del racconto originario. Le alterazioni inerenti ai
racconto di seconda e terza mano hanno un gran peso
nei campo della tradizione, la quale ha per fine di con-
servare il ricordo degli avvenimenti col proposito appunto
di essere fonte e materiale storico. Perciò le croniche, gli
annali, le biografie e le altre opere storiche riposano, an-
che quando contengono storia contemporanea, non tanto
sulla percezione diretta dei sensi e dell' intelligenza, ma
più che tutto sui rapporti orali e scritti che 1' autore ha
raccolti per completare le notizie insufficienti ch'egli pos-
siede direttamente.
Dalla differenza che passa tra le relazioni dirette e le
indirette, tra fonti originari e, cioè di chi ha visto o udito
e fonti derivate, vale a dire dietro altrui riferimento, sca-
turisce l'essenziale e fondamentale principio metodico:
che in ogni tradizione bisogna risalire alla forma origi-
naria o alla più antica possibile. Però un tal principio
così ovvio ed importante, fondato sull'analisi delle fonti,
fu riconosciuto ed applicato con inconcepibile tardità.
Oltre ai racconti di seconda mano ne abbiamo anche
di quelli, fortunatamente assai rari, fatti per imitazione o
per analogia. Il relatore attinge in parte o in tutto non
dalla percezione diretta n indiretta dei fatti ma da dispo-
sizioni date prima dell'avvenimento o dall'idea che di
esso si è formata in similitudine ad avvenimenti dello
stesso genere. Per es. oggi, in occasione delle tante feste,
commemorazioni e dimostrazioni pubbliche, di cui l'Italia
ha pur troppo il ben triste primato, vengono pubblicati
avvisi, programmi, manifesti sesquipedali che promettono
— 138 -
mari e monti. E non è un mistero per nessuno che i re-
porters (si pronunci come la voce inglese ri-pòr-ters, non
re-por -ter s), o relatori, i quali non possono essere pre-
senti a tutto lo svolgimento del programma, completano
il loro rapporto tenendo sott'occhio il programma stesso»
cambiano il tempo futuro col passato e suppongono che
tutto sia avvenuto secondo il programma, aggiungendovi
le solite frasi : concorso imponente, ordine perfetto ecc. E
noto che quando il compianto re Umberto fece il suo pri-
mo e solenne ingresso in Napoli (\j novembre 1878), l'Agen-
zia Stefani ne telegrafava ai Giornali la succinta descri-
zione secondo il programma prestabilito e concludendo
come tutto fosse proceduto in piena regola e senza in-
convenienti di sorta. Ma essa aveva mandato il dispaccio
prima che il re fosse rientrato nella sua reggia, così che
dovette far seguire al primo un secondo telegramma circa
all'attentato commesso dal Passanante.
Ove poi manchi al relatore il fondamento di un'in-
dicazione sommaria, manoscritta o stampata, egli si aiuta
talvolta con la fantasia per descrivere fatti non veduti con
quei tratti generici che occorrono in circostanze simili. E
ciò non accade soltanto nei tempi nostri. Gli annalisti dei
medio evo sono famosi nel descrivere battaglie e cerimo-
nie secondo V idea generale che ne hanno dalla letteratura
classica o ecclesiastica ma in opposizione colla realtà del-
l' accaduto (i).
(1) Ibidem, pag. 152.
— 139 —
Meno soggette ad alterazioni sono le inscrizioni stori-
che, quelle cioè che tramandano ai posteri fatti storici per
ciò che concerne certi dati principali, specialmente d'indole
cronologica, come i nomi e la durata del governo di prin-
cipi, consoli o podestà ed altri ufficiali pubblici, battaglie,
conquiste, fondazioni di spedali, monasteri, collegi, biblio-
teche ecc. in quanto che tali dati sogliono derivare da
persone che presero parte agli avvenimenti o che ne erano
ben informate; anzi il carattere ufficiale dei dati de-
stinati alla pubblicità è garanzia di esattezza. Ma se
contengono invece relazioni di fattile inscrizioni soggiac-
ciono ad alterazioni non meno che ogni altra fonte con-
genere.
Tra le fonti in cui più facili sono le alterazioni spic-
cano le genealogie : ma se nei tempi antichi e medievali
la tradizione genealogica sottostava ad alterazioni favo-
lose per vanità di famiglia o per boria nazionale onde ri-
connettere l'origine delle case regnanti, dei principi, dei
patrizi ad antichi eroi, a santi o sante ecc., come vi dissi
nella terza lezione di metodica, in tempi posteriori, fonte
di tali alterazioni è non la contraffazione, non lo spirito
d'inganno che mostra lucciole per lanterne, ma l'interpre-
tazione degli storici e cronologi che applicano un me-
todo sbagliato ai dati che posseggono; appunto quando
la ricerca malpratica si accinge a ordinare e mettere in-
sieme i materiali disordinati e incompleti, li volge a con-
clusioni assurde od arbitrarie, tenta senza un reale fon-
mento di togliere le contradizioni, dà notizie vaghe e in-
determinate e svisa per tal modo la tradizione genealogica
dei passato.
— 140 —
Veniamo ora alle altre fonti della tradizione scritta.
Gli annali, le croniche, le biografie e le autobiografie,
le memorie e i ricordi della propria o dell'altrui vita, rap-
presentano in generale il carattere medio della tradizione
scritta; in particolare, peraltro, il loro carattere diversifica
secondo il genere del tipo letterario.
Così gli annali degli antichi popoli orientali, usciti
-dalia sfera delle inscrizioni storiche, hanno il carattere
stesso di queste; così i racconti storici dell'antica Grecia
tratti dai cicli mitici e leggendarii nazionali o locali, non
nascondono questa loro origine fantastica. Invece gli an-
nali romani nei fasti consolari (i) sono fonti originali ed
ufficiali che contengono breve e sostanziali notizie sugli
avvenimenti principali dello Stato; non diversamente le
note annalistiche del medio evo che dotti frati aggiunge-
vano al calendario o alla cronica del chiostro.
Riguardo alle biografie, come appaiono nella loro
forma più vetusta d'inscrizioni sepolcrali presso gli Egi-
ziani, di discorsi funebri presso i Romani, di vite di mar-
tiri e di santi nel più basso medio evo, non si può ne-
gare che non sieno esposte alle naturali alterazioni ine-
renti al fine prossimo del ricordo pietoso, talché qualche
volta diventano veri e propri panegirici. E anche nella
loro forma più matura, quando le biografie si sono eman-
cipate da siffatti intenti immediati, l'interesse che ha il
biografo pel suo eroe contribuisce facilmente a fare della
(i) Al Sigonio, vissuto nel secolo XVI, devesi la pubbli-
cazione dei Fasti consolari, come dissi nella prima lezione
(pag. 16).
r
— 141 —
biografia una glorificazione che mostra del personaggio
solo il suo lato migliore. Per es. è innegabile che Angelo
Emo, con le sue fortunate imprese guerresche contro il
bey di Tunisi, fu l' ultimo raggio della gloria marina-
resca di Venezia. Ma V affermare, come fa l'autore del
suo Elogio stampato dal Palesa nel 1792 e che il Cicogna
(Inscr. veti. VI, 28 n. 5) attribuisce a un Marco Barbaro, che
« il genio di un sol cittadino ristabilisce in tutto il suo splen-
dore la potenza e la gloria della Repubblica » quando in-
vece tutto accennava proprio in quel medesimo tempo a
un' irreparabile e vicina catastrofe, è un voler spingere
l'apoteosi d'un uomo al di là d'ogni limite ragionevole.
Non di rado si connette alla narrazione o descrizione
della vita di qualche insigne personaggio uno scopo instrut-
tivo, sia pedagogico - morale, sia patriotico, onde i fatti
vengono presentati sotto un solo colore, una sola inspi-
razione. Ciò influisce anche sulle biografie, dando ad esse
quella determinata e caratteristica impronta che si rivela
nella formazione delle leggende. Per es. nel perfetto sa-
cerdote, nel guerriero, neh" uomo di Stato ecc. si richie-
dono le tali e tali virtù; e queste si applicano senz'altro
al personaggio di cui si tesse la biografia. E quand'anche
in tempi, come i nostri, in cui si adottano i più rigorosi
principii della metodica per sceverare il vero dal falso (1)^
(1) Esempio la vita del Tasso che la critica storica ha. li-
berata dalle fantastiche leggende che il tempo vi aveva intorno
intessute: le ricerche e gli studi diligenti del Guasti, del
D'Ovidio, del Masi, del Falorsi, del Mazzoni, dello Cherbuliez,
— 142 —
si giunge ad evitare certi lapsus linguae o lapsus calami
perchè scrivendo non di rado il pensiero va per un verso
e la penna per un altro, rimane sempre il pericolo di far
apparire la parte avuta da un personaggio negli avveni-
menti maggiore del vero. Dunque è proprio il caso di
dire che non bisogna sempre turare in verba magistri
come facevano i Pitagorici, perchè se credere ai biografi
del tempo passato o contemporanei è bene, creder troppo
all'autorità di loro è procedimento sbagliato.
Veniamo all' ultima specie di fonti comprese nella
tradizione scritta, cioè i ricordi, le memorie e le vite che
uno scrive da sé intorno alla propria persona (i). E certo
che particolarmente nelle autobiografie prevalgono il sen-
timento del proprio essere e un modo speciale di com-
prendere e di apprezzare i fatti ; e per vero non senza
una certa buona ragione, poiché hanno per fine di giu-
stificare i rapporti personali dell'autore, il quale appunto
la sua vita e non la storia generale intende per lo più di
del Symonds hanno conferito a determinar meglio il carattere
dei poeta infelice, colpito da manìa religiosa e da manìa di
persecuzione, e mettere in più vera luce le relazioni ch'ebbero
con lui Alfonso ed Eleonora d'Este, molto più pietosi e indul-
genti di quanto la leggenda non lasciasse credere. L'opera re-
cente del prof. Angelo Solerti, frutto di lunghe e sicure in-
dagini, può esser tenuta come la biografia più veritiera del
Tasso. Turri, Di%. stor. della lett, ital., Paravia, 1900, p. 355.
(1) Esempi notevoli i Ricordi del Guicciardini, del Gioberti
e del d'Azeglio; le Memorie di Carlo Goldoni, del Giusti e del Guer-
razzi.; le Vite dell'Alfieri, del Franklin ecc ; le Autobiografie del
Vico e del Colletta.
-143-
scrivere. A lui naturalmente importa più di spiegare le
sue azioni che di descrivere gli avvenimenti. Non di rado
i ricordi sono scritti precisamente colPintenzione di giustifi-
care l'attività politica dell'autore e del suo partito. Anche
senza questa tendenza 1' agitarsi della propria persona en-
tro a un determinato campo d'azione può dar motivo ad
alterare la verità poiché sta nella natura degli uomini il
considerare le azioni loro proprie dal lato migliore e così
presentarle agli altri (i). Ora, come dice il Tommasini (2),
a' nostri giorni V uomo ha tanto aguzzato la punta della
critica anche contro se stesso che l'opera che già pareva
miracolosa al Rousseau, quella di raccontare con fedeltà
la propria vita, fino a confessare le sue debolezze, le sue
colpe, le sue vergogne, insomma di « montrer un homme
à ses semblables dans toute la vérité de la nature » (3)
sembra a dirittura impossibile a noi; e se il Goethe più
modestamente intitolò il suo racconto autobiografico Fan-
tasia e verità (Aus meinem Leben, Dichtung und Wahrheif)
un illustre storico dei tempi nostri, il Sybel, insistendo
sull'esempio dato dal grande pensatore tedesco nell'indi-
care le leggi della scienza storica {fìber die Geset^e des
historischen Wissens, pag. 11 e segg.), constatò come i
commentari personali d'uomini illustri, per quanto ab-
biano un grande valore informativo, non vanno mai li-
(1) Ibid. pag. 156.
(2) Origini e vicende del metodo scientifico nella storia in
Scritti di storia e critica. Torino, Loescher, 1891, pag. 77.
(3) Confessions, opera postuma, pub. con le Réveries a Gi-
nevra nel 1782, a Parigi nel 1790 e nel 1798.
— 144 —
beri da alterazioni del vero, recate senza avvedimento
della coscienza di chi ne scrive, sia perchè la foga arti-
stica trascina a magnificarne gli aspetti, sia perchè subiet-
tivamente spesso i precedenti si scambiano per cause dei
successi. Donde nasce quello stato d' illusione che suole
denominarsi appunto coscienza morale dei fatti e che
spesso colle particolarità reali di essi si trova in contra-
dizione palese. Chi paragoni pertanto, ad esempio, i com-
mentari d'alcuni oratori politici dei nostro rinascimento,
o le ^Memorie del Lafayette che, nell' ultimo quarto del
secolo XVIII, lottò col Washington per l' indipendenza
degli Stati Uniti d'America, o i 1{icordi del grande rele-
gato di s. Elena, colle loro lettere, co' loro dispacci, con
le loro ordinanze ufficiali, può ben ravvisare le trasposi-
zioni, le confusioni, i difetti di esattezza che si manife-
stano talvolta tra la narrazione subiettiva e la realtà este-
riore. Ne l'ingenua schiettezza del racconto porge alcuna
malleveria rispetto alla minore alterazione del vero. Chi
più naturale del Cellini nella mirabile descrizione dèlia
sua vita? Per esempio, l'illustre cesellatore fiorentino at-
tribuisce a sé stesso il vanto d'avere colpito il Contesta-
bile di Borbone, che il 6 maggio 1527 dava l'assalto con
le truppe di Carlo V alle mura del borgo Vaticano «.... da
poi che mi avete menato qui, gli è forza fare qualche atto
da uomo; e volto il mio archibuso dove io vedevo un
gruppo di battaglia più folta e più serrata, posi la mira
nel mezzo appunto a uno che io vedevo sollevato dagli
altri. Voltomi subito a Lessandro {Alessandro del Bene)
e a Cecchino (Cecchino della Casa) dissi loro che sparas-
sino i loro archibusi ; ed insegnai loro il modo acciocché
145
e' non toccassino una archibusata da que' di fuora. Così
fatto due volte per uno, io mi affacciai alle mura destra-
mente e veduto in fra di loro un tumulto istraordinario
fu che da questi nostri colpi si ammazzò Borbone; e fu
quel primo eh' io vedevo rilevato dagli altri, per quanto
da poi s'intese ». Così nella 'Vita di 'Benvenuto Cellini
scritta da lui medesimo, tratta dall'autografo per cura di
Giuseppe Molini (Venezia 1839, v°l- ^ Pa8- * 53" 156)» la
cui edizione è certo migliore della prima che vide la luce
in Napoli nel 172S, mentre sono altresì buone quelle di
Firenze 1852, 1866 e, l'ultima, del 1885, Ma ammesso pure
che il Cellini sia riuscito a colpire il Borbone, cosa che
molti pongono in dubbio, un tal fatto non risparmiò pur
troppo la vittoria finale dei Cesarei e il loro ingresso nel-
1' eterna città, che posero a sacco con inaudita ferocia e
con morte di 4000 persone: eccidio tanto più raccapric-
cevole quando si pensi che la popolazione di Roma su-
perava di poco, in quel torno di tempo, i cinquantacin-
quemila abitanti come ha provato ultimamente il Gnoli
nella sua 'Descriptio urbis, o censimento della popolazione
di 1{pma avanti il sacco borbonico (Roma, Forza ni e C,
tip. del Senato, 1894).
Ora dunque, tornando alla 'Vita del Cellini, opera
bizzarra ma che diletta e piace, chi può mai prestar fede
o astenersi dal sorridere alla narrazione di que' suoi in-
credibili portenti, raccontati con una semplicità così arti-
stica, così fina da imporsi persino ai grammatici? Que-
sta spontanea illusione autobiografica si ravvisa del pari
negli scrittori dei diari e delle cronache tanto più facil-
mente illusi quanto più furono testimoni e compartecipi
— 146 —
dei fatti; meglio ancora ciò si riconosce nelle leggende
originate da vanità di famiglia, da borie atavistiche, da
falso patriotismo ecc. come vi dimostrerò nella prossima
lezione.
LEZIONE VII.
Della tradizione orale
Oggi vi parlerò della tradizione orale che la meto-
dica, ossia le norme fondamentali della critica storica,
deve pur considerare per conoscere i suoi rapporti coi
fatti, cioè il suo valore intrinseco come fonte, il suo ca-
rattere come testimonianza più o meno attendibile.
« La fonte più importante, accanto al racconto im-
mediato è qui la leggenda, più importante forse sotto
l' aspetto negativo che sotto quello delle testimonianze
positive che le dobbiamo ; poiché essa è quella fonte che,
atteso il suo carattere, è esposta alle alterazioni più forti,
a quelle cioè cui va soggetto il racconto che passa* di
bocca in bocca » (i). Occorre quindi ricercare sopratutto
la specie e la maniera di queste adulterazioni, o, come
suol dirsi, il processo di formazione della leggenda. Noi
possiamo a tal uopo non solo pensare alle leggende delle
età più antiche e delle civiltà meno sviluppate, quantun-
que esse ci presentino gli esempi più caratteristici, ma
(i) Crivellucci, Manuale cit., pag. 156.
— 148-
dobbiamo altresì ricordarci che le leggende si formano
continuamente anche in tempi civilissimi, per quanto il
terreno possa essere meno propizio al loro maggiore svi-
luppo e per lo più non offrano altro che le modeste ma-
nifestazioni dei si dice e degli aneddoti. Prendiamo ad
esempio la leggenda veneziana di 'Biasio luganegher, os-
sia del salsicciaio Biagio nativo della Carnia e stabilitosi
a Venezia su quella lunga lista di terra, lambita dal Ca-
nal Grande e dirimpetto a s. Geremia che, pur in oggi,
chiamasi appunto riva di Biasio. Narrano dunque quasi
tutti i Registri dei Giustiziati, compilazioni private di età
diverse che si trovano manoscritte nella Biblioteca Mar-
ciana ed altrove, che nei primordi del secolo XVI (cioè
press' a poco quando sarebbe avvenuto il caso del povero
Fornaretto, di cui v'ho fatto cenno nella terza lezione)
questo 'Biasio luganegher preparasse colle carni di teneri
fanciulli quella vivanda composta di pezzetti di carne
messi nel brodo che si chiama sgua^eto e che piace tanto
al popolo veneziano. Ora avvenne, sempre secondo la
leggenda, che avendo un barcaiuolo scòrto nella zuppiera
o scodella servitagli da Biasio un pezzetto di dito umano
con l'unghia attaccata facesse partecipe di sì orrenda tro-
vata anche un artigiano cui era mancato, tempo addietror
un bambino: donde la denunzia alla Quarantia Crimi-
nale, la cattura del colpevole, la sua confessione, la di lui
condanna a morte. Anche una cronaca scritta a quanto
pare tra la fine del secolo XVI ed il principio del XVII
(ci. VII cod. 30 alla Biblioteca Marciana) parla dì questo
Biagio colle parole: Nota che tutte le barche venivano da
oMestrina arrivavano all' hosteria di Biasio, hora detta
- 149 —
Riva di ^Biasio. Ed il Foscarini, nei moderni Canti del
popolo veneziano (Venezia, Antonelli, 1844, pag. 39) pub-
blicò pur quello di una madre in correlazione ad un tal
fatto, la cui tradizione dura tuttora viva e costante nei
popolo veneziano :
Su la riva de Biasio l'altra sera
So andada col putelo a chiapar aria,
Ma se m' ha stretto el cuor a una maniera
Che la mia testa ancora se zavaria (vacilla):
Me pareva che Biasio col cortelo
Tagiasse a fete el caro mio putelo.
Neil1 Archivio di Stato però, come nel caso del For-
naretto, non c'è alcun documento riferibile al fatto di Bia-
sio luganegher e, come appunto l'altro, esso non è nemmeno
accennato nei Diari di Marin Sanuto, che pur notava cose
di assai minore importanza e notorietà. Ma come trasse
origine la leggenda? Probabilmente da un processo per
furto contro un Biasio varoter (vaiaio) o pellicciaio, che
stava presso la riva drBiasio [penes ripam IMasti) nel 1395
(più d'un secolo avanti che vi dimorasse l'omonimo sal-
sicciaio), come si trae da una sentenza dei Signori di
Notte al Criminale (1), magistratura composta di sei pa-
trizi scelti per ogni sestiere e che doveva, oltre che ve-
gliare in tempo di notte alla pubblica sicurezza girando
con guardie per arrestare i malfattori e i detentori d'armi
proibite, procedere contro i bigami, i ladri, i feritori ecc.
(1) Tassini, Curiosità veneziane, 4.* ediz., pag. 88-89.
1B0
Anche da ciò si vede come la principale causa per cui si
alterano le leggende sta nel modo incompiuto d'intendere
un racconto. Il fatto del 1393, passato di bocca in bocca,
assunse proporzioni che prima non aveva e prova che si
può giungere ai segno da convertire la leggenda in una
narrazione favolosa.
Non c'è bisogno di spiegare meglio questa causa di
alterazione che ognuno dall' esperienza quotidiana, dal
modo onde originano e corrono le voci, conosce abba-
stanza e che anche nella formazione della leggenda opera
su larga scala. Vi ha una gran parte, in secondo luogo,
la fantasia e un certo bisogno estetico immancabile di ab-
bellire il racconto che abbiamo ascoltato; si ubbidisce a
un' involontaria tendenza di ripeterlo in modo da pro-
durre il maggior effetto possibile; e più la materia di
esso in sé e per sé eccita la fantasia, più il narratore viene
stimolato ad accrescerne l'effetto con l'esagerazione e con
le solite frangie, ossia ciò che di falso o di favoloso si ag-
giunge alla narrazione del vero, fors'anco per quel dilet-
tamento o turbamento dello spirito che prova l'uomo alle
forti sensazioni, secondo che sieno tristi o liete. « Vanità
personale o spirito di corpo, ambizione, sentimento pa-
triotico e odio di parte, misticismo religioso e fanatismo
confessionale, in una parola le molteplici affezioni del su-
biettivismo danno alimento a quest'attività della fantasia.
Finalmente anche il desiderio di comprendere, la curiosità
e la brama di sapere, cagionano forti alterazioni nei rac-
conti di seconda mano; si cerca di rendere comprensibili
le parti incomprensibili Ndel racconto udito, e farle rien-
trare nel giro delle proprie idee, e le si trasformano a tal
— 151-
effetto; si vorrebbe sapere qualche cosa di più circa alle
particolarità, ai motivi, alle conseguenze e agli antecedenti
e sia che ci vengano rivolte delle domande in proposito,
sia che noi stessi ce le rivolgiamo tacitamente, rispon-
diamo ad esse facendo supposizioni o anche inventando
addirittura » (i).
Consideriamo i fenomeni specifici che derivano da
queste cause generali. Prima di tutto ci si presentano le
leggende che rientrano nella sfera dei miti, cioè di quelle
invenzioni mitologiche che possono avere o non avere una
origine storica e che nascondono dietro di sé qualche ve-
rità, insegnamento o dottrina. Ma è noto che l'origine dei
miti e i loro rapporti con la realtà storica sono stati spie-
gati nnlto diversamente. Fondatore della moderna dot-
trina dei miti fu Giambattista Vico, celebre filosofo e
storico napoletano nato nel 1670 (2), morto nel 1744. Il
lavoro che più rese illustre il suo nome è intitolato : « Prin-
cipii di scienza nuova d'intorno alla comune natura delle
nazioni ». La i.a edizione fu stampata a Napoli nel 1725,
la 2.a nel 1730, la 3.*, con notevoli cambiamenti, nel 1744,
poi a Milano nel 1816 e in fine nel 1836 tra le Opere di
G. B. Vico ivi ordinate ed illustrate dal Ferrari; venne
anche tradotta e pubblicata in tedesco dal Weber nel 1822,
in francese dal Michelet nel 1827 ecc. Il suo classico la-
(1) Crivellucci, Manuale cit.. pag. 158.
(2) Secondo la Vita, scritta da lui stesso, l'anno della saa
nascita sarebbe il 1668, ma dai registri di battesimo risulta
ch'egli nacque veramente nel 1670.
— 152 —
voro che creava una nuova filosofia della storia, si divide
in cinque libri, il primo dei quali espone ciò che Vico chiama
i Principii e relativi allo scibile in generale, allo studio
particolare della storia e alla critica storica o letteraria,
concludendo nei tre seguenti postulati di verità storica e
filosofica ad un tempo: la realtà d'una Provvidenza invi-
sibile attestata dall'istituzione universale delle religioni;
necessità, in attinenza con l' istituzione dei matrimoni e
delle famiglie, di domare le passioni e di volgerle in virtù
sociali; credenza naturale nell'immortalità dell'anima con-
fermata dall'istituzione dei sepolcri. A fianco di questi
tre articoli di fede, il Vico ammette una credenza più va-
sta ancora, quella del bisogno permanente di società; e
comparando i varii periodi dell'esistenza sociale, sia presso
uno stesso popolo, sia presso popoli diversi, li riduce a tre
età ben distinte: la divina o teocratica in cui l'uomo
si esprime per via di geroglifici ossia parla in lingua sa-
cra, ch'è quanto dire di misteriosa o allegorica significazio-
ne; l'età eroica o favolosa in cui prevale un idioma metafo-
rico e poetico ; l'età umana e storica che adopera l' idioma
analitico, il linguaggio veramente classico e letterario. É
la civilizzazione del secondo evo, la saggerà poetica,
quella dei giganti e dei poeti che forma tema al 2° libro
della Scienza nuova e che il Vico sa trattare con tale arte,
perspicacia ed erudizione da essere meritamente conside-
rato fra i creatori della filosofia dei miti e dei culti. Ne-
gli ultimi dei cinque libri, onde si divide la sua grande
opera, vi si svolgono le epoche successive del diritto reli-
gioso e civile, le rivoluzioni politiche e morali che corri-
spondono alle tre predette fasi della società umana: la
— 153 —
giustizia teocratica e spietata dell'età divina; l'equità
politica, ma ancora arbitraria, dell'età eroica; l'eguaglianza
civile dell' età umana che, secondo il Vico, si conserva
meglio in una monarchia ben costituita. La perdita del-
l'indipendenza e la corruzione interna sono le due cause
che mettono fine alla vita d'una nazione. Due rimedi po-
trebbero non pertanto renderle la forza vitale : una monar-
chia potente o la conquista da parte d'un popolo migliore.
Se l'uno o l'altro di questi due rimedi fallissero, la nazione
si dissolverebbe, si disperderebbe come Y impero romano
e farebbe posto a un' altra società che ricominciando in
egual modo il processo evolutivo percorrerebbe probabil-
mente le medesime fasi, svilupperebbe liberamente le me-
desime facoltà e obbedirebbe, forse senza saperlo, agli
stessi decreti provvidenziali. E questo giro identico per
tutte le società, questa rotazione universale, questi corsi
e ricorsi storici che fecero dare alla teoria del Vico il
titolo di Sistema dei ritorni o dei cicli storici. Però no-
nostante l'ampiezza e la novità del soggetto, da luì trat-
tato con mirabile acume, il Vico non va esente da qual-
che taccia. Per es. non dice nulla sulla parte che spetta
alle religioni nelle epoche in cui l'idea del diritto non
ancora prevaie come in Oriente; poco o nessun conto egli
tiene delle produzioni dell' arte e dei monumenti della
filosofia propriamente detta. Ma ciò nulla toglie alla fama
ben meritata di quella gloria nostrana che seppe rivendi-
care la dignità della scienza e la potenza del diritto ; e
in ogni modo alle poche lamentate lacune provvidero mi-
rabilmente il genio del Bossuet, il filosofo ieratico, e
quello del Herder, il filosofo umanista, nato proprio nel-
154
l'anno in cui morì il Vico e che pur esso contribuì a
creare la filosofìa della storia.
Ora con la moderna dottrina dei miti, fondata dal
Vico, si è giunti alla persuasione che non si può stabi-
lire un principio generale che valga per tutti, poiché i miti
nascono in vario modo e variamente stanno in rapporto
con la storia e ogni ciclo di miti ben deve analizzarsi e
spiegarsi mediante principii generali, ma sempre partendo
dalle condizioni sue speciali (i). Per questa via si è giunti
alla constatazione che molto spesso i miti prendono la
forma di leggende storiche senza che contengano elementi
storici di sorta, mentre altre volte si trovano collegati e
mescolati in varia maniera con vere e proprie remini-
scenze storiche: gli attributi e i fatti degli Dei vengono
umanizzati in quelli di re e di eroi, le imprese, le doti di
uomini straordinari vengono divinizzate. Un tale argo-
mento è magistralmente trattato dal prof. Pio Rajna,
insegnante lingue e letterature neo-latine (cioè roma-
nicae o romance) al R. Istituto di studi superiori in
Firenze, nella sua opera, premiata dall' Accademia dei
Lincei, su Le orìgini dell'epopea francese, pubblicata
dal Sansoni di Firenze nel 1884. Da quest' insigne mo-
nografia sappiamo in che modo abbiano origine gli er-
rori che si riscontrano nelle epopee popolari : fatti e im-
prese d*intere generazioni vengono raccolti in brevi spazi
di tempo intorno a singoli personaggi, come per es. le con-
(1) Crivellucci, Manuale cit., pag. 158.
- 155 —
quiste dei Greci in Anatoìia nella guerra decennale in-
torno ad Ilio o Troia, argomento dell'omerica epopea ; la
trasmissione della scrittura, ossia dell'alfabeto, dai Fenici
ai Greci attribuita a Cadmo figlio d' Agenore re di Fe-
nicia; l'intera legislazione degl'Israeliti attribuita al solo
Mosè, quando gli ultimi lavori di critica sacra o di
ermeneutica biblica in Germania, in Francia, in Inghil-
terra circa al Pentateuco tendono a provare che i cinque
libri mosaici, lungi dall' essere 1' opera d' un solo uomo
e d'una sola epoca è una compilazione o combinazione
in cui sono entrati degli scritti di varie date e di penne
diverse: da Mosè, nel XIII secolo avanti l'era cristiana,
al sacerdote Esdra, vissuto nel secolo VI avanti Cristo e
chiamato dagli stessi Ebrei il principe dei dottori della
legge, ch'ebbe forse l'ultima mano nella compilazione dei
detti libri.
E come fatti e imprese d' intere generazioni ven-
gono raccolti in brevi spazi di tempo intorno a singoli
personaggi, accade il simile per quanto riguarda i di-
fetti e le colpe onde vanno famosi certi uomini d' alto
grado che solo una volta si sono dati nella storia con
quei tali caratteri, ma che si esagerano ad arte per fare
di essi dei tipi originali o meglio anormali. Così per
es. Nerone, ritenuto da prima come il tiranno più mal-
vagio, fu sovraccaricato sempre più di particolari d' un
t al tipo ; cosi a Carlomagno, già famoso come grande
legislatore del medio evo, si riferirono tutti gli atti
legislativi d' ignota origine ; così a Lucrezia Borgia
furono attribuiti i peggiori vizi muliebri, mentre i
documenti onde si giovò il Gregorovius nelle sue ul-
— 156 —
time ricerche, contraddicono manifestamente ai favolosi
racconti delle di lei turpitudini e dissolutezze, (i).
Oltre poi alle addotte ragioni che muovono i narra-
tori di leggende a infiorarle con fatterelli che colpiscano
l'imaginazione vi è la tendenza, puramente fantastica ma
ingenita nell' uomo, della creazione estetica e il piacere
che si prova nell'abbellire o imbruttire fatti e personaggi:
« situazioni e caratteri vengono in ogni particolare de-
scritti, motivati e messi in relazione tra loro e anche con
fatti che non vi hanno rapporto alcuno, in modo che si
ampliano e diventano un intero complesso di leggende
solo per effetto del bisogno di poetici ornamenti ; e il gu-
sto che si prova a queste belle narrazioni, simmetriche,
artistiche, attraenti, conduce ad accoglierle con predile-
zione e a diffonderle; e non di rado anche accade che le
descrizioni dei fatti, come vengono date dai poeti nelle
opere loro, siano preferite ai magri racconti degli sto-
rici » (2).
Moltissime sono le favolose creazioni di questo ge-
nere, dall' antichità attraverso al medio evo fino all' età
moderna, in cui finalmente, almeno nel campo letterario,
si è posto un termine a questo gioco dialettico-fantastico
con la critica e l' interpretazione metodica. I pregiudizi
dominanti, la vanità nazionale, l'ignoranza dei popoli pri-
(1) Lucrezia Borgia secondo documenti e carteggi del tempo
(trad. dal tedesco per Raffaello Mariano, 3.a ristampa, Firenze
Succ. Le Monnier, 1885, pag. 170, 171, 291 ecc.).
(2) Crivellucci, Manuale cit., pag. 161.
— 157 —
mitivi e la mancanza di scritture autentiche dei tempi
remoti hanno aperto spesso le ali della fantasia più ca-
pricciosa. Così i Franchi potevano far derivare sé stessi dai
Troiani e conseguentemente il nome della città di Parigi
dal troiano eroe Paride che col rapimento di Elena, mo-
glie di Menelao re di Sparta, fu cagione della guerra di
Troia ; cosi i Padovani potevano dirsi Antenorei suppo-
nendo che il pur troiano Antenore, viaggiando nel paese
degli Euganei, fondasse Palavium, il cui nome vuoisi de-
rivato dal greco, dal celtico, dall' etrusco ecc. secondo le
capricciose nozioni etimologiche dei cronichisti e degli
storici d'un tempo; così i Veronesi potevano attribuire
a Brenno, duce dei Galli, la fondazione della loro città;
così i Veneziani potevano sbizzarrirsi a lor talento or fa-
cendosi oriundi degli asiatici Eneti, or della gente gallica
di Bretagna or nientemeno che delle parti di Schiavonia
o Slavonia, limitrofa della Croazia, che quanto dire del
ceppo slavo-meridionale (i). — Se si considera tutto quanto
risguarda T alterazione favolosa dei fatti, si scorge facil-
mente quanto sia difficile riconoscere fino a che punto le
leggende contengano tradizioni e ricordi, non alterati, di
qualche valore storico. Ben a ragione il Niebuhr nella sua
storia romana (Roemische Geschichte, 2.a ediz., I 226 e
(1) Fra le tante fantasticherie etimologiche sul nome di
Venezia merita pur menzione quella che lo fa derivare da Veni
etiam... messo in bocca ai nuovi venuti. V. in proposito quanto
ne riferì ultimamente con la sua geniale arguzia il mio illustre
amico prof. Emilio Teza. Atti del R. Ist. di sciente, lett. ed arti
dell'aprile 1900.
158
seg.) paragona la leggenda ad un nebuloso fantasma o
anche ad una specie di Fata Morgana (la famosa fata dei
romanzi e poemi cavallereschi), la cui figura originaria
sfugge alla nostra vista e la cui legge di rifrazione ci re-
sta ignota : e anche se ciò non fosse, nessun ingegno po-
trebbe avere tale penetrazione e dottrina da indovinare
da queste forme stranamente confuse l'ignota figura pri-
mitiva. Infatti, a cagione della maniera del tutto arbitra-
ria e fantastica onde la leggenda mescola realtà e poesia,
rimembranze e chimere, è assolutamente impossibile dalla
stessa leggenda, senz'altro aiuto, distinguere il vero sto-
rico dal falso e dall' invenzione. Perciò, come osserva giu-
stamente il Crivellucci (i), è assolutamente contrario al
buon metodo il trattare le leggende come ha fatto la cri-
tica razionalistica nel suo primo risveglio e come di quando
in quando si vede fare, vale a dire che bisogna ritenere
per vero ciò che, secondo la natura e secondo la storia,
risulta possibile e che bisogna invece respingere ciò che
si presenta come evidentemente impossibile e fantastico;
perchè anzi risulta dal carattere della leggenda, desunto
dall' esperienza, che appunto anche i dati apparentemente
semplici e positivi possono essere inventati, presi a pre-
stito, travolti, e non possono mai essere tenuti senz'altro
per sinceri. In sostanza noi possiamo di una leggenda ri-
tenere come testimonianze storiche solo quelle parti e
quei dati che siamo in grado di riconoscere per tali me-
diante i mezzi di raffrontamento della critica. Da ciò con-
(i) Manuale cit., pag. 163.
159
segue che noi non possiamo considerare come fonti della
tradizione storica appunto le fiorite leggende dei più an-
tichi tempi, perchè sfuggono a "qualsiasi procedimento di
riscontro : quindi, in generale, la leggenda non può essere
adoperata come fonte storica che assai parcamente. Con-
siderata invece come avanzo dello spirito creatore del po-
polo essa acquista un tutt' altro carattere, perchè ci at-
testa come gli uomini di un determinato tempo si rap-
presentarono alla mente il loro passato, come concepi-
rono e riprodussero avvenimenti e personaggi storici, quale
impressione hanno lasciato gli avvenimenti nella coscienza
del popolo, quale fu il suo modo di vedere sopra dati av-
venimenti, istituzioni e personaggi : onde possiamo di leg-
gieri argomentare quali fossero le idee politiche, religiose
e scientifiche di un dato tempo e di un- dato popolo e
constatare per conseguenza le trasformazioni cui andò sog-
getto il pensiero delle generazioni che si susseguirono per
dedurne il grado di maggiore o minore civiltà.
Come nelle ricerche naturali, così nelle storiche,
l'uomo suol muovere a ricercare le cause e la spiegazione
dei fenomeni sociali per entro al passato. E poiché le prime
investigazioni sono tanto più sdegnose di limiti quanto
più ansiose di soluzioni certe, nasce la cronaca favolosa,
della quale facilmente s' appaga. « Così le pile del gran
ponte che intende a gittare fra la vita attuale e quella
delle generazioni che lo precedettero, si fondano per via
di leggende e il poeta diviene il primo compositore e il
primo interprete sì dei fatti naturali che degli storici » (i).
(i) Tommasini, Scritti distor. e crii., Torino, Loescher, 1891, p. 3.
— 160 —
Non molto dissimile dalla leggenda è l'aneddoto che
di essa potrebbesi chiamare il fratel minore, poiché gli
elementi da cui origina sono gli stessi e non diversifica
che nel campo d'azione. La leggenda predomina in una
età in cui la fantasia non ha freno ; ma a mano a mano
che il criticismo scientifico s' impone alle facoltà imagi-
native dell'uomo limitandone o impedendone i troppo
alti voli, la mente si volge alla vita privata d'illustri per-
sonaggi, ai fatterelli particolari della vita intima di qual-
cuno, a ciò che avviene tra le quinte della scena politica,
alle piccole o grandi geste dei re, e si sfoga invece che
nell'epica nella novellistica. Un aneddoto, fra i tanti, ri-
guarda l'origine delle no\\e d'argento che si attribuisce
al primo dei Capetingi, terza razza (succeduta ai Mero-
vingi e ai Carlovingi) dei re di Francia da cui discendono
tutte le famiglie dei Borboni che felicitarono i popoli la-
tini fino al 1860. Narrasi dunque che Ugo Capeto. visi-
tando nel 1087 i sobborghi di Parigi, dove aveva da li-
quidare 1' eredità d' uno zio, trovò al servizio di costui
un villano eh' erasi incanutito sul lavoro, si manteneva
celibe e dimostrava un grande attaccamento al padrone,
che in 25 anni non aveva mai avuto motivo a lagnarsi di
lui e per ciò lo considerava come persona di famiglia. Nella
stessa fattoria, dal medesimo tempo e con uguali meriti,
trovavasi una donna che, a sua volta, non era mai andata
a marito. Sentita la storia di costoro, Ugo Capeto, da
quel gentiluomo e valentuomo che si dimostrava in ogni
occasione, se li fece venire davanti e disse alla donna:
il tuo merito è grande più assai che non quello di
costui, che pure è grandissimo, poiché ben più diffidi
— 161 —
cosa è la costanza della donna nella schiavitù del lavoro
e dell'ubbidienza, che non quella dell'uomo; ora io vorrei
darti un premio né so quale maggiore potrei darti, all'età
tua, che una dote ed un marito (due cose apparentemente
inseparabili, perchè, col fatto, chi sposa la dote, chi la
moglie, chi tutf e due). La dote è pronta, continuò il re,
questo fondo da oggi è cosa tua; se costui che lavorò teco
per venticinque anni acconsente a impalmarti, è pronto
anche lo sposo. Maestà, mormorò il villano, tutto con-
fuso e sbalordito, volete voi che ci sposiamo coi capelli
d'argento ? E saranno nozze d'argento, rispose il sovrano,
e io vi darò da questo momento la fede nuziale. E tol-
tosi dal dito un anello d'argento tempestato di gemme lo
pose al dito della donna e unì le mani di quei due che
piangevano dall'emozione.
L'avventura si riseppe in tutta la Francia e si propagò
con tanto clamore e con tanto entusiasmo di popolo che
vuoisi da essa abbia avuto principio la costumanza delle
nozze d'argento, delle quali le no^e d'oro non sono che
un'imitazione alla doppia distanza di tempo.
Ecco come F aneddoto, cioè il racconto di qualche
fatto particolare di persona per lo più ragguardevole, si
confonde talvolta con la leggenda quasi a segnare il pe-
riodo di transizione tra l'uno e l'altra. Come tradizione
perciò l' aneddoto è tanto poco attendibile quanto la leg-
genda, sua sorella maggiore; è invece attendibile come
questa nel suo carattere di avanzo, come testimonianza
di ciò che gli autori e i narratori dell' aneddoto pensa-
vano e credevano intorno ai relativi fatti o personaggi.
Per es. nel caso di Ugo Capeto noi possiamo argomentare
- 162 —
da quell' aneddoto, e meglio ancora sarebbe se da più
aneddoti, eh' egli fosse di nobili maniere, di cuor gene-
roso, di alto sentire ecc. ecc. E ove altre circostanze con-
corressero a fortificare l'opinione che di lui ci siamo for-
mata indirettamente potremmo venire, per la stessa via,
ad una illazione ancora più decisiva sul suo carattere.
Così dicasi dei motti, delle sentente storiche e delle
poesie: solo che in queste ultime si aggiunge, come causa
alteratrice della verità, anche la licenza poetica, arbitrio
che si prende talvolta il poeta nei suoi versi più che con-
tro le regole dell'arte contro le risultanze dei fatti.
La tradizione figurata (pitture e sculture storiche, rap-
presentazioni topografiche ecc.) si comporta in complesso
come la tradizione scritta (inscrizioni storiche, annali, cro-
niche, biografie ecc.) e al par di questa è soggetta a varie
alterazioni. Solo che queste, a cagione della forma più
materiale dell' espressione, sono più determinate e visibili.
LEZIONE Vili
Del carattere dell' autore
Nelle ultime lezioni, trattando della critica intrinseca
che deve dimostrare la realtà dei fatti giudicando il va-
lore delle fonti rispetto ad essa, ho parlato delle varie
specie di fonti (avanzi, monumenti, tradizione scritta,
orale e figurata) che dobbiamo prendere in considerazione
per conoscere i loro varii rapporti coi fatti, cioè il loro
carattere come testimonianze. Oggi v'intratterò dunque
del carattere dell'autore, perchè specialmente nella tradi-
zione il giudizio sulla veridicità di essa dipende dal giu-
dizio che possiamo dare sui rapporti dell'autore coi fatti
stessi, in una parola sulla personalità, sul carattere di lui.
Come abbiamo già veduto, la tradizione dei fatti è tanto
più sincera e non alterata quanto più riposa sulla perce-
zione immediata e quanto più colui che li percepisce e ne
riferisce è atto a percepirli e a riferirne senza alterarli.
Immediatezza e fedeltà sono i criteri della verità storica
ed entrambe dipendono dalla persona del primo osserva-
tore. Molto tardi si giunse a riconoscere chiaramente la
importanza che per la tradizione ha l'individualità (carat-
tere, condizione ecc.) dell'autore e a porla a fondamento
164
della critica storica. L'ingegno naturale ha ben giudicato
sempre secondo questo principio, per cui ogni qualvolta si
tratta di constatare la verità di un fatto, sorge spontanea
la domanda al relatore s'egli stesso ha veduto o udito ciò
che racconta o da chi l'ha udito: e questo per poter fon-
dare il proprio giudizio sull'attendibilità del relatore. «E
indizio curioso della tardità dello spirito umano che un
principio così semplice e d'uso giornaliero abbia avuto bi-
sogno di secoli per essere adoperato nella scienza e per
diventare massima metodica consapevolmente applicata;
fenomeno non isolato del resto, che in tal caso potrebbe
attribuirsi a colpa degli storici; mentre invece è noto che
appunto le più grandi e più semplici massime critiche
tardi e lentamente arrivano ad essere riconosciute e ado-
perate come si deve. Una di tali massime fondamentali é
quella semplicissima di cui ora si tratta; solo coli' uso
conseguente di essa si è in grado di giudicare con sicu-
rezza della verità della tradizione e di acquistare nozioni
storiche sicure» (i).
Ma prima di venire ai particolari dell' uso di questo
principio, giova ricordare, almeno alla sfuggita, i fatti
principali relativi all' antistoria e alla storia dell' Italia
moderna per potervi dare, a mo' d' esempio, un cenno di
narrazioni non sospette, alle quali conviene ricorrere per
uno studio peculiare su tal argomento di cui avrete già
una conoscenza generale.
(i) Crivellucci, Manuale cit., pag. 166.
— 165 —
Con Teodosio il grande spirò il genio di Roma. I
suoi due figli, Arcadio ed Onorio, si divisero l'Impero, ma
né l'uno né l'altro seppero governare ; così che i Barbari,
non più contrastati dal valore di Teodorico, irruppero da
ogni parte: da ciò le formidabili invasioni barbariche che
scompigliarono il mondo e che riuscirono poi a sovrap-
porsi alla potenza romana. Durante il dominio degli Eruli
e degli Ostrogoti non si può dire rigorosamente parlando
che grandi mutazioni avvenissero in Italia : anzi quando
parlasi di caduta dell'impero romano devesi intendere sol-
tanto un cambiamento di nomi, giacche, in sostanza, so-
pravvissero come per lo innanzi le instituzioni e gli ordi-
namenti romani. Di fatti al nome d'imperatore si sostituì
quello di re barbaro e 1' esercito si disse barbaro invece
che romano; ma realmente da lungo tempo gì' imperatori
e l'esercito erano barbari; e del resto Odoacre, capo degli
Eruli, e Teodorico, re degli Ostrogoti, nulla distrussero
dell'orbine di cose da essi trovato. Si confrontino in pro-
posito il Micali, Storia degli antichi popoli italiani (con
monumenti inediti) pubblicata a Firenze, in 4 volumi, dal
1832 al 1844; il Vannucci, Storia dell'Italia antica, 3.a edi-
zione accresciuta, corretta ed illustrata con monumenti
(4 volumi), Milano, tip. editrice lombarda 1873-76; la Sto-
ria di Roma del Bonghi, Milano, Treves, 1884, il cui se-
condo volume contiene le fonti della storia romana e il
cui terzo volume, frammento postumo, fu pubblicato dallo
stesso editore Treves nel 1896; il Gibbon, Storia della
decadenza e rovina dell'impero romano compendiata (tra-
duzione italiana, 2.a ed., Firenze 1864); il Mommsen , Sto-
ria di %oma, tradotta dal Sandrini, Milano 1864, 4 voi.;
166
il Gregorovius, Geschichte der Stadt 'lipm im oMittelalters,
in 8 voi., tradotta dal Manzato, Venezia, Antonelìi, 1876
ed ora illustrata e riedita in italiano per cura della So-
cietà editrice nazionale di Roma ; il Tesauro che descrisse
II regno d' Italia sotto i ^Barbari (Tori no 1664; Venezia 1680);
il Balbo, Storia d'Italia sotto ai Barbari (Firenze, Le Mon-
nier, 1856^; il Bertolini, la Storia delle dominazioni bar-
bariche (Milano, Vallardi, senza data) ; il Villari, Le in-
vasioni barbariche in Italia, Milano, Hoepli, 1901.
Alla disastrosa guerra ventennale tra i Goti e i Greci
(535-554) e al mal governo di questi ultimi tien dietro il
lungo ed oppressivo dominio dei Longobardi. Allo sto-
rico poi maggiori difficoltà si affacciano, attesa la incer-
tezza della cronologia e la povertà di documenti pervenu-
tici, principale tra i quali, e quasi unico, ci si offre la di-
sadorna ed oscura cronica del Varnefrido, cioè di Paolo
Diacono. Molta luce, a dir vero, vi apportarono i profondi
studi degli storici moderni, come per es. il Trova, Storia
d'Italia nel medio evo (sino alla fine del regno longobardo),
Napoli 1839-59, voi. 17 e Codice diplomatico longob. dal
568 al 774, da lui pubblicato con note storiche, osserva-
zioni e dissertazioni, Napoli 1852-55, voi. 5; il Dahn, Lon-
gobardische Studien, Lipsia 1876; il Del Giudice, Lo sto-
rico dei Longobardi e la critica moderna^ Milano, Hoepli,
1880 ; il Rinaudo, Di alcune fonti della storia dei Longo-
bardi di 'Paolo Diacono, Torino, Botta, 1882; il Crivellucci,
Studi storici (periodico trimestrale da lui diretto) Pisa,
voi. Vili, 1899 - AdPauli Diaconi Hist. Lang.\ il Tamassia,
'Paolo Diacono, Cividale 1900: tuttavia qualche punto ri-
mane ancora da chiarire. Accanto poi al dominio longobardo
— 167 -
sorge, nuova potenza, il Papato, il quale, intromettendosi
prima negli affari dei Longobardi e dei Greci, poscia in
quelli degli altri Stati, incomincia a dare alla storia uno
svolgimento particolare e ad influire grandemente sui de-
stini d'Italia e degl' Imperi.
La spada di Carlomagno pone fine alle invasioni bar-
bariche e inaugura quel nuovo impero d'Occidente, alla
cui dissoluzione concorse, più che la debolezza dei suoi
successori, la tendenza naturale che avevano le diverse
genti europee a ricostituire le loro nazionalità : franca,
germanica e italiana. Sul regno di Carlomagno in Italia
abbiamo un'opera del Balbo, pubblicata a Firenze nel
1862, e una del Malfatti intitolata Imperatori e papi al
tempo della signoria dei Franchi in Italia, che fu stam-
pata a Milano nel 1876 in due volumi. Mentre i baroni
germanici eleggevano Arnolfo di Carinzia re di Germa-
nia, in Francia proclamavasi re Eude od Oddone conte
di Parigi, e i baroni italiani, congregatisi a Pavia, eleg-
gevano re d'Italia Berengario duca del Friuli. Ma gl'Ita-
liani, anzi che consolidare la propria indipendenza, si di-
visero in partito franco e germanico, l'uno invocando
l'intervento di Rodolfo di Borgogna, l'altro d'Ottone I di
Germania, che vinto Berengario II, nipote, per parte della
madre (Ermengarda d'Ivrea), di Berengario I, inaugurò il
secolare dominio tedesco in Italia. Nel tempo stesso co-
mincia anche l'ingerenza aperta degl'imperatori negli af-
fari ecclesiastici, nelle elezioni dei pontefici e dei prelati,
la quale condusse alla gran lotta per le investiture. E da
questa lotta uscì gigante il nome del monaco Ildebrando,
l' austero Gregorio VII che umiliando 1' imperatore En-
168
rico IV provò ad evidenza per chi stesse V opinione pub-
blica. E l'umiliazione della potenza imperiale, le crociate,
i comuni, furono poi causa precipua del rapido progresso ci-
vile d'Italia. E questo un periodo importantissimo dell' alto
medio evo, che fu studiato, tra molti altri, e dall'Emi-
liani - Giudici con la Storia politica dei comuni italiani
(Firenze 1863, voi. 3) e dal Hegel con la Storia della co-
stituzione dei municipi italiani (Milano, 1861), e dal Lan-
zani, già prof, di storia e geografia nel liceo padovano,
con la Storia dei comuni italiani dalle origini al ijij
(Vallardi, Milano, 1882) e dal Sismondi con la Storia delle
repubbliche italiane dei secoli di m?^o (Capolago, 1846,
voi. io) e dal Cipolla con la Storia delle signorie italiane
(Milano, Vallardi, 1881) e dal famoso padre Tosti, bene-
dettino napoletano, che dotò la nostra letteratura di parec-
chie opere storiche divenute classiche, come ad es. la Storia
della badia di Monte Cassino in 3 voi. (Napoli, Civelli,
1842-43) o la Storia della lega lombarda, illustrata con
note e documenti (Milano 1860 e Roma 1886) e che aveva
iniziata quella conciliazione tra il "Vaticano e il Quirinale
che, se fosse felicemente riuscita, avrebbe consolidato il
potere dell'uno e dell'altro con grande vantaggio reciproco
ma più specialmente della nostra patria. Nella lotta delle
investiture, sostenuta dai papi contro gì' imperatori te-
deschi (1073-1122), i Pontefici trovano appoggio nella mag-
gior parte delle città italiane e da questo grande movi-
mento usci la prima idea nazionale. Ma, a paralizzarne i
generosi tentativi, scoppiarono quelle lotte secolari tra i
partiti che condussero alle chiamate degli stranieri: sul
qual argomento abbiamo appunto il lavoro dello storico
— 169 —
toscano prof. Antonio Cosci, intitolato : «L'Italia durante
le preponderanze straniere » (Milano, Vallardi, senza data)
che va sino al 1789, cioè sino alla Rivoluzione francese,
onde mutaronsi eziandio i destini della nazione italiana.
Ora che vi ho date alcune indicazioni sommarie di
opere utili per la conoscenza de 1' antistoria e la storia
dellltalia moderna, stante la difficoltà di avere sott'occhio
fonti originali dei tempi più a noi discosti, debbo soggiun-
gere che in quanto poi alla narrazione dei fatti meno lon-
tani occorre assolutamente valersi di relazioni sincrone
d'autori fededegni. Il giudizio circa alla loro attendibilità
dipende innanzi tutto dalla questione se abbiamo a che fare
con una relazione immediata, con una fonte originaria, op-
pure se dobbiamo vedere per quante e quali vie quella
data relazione ci è pervenuta. A questa domanda risponde
1' analisi delle fonti, avvertendo però che il concetto di
fonte originaria non si suole restringere nel più stretto
senso alle relazioni dei testimoni oculari immediati del
fatto, ma si usa estenderlo anche alle relazioni originarie
dei contemporanei. Perciò l'accennata questione si suole
anche formularla in quest' altro modo : se cioè 1' autore
sia o no contemporaneo, oppure in che rapporto crono-
logico egli stia coi fatti narrati. Dell'autore ch'è stato te-
stimonio o contemporaneo dei fatti narrati dobbiamo
supporre ch'egli possa avere cognizione diretta di essi, se
beninteso si tratta d'un uomo a ciò adatto ; dei contem-
poranei più discosti dai fatti ma che potevano attingere
dirette notizie da testimoni di udito o di veduta più vec-
chi di loro possiamo ugualmente ammettere che narrino
per conoscenza propria; dei più discosti ancora dobbiamo
— 170 —
cercare le fonti delle loro informazioni e tali fonti dimo-
strare come immediate. E siccome la verità effettiva della
narrazione dipende appunto dall'attendibilità dell'autore
occorre farsi queste due domande che abbracciano tutta
la questione : poteva 1' autore sapere e riferire la verità ?
volle l'autore rapportarla tal quale? La risposta a tali do-
mande serve a giudicare della sua attendibilità. Questa
risposta si fonda principalmente su l'attitudine ad osser-
vare e comprendere dell'autore, sul grado della sua cul-
tura, sulle sue qualità personali, sulla sua condizione so-
ciale, sul tema e su la forma della sua narrazione, sulle sue
tendenze od opinioni politiche, religiose ecc. La critica
estrinseca, che ha per ufficio di provare l'autenticità delle
fonti, mentre l'intrinseca ha quello di dimostrare la realtà
dei fatti giudicando il valore delle fonti rispetto ad essa,
ci fornisce i mezzi per conoscere queste cose, ce li forni-
sce anche l'esame delle stesse fonti in quanto esso permette
di giungere a mature conclusioni sulle qualità personali
dell'autore. Quante volte per esempio non accade che un
autore tace od attenua ciò che contrasta con le sue idee,
esalta od abbassa il merito del protagonista ch'entra nella
sua narrazione? « Già l'antica metodologia raccomandava
« abbastanza insistentemente che uno scrittore partigiano
« solo là merita di essere creduto senza riserva dove dice
«bene dei suoi avversari e male dei suoi amici, di quelli
« del suo partito, della sua nazione (i). »
(i) Crivellucci, op. cit, pag. 16^.
— ITI —
Perciò sarebbe importante per uno scrittore il poter
avere sotto Ja mano un buon dizionario critico-bibliogra-
fico che lo aiutasse in cotal genere di ricerche. Il prof. De
Gubernatis fece per es. un magnifico Dizionario biogra-
fico degli scrittori contemporanei col proposito che desse un
esatto concetto della letteratura universale, ma la parte cri-
tica non offre sempre un retto e sereno giudizio sul valore
delle opere ivi accennate, essendo che il più degli autori,
richiesti della propria biografia e bibliografia, fornì diret-
tamente quelle notizie che non possono, almeno talvolta,
non peccare d'una certa parzialità. Com'è dunque possi-
bile formarsi sempre con quel mezzo un veritiero concetto
degli autori e delle loro opere? Sarà per ciò utile attin-
gere in qualche caso anche altrove quelle notizie che ci
occorrono per poter giudicare gli uni e le altre secondo le
regole della metodica, della critica scientifica. Le infor-
mazioni intorno alle qualità personali dell'autore, se non
direttamente col mezzo di fonti biografiche non sospette,
possiamo almeno desumerle dall'esame delle sue opere. Noi
possiamo per lo più da una narrazione o relazione ricono-
scere s'esse sono fatte con equanimità ed imparzialità, se
vi trasparisca un sentimento di simpatia od antipatia, se
l'autore non tradisca i suoi pregiudizi riportando fatti in
contradizione col criterio informativo dell'opera; ciò che
facilmente avviene quando un giudizio partigiano è in
opposizione con la realtà ; ciò che risulta paragonando i
fatti e i giudizi con quelli di altri contemporanei. Il Ranke,
il celebre critico e storico tedesco, reca esempi di tale
esame nella critica del Davila, autore della Storia delle
guerre civili di Francia, fonte preziosa perla storia del-
— 172 -
l'ultima metà del secolo XVI; ma che, nonostante il suo
pregio per l'esattezza dei fatti e la correttezza dello stile,
pecca talvolta di eccessiva parzialità (come v'ho detto an-
cora) segnatamente là dove tratta della reggente Cate-
rina de' Medici sua protettrice, di cui certi storici fran-
cesi, esagerando, in senso inverso, fanno addirittura un
mostro di perfìdia. Così pure un esempio ci offre il
Ranke nella critica delle oMemorie del duca di Saint-Si-
mon contenenti in ben 21 volumi, pubblicati a Parigi dal
suo omonimo nipote tra il 1829 e il 1831, le informazioni
più interessanti e circostanziate su la corte di Luigi XIV,
la reggenza di Filippo d'Orleans e il regno di Luigi XV,
ma inspirate da tali pregiudizi nobiliari e da sì notevoli
preferenze ed antipatie che il suo giudizio n' è spesso fal-
sato (1).
E siccome il giudizio sull'attendibilità dell'autore di-
pende anche dal di lui carattere morale, da cui deriva il
suo amore per la verità o la sua tendenza a nascon-
derla, noi dobbiamo ben esaminare le nostre testimo-
nianze, dobbiamo studiarci di conoscere dalla sua vita e
dai suoi scritti, o da questi solamente, quando nulla sap-
piamo della sua vita, se in generale l'autore si mostra
amante del vero, se dà notizie false e giudizi ingiusti.
Da proteste d' amore per la verità non bisogna però
lasciarci ingannare, poiché accade spesso che appunto i
più fanatici suoi partigiani vengono fuori con tali prò-
(1) Nelle opere complete del Ranke {Samtliche Werke, vo-
lume XII — introduzione — e più avanti (p. 251 e segg.J.
— 173-
>te. Piuttosto dobbiamo badare alle manifestazioni reali
siffatti sentimenti. Quando Ottone di Frisinga, lo
>rico del Barbarossa, nei racconto del conflitto di Fe-
erico colla Curia romana e col cardinale legato Rolando
indinelli alla dieta di Besanzone del 1162 {De Gestis
'iderici I nei Mon. Germ. Hist) per la collazione dei
mefici ecclesiastici che l'imperatore voleva avocare a
:(i), dice di voler riportare i relativi scritti di ambedue
parti, perché ogni lettore ne giudichi da sé e tali scritti
:he effettivamente riporta in extenso, non possiamo du-
itare del suo amore per la verità. Ma questa verità, nel
corso del suo racconto sulle geste del Barbarossa, non è
sempre del pari osservata perché qua e là si rivela la par-
zialità dell'autore prò rege. In relazione dunque con l'esame
dell'amore del vero noi dobbiamo indagare le attitudini
critiche dell'autore per vedere quali sieno e di che specie i
sussidi e le fonti ond' egli attinge le testimonianze a cui si
richiama, con quanta efficacia ricerchile notizie più sicure.
qual grado di coscienza e di conoscenza del metodo critico
riveli nel corso della sua opera. Astraendo poi da ogni su-
biettività dello scrittore, la relazione dei fatti rimane mo-
(i) Invelenì la questione, promossa da Federico col vietare
agli ecclesiastici tedeschi di volgersi a Roma per la collazione
dei benefici o per altri motivi, una lettera del papa che pareva
considerasse 1' Impero come benefizio, vale a dire fendo e di-
pendenza della Chiesa. Onde il legato Bandinella alla dieta di
Besanzone, osò dire: Ma se l'imperatore non tiene l'impero dal
papa da chi dunque ? Però la questione fu in appresso risolta,
dichiarando il pontefice Adriano IV eh* erasi frainteso sul signi-
ficato letterale della parola beneficio.
- 174 —
dificata dalla forma e dal fine letterario. Il medesimo autore,
per es. Senofonte, il celebre storico ateniese, in un'opera
come la Ciropedia (su la fanciullezza o 1' educazione di
Giro) eh' è un quissimile di specchio del buon principe,
tratta ben diversamente i fatti che nell'Anabasi (la spedi-
zione di Ciro, re di Persia, e la celebre ritirata dei die-
cimila greci che sotto la condotta dello stesso Senofonte
e di Clearco traversarono buona parte dell' Asia, circon-
dati da nemici, per ritornare nel loro paese), una specie
di descrizione fatta su appunti presi dal taccuino. Si con-
fronti Eusebio, vescovo di Cesarea (in Palestina), primo
e più antico storico della cristianità (268-338) nella sua
veridica ed esatta Storia ecclesiastica, tradotta in latino
dal Rufino (1) e pubblicata a Roma nel 1474, e nella sua
"Vita di Costantino il grande (2), pel quale spinge spesso
la lode fino alle più spudorate menzogne. Si noti ch'Eu-
sebio, accusato a torto di arianismo (3), seppe cattivarsi
(1) Il testo greco fu pubblicato a Parigi nel 1549 per cura
di Roberto Stefano.
(2) La vita di Costantino, oltre che in Oeuvres complétes, 2.a
ed. Mignó, Paris, 1856-57 in 6 voi., fu pubbl. con la St. eccl e,
separatamente, da Heinichen, Lipsia [830 e 2.a ediz. 1869. Ma
della fede storica di Eusebio nella vita dì Costantino trattò il Cri-
vellucci (Livorno i$88).
(3) Il prete Ario di Alessandria insegnava che il figlio
(G. C.) è simile al padre ma non esistente ab eterno. Una tale
dottrina (professata dai popoli germanici convertiti al cristiane-
simo, cioè Vandali, Visigoti, Ostrogoti, Borgognoni e Longo-
bardi) fu condannata come eretica dai concilii di Nicea (325) e
di Costantinopoli (381).
ite il favore e la fiducia di lui che fu fatto segreta-
rio del gabinetto imperiale, interprete e cappellano del
convertito monarca. Quanto influisca nel racconto il ca-
rattere dell'autore mostra con molta chiarezza un esem-
pio citato dal Crivellucci nel suo oManuale del metodo
storico (pag. 171-172), cioè la descrizione del primo in-
contro in Francia tra il re Pipino (il Breve o il 'Piccolo)
e il pontefice Stefano II (invocante il di lui aiuta contro
l'invadente Astolfo, re dei longobardi), come la troviamo
da un lato secondo la tradizione romana nel Liber Pon-
lificalis (ediz. Duchesne, 1886, voi. I pag. 447 e seg.), dal-
l'altro secondo la tradizione franca negli Annales Met~
tenses e nel Chronicon Moissiacense (Mon. Germ. hist.,
Scriptores, voi. I). Ciascun autore mette in rilievo e de-
scrive più diffusamente ciò che torna a maggior gloria
del suo signore: il romano non si contenta di accennare
laconicamente, come il franco, che il pontefice fu accolto
dal re onorevolmente (honorifìce), ma si diffonde a dire
in che consistettero i segni d'onore ; così allo scrittore
franco non basta, come al romano, di dire semplicemente
che il papa lagrimosamente (lacrimabiliter) supplicò il re
di soccorso, ma descrive minutamente 1' atto umile del
papa ; l'uno rappresenta il re ai piedi del pontefice, l'altro
il pontefice ai piedi del re, e ciascuno sorvola, senza ne-
garli, sui segni d'onore del suo signore, l'uno riassumen-
doli solo coll'avverbio honori/ice (onorevolmente), l'altro
coll'avverbio lacrimabiliter (lagrimosamente). Per conse-
guenza lo scrittore franco parla dei doni recati da Stefano
ai re e ai suoi magnati, il romano si compiace di descri-
vere la pia processione colla qttaie tutti si avviarono al
— 176 -r-
palazzo; il primo chiama Stefano semplicemente praedic-
tus papa, il secondo gli dà i più onori tici titoli; l'uno
parla d'una semplice promessa d'aiuto da parte di Pipino,
l'altro espressamente d'una promessa giurata.
Altri esempi si trovano nel voi. XXXIV delle opere
complete (Sàmtliche Werké) del Ranke, là dove tratta
della critica dei biografi {Zur Kritik neuerer Geschicht-
schreiber); ma senza bisogno ch'io ne citi altri basta uno
solo per dimostrare che lo storico imparziale, conscienzioso
ed onesto deve, ogni volta che può, servirsi di più fonti
e confrontare le une con le altre a fine di poter narrare
i fatti secondo gli risultano dall'analisi di queste fonti
da eseguirsi nel modo che v'ho già indicato (4.* lez.).
Strettamente connesso col carattere dell' autore, per
poter giudicare sulla realtà dei fatti, è l'influsso del tempo
e del luogo, in quanto che bisogna considerarli appunto
come prodotti di un determinato tempo e di un determi-
nato luogo. In una parola bisogna saper distinguere la
forma, lo stile, il pensiero di un'età a noi nota dai prodotti
congeneri di un'altra età per poter formulare un esatto giu-
dizio : il che oggi è reso più facile, in confronto del pas-
sato, per le maggiori e più divulgate cognizioni della
storia dell'arte e della letteratura e anche per vieppiù sa-
persi che la civiltà è nel suo sviluppo determinata dal
tempo e dal luogo. Nella tradizione e negli avanzi, in
quanto hanno carattere di tradizione come le gazzette,
gli scritti d'occasione ecc. (cioè prodotti dei più disparati
generi di letteratura che possono contenere fatti storici),
l'influsso del tempo e del luogo è di grande interesse pel
giudizio della realtà dei fatti, potendo esso modificare essen-
— 177 —
zialmente il concetto e la forma dei medesimi. Un tale in-
flusso è strettamente connesso col carattere dell'autore, poi-
ché esso opera appunto per mezzo di lui. Da che si fece strada
il concetto genetico della storia e si rese ccmune il pen-
siero che ogni popolo e ogni individuo in ogni popolo è
sott'ogni rispetto figlio del suo tempo (i), e da che fu
messo in pratica questo concetto nel giudicare la tradi-
zione, abbiamo imparato a porre sempre -più attenzione
alle accennate influenze, eh' io chiamerei i coefficienti
della storia. «Infatti, dice il Crivellucci (2), se il diverso
grado di coltura dei singoli storici d' una stessa età dà
luogo a modi diversi di concepire e di scrivere la storia,
quanto più non deve in ciò influire il grado di coltura
dei diversi tempi e dei diversi luoghi ? »
Già la possibilità di ottenere informazioni esatte in
tempi di scarsa civiltà è minore che nei tempi più civi-
lizzati. Quanto relativamente poco poteva l'annalista me-
dievale, con gl'imperfetti mezzi di comunicazione d'allora,
sapere degli avvenimenti e dei rapporti loro mediante la
indagine sua propria, fatta nei rispettivi luoghi e me-
diante le informazioni che arrivavano a lui ! e come la
impossibilità di carteggio letterario e la mancanza di cen-
tri archivistici e librarli doveva rendere difficile l' ordi-
nata e sicura cognizione dei fatti!
Grande efficacia pel giudizio della realtà dei fatti, in
ordine al tempo e al luogo, esercita inoltre lo stato in cui
(1) Crivellucci, Manuale cit., pag. 174.
(2) Ibidem.
— 178 —
si trova la scienza storica. E noto quanto sia diverso, se-
condo le diverse condizioni della nostra scienza, l'inte-
resse che si mette nella ricerca dei fatti e quanto diverso-
sia quindi il valore da attribuirsi alla loro narrativa
esposizione. Ciò che dicesi rispetto al maggiore o minor
grado di coltura degli scrittori di storia in generale, dob-
biamo anche dire rispetto alla coltura storica delle diverse
età, la quale, a sua volta, procede di pari passo con lo
sviluppo storico dell'umanità. Ora questo sviluppo storico
dell' umanità non è conosciuto con qualche certezza che
da un tempo relativamente assai recente. I primi secoli di
esistenza del nostro pianeta abbracciano un lungo perioda
in capo al quale la vita umana comparisce sulla faccia
della terra, ove dopo il diluvio universale .(ossia le inon-
dazioni disastrose nelle valli del Tigri e dell'Eufrate ram-
mentate in qualche leggenda caldaica di cui la Bibbia si
impossessò forse per esporla, sott' altra veste, in un fine
4' istruzione morale e religiosa per premunire le genera-
zioni contro i peccati che procurarono agli antichi un sì
terribile castigo) si scoprono nella fauna e nella flora an-
tidiluviane le prime tracce materiali dell' uomo (armiv
utensili, ossami scolpiti ecc.). Questo periodo che comin-
cerebbe dal 4002, ossia 712 anni prima che nascesse il
legislatore Mosè, e i cui caratteri sono ancora imperfetta-
mente rivelati dalla geologia, dalla paleontologia e dalla
antropologia comparate, sfugge ai dominio della storia pro-
priamente detta ed entra piuttosto nel campo dell' ar-
cheologia preistorica. Vi fu successivamente un'epoca meno
discosta dai nostri giorni, quella della formazione e della
ripartizione geografica delle grandi razze e eh' è nota solo
— 179 —
per le tracce che il loro linguaggio e i loro miti hanno
lasciato nelle lingue e nelle tradizioni dei popoli medie-
vali. Ma nemmeno questo periodo, di cui non rimane al-
cun documento scritto, alcun fatto positivo, nemmeno
questo periodo in cui altri avanzi non restano che d'idee
e parole, appartiene alla storia propriamente detta, per-
chè esso entra piuttosto nel dominio della filologia e della
mitologia comparate.
La storia non comincia realmente die quando gli
uomini , pervenuti a uno stato già avanzato di rifles-
sione, fissarono per iscritto su la pietra, il metallo, il le-
gno, poi sulla pergamena e sul papiro, i primi fatti che
giudicarono abbastanza importanti per conservarne o
perpetuarne il ricordo. Questo periodo non ebbe che assai
tardo principio perchè sui dieci o dodicimille anni (non
gl'iperbolici duemila secoli) che le ultime ricerche geo-
logiche assegnano all'epoca quaternaria, cioè al quinto ed
ultimo gruppo dei terreni moderni stratificati, i tempi
storici occupano appena cinque a seimille anni; ancora
però vi si trovano delle enormi lacune, dei secoli affatto
vuoti, come se la vita dell' umanità si fosse arrestata ; e
la storia non presenta qualche seguito che da tremille
o tremille cinquecento anni, cioè dal tempo di Menes o
Menete, che fu il prirro legislatore del popolo egiziano e
che in tutte le liste e i,^ tutti i monumenti si trova in-
scritto siccome il primo dei re delle trenta dinastie che
dominarono l'Egitto. Anche il celebre catione cronologico
delle dinastie egiziane (fino alla XIX) scritto sul papiro
in caratteri ieratici dieci o quindici secoli avanti l'era
cristiana, ora esistente nel museo egizio di Torino, co-
— 180 —
mincia dal nome di Menete e che, tradotto, vuol dire: il
re oMenei esercitò gli attributi reali per anni (i). Li-
mitata nel tempo, la storia fu per lungo volger di se-
coli limitata anche nello spazio a una piccola porzione
dell' umanità. Difatti gli scrittori dell' antichità greco-ro-
mana non avevano Cognizioni che sui popoli dell'Europa,
dell' Asia e dell' Africa più vicini al bacino del Mediter-
raneo. Le nazioni del nord dell'Europa, quelle dell'Asia
centrale e d'altre regioni della terra non entrarono che
successivamente e a poco a poco sulla scena storica e ve
ne sono tuttavia, fuori d'Europa, alle quali la storia non
ha fatto ancora posto per mancanza di dati6 precisi sullo
stato presente della loro civiltà e sulle diverse fasi del
loro sviluppo nei tempi anteriori. Nel resto del mondo la
coltura progredisce dalla fase rudimentale dei miti e delle
leggende alla forma letteraria e in fine alla fase scienti-
fica con una evoluzione graduale determinata dallo svi-
luppo storico della società. « Solo alla stregua delle condi-
zioni generali della scienza storica nei relativi tempi pos-
siamo noi giustamente misurare il valore dei singoli au-
tori o il loro rapporto coi fatti. Cognizioni generali e su-
perficiali qui non bastano. Dentro gli stessi confini delle
maggiori fasi dello sviluppo scientifico si avvicendano tra
loro varie correnti di idee, vari indirizzi, varie scuole ; si
formano talora in certe sfere e in certi soggetti certe de-
(i) Questo celebre papiro, ch'era in pezzi, fu raggiustato dal-
l'orientalista tedesco Seyffart e dall'egittologo francese Champol-
lion (1826), che scoperse il segreto della scrittura dei geroglifici.
— 181 —
terminate maniere di concepire e di esporre la storia, da
cui il pensiero e la forma dèi singoli autori dipendono
grandemente. Anche questi influssi fa mestieri investigare
e convenientemente calcolare (i). » Se noi per es. abbiamo
a che fare con uno storico greco posteriore a Senofonte,
o con uno storico italiano del rinascimento, dobbiamo
sapere che nello scrivere la storia prevaleva un tempo la
scuola dell'ateniese Isocrate, uno dei più grandi maestri
d'eloquenza, le cui Ora\ioù e Lettere vennero tradotte
anche in italiano e stampate in Venezia a mezzo il se-
colo XVI; oppure quelli. dell'insigne padovano Tito Li-
vio, il più grande illustratore dell'antica Roma (la sua
Storia romana in 142 libri, di cui non rimasero interi
che 35, cominciava dalla fondazione di Roma); ma in
questi eccelleva una maniera rettorica ben distinta che
subordinava all'interesse estetico l'amore per la velila.
Se noi leggiamo gli storici del basso medio evo non pos-
siamo dimenticare ch'essi ponevano il maggior vanto nel-
P avvicinarsi il più possibile agli esemplari dell'antichità
classica tino a descrivere la persona di Carlo Magno, il
più gran sovrano del medio evo, e le sessanta battaglie
di Enrico IV contro il suo competitore Rodolfo di Svevia
e contro altri principi di Germania o d'Italia, con le stesse
parole di Svetonio, lo storico romano di cui son famose
le Vite degl'imperatori (che vanno da Cesare alla morte
di Domiziano) e di Virgilio, il principe dei poeti latini.
Si pensi infine che un repubblicano e un monarchico, un
(1) Crivellucci, Manuale cit, pag. 176.
— 182 —
cattolico e un protestante concepisce ognuno la,, storia a
modo suo; che un francese giudica i fatti che avvengono
in Italia e un Italiano quelli che avvengono in Francia
sotto un diverso punto di vista. Prendiamo ad esempio
la Germania di Tacito, il più grande storico romano del-
l'età imperiale, paese ch'egli descrive con esatti partico-
lari su la natura e la vita di quei popoli : quanto tempo
non ci volle per giudicare questa come l'opera di un ro-
mano il quale descrive quei popoli stranieri dal punto di
vista della civiltà romana e per Romani! E con quanta
difficoltà non si lavora oggidì per distinguere i diversi ele-
menti nazionali della tradizione cristiana dei primi se-
coli? Eppure uno solo è il punto di partenza, purché,
si prendano a base il Vangelo e gli Atti degli Apo-
stoli. E difatti secondo questi incontrovertibili documenti
certo è che la religione cristiana trasse origine dall'ebraica,
onde quando Gesù, il cui nome deriva dall' ebraico Je-
sciuhà che significa Salvatore mentre la voce maschiah o
messia corrisponde alla greca parola Xoiorógì unto fin-
tendesi del Signore, cioè consacrato come re spirituale
del mondo), disse in principio della sua predicazione
(cMatteo, IV, 17) essere venuto il tempo {éMarco, I, 15:
impletum est tempus) in cui avvici navasi il regno di Dio,
Egli volle indicare il rapporto di successione che colle-
gava l'opera di Cristo, cioè del ^Messia annunciato dai
profeti e atteso dagl'Israeliti, alla religione di questi ul-
timi. Perciò tutti quelli che agognavano l'accesso nel re-
gnimi coelorum domandavano e ricevevano il battesimo...
anzi formavano una specie di confraternita che solita-
mente riunivasi nell'ora del banchetto (agape). Così a Gè-
— 188 —
rusalemme si strinsero in comunanza (Atti degli Apostoli
H, 44-47; IV. 32) non solo a scopo caritatevole ma quasi
come indizio di speranze onde accettavasi Y abbandono
dei beni presenti in vista della prossima fine del mondo (1).
Però queste speranze e queste pratiche non implicavano
punto la menoma rottura con la religione d' Israele. Nu-
merose testimonianze offerte dagli Atti degli Apostoli di-
mostrano con tutta evidenza che i fratelli, i discepoli
(come si chiamavano allora) erano rimasti fedeli israeliti,
attaccati alia legge e al culto dei loro padri, al tempio e
-anche alla sinagoga, ossia all' assemblea dei fedeli. Per
essi il Vangelo non era punto una legge nuova, ma il
complemento dell'antica, tanto che continuavano con-
tordemente ed assiduamente (quotidie quoque perduran-
tes unanimiter in tempio J, a frequentare i loro templi
(O/Itti degli Apostoli, II, 46; III, 1; V, 42), ad osservare le
prescrizioni relative agli alimenti impuri (X, 14) ecc. (2).
I primi discepoli di Cristo, secondo appare dagli Atti degli
Apostoli, disti nguevansi in due gruppi principali, l'uno sta-
bilito a Gerusalemme, ove prevaleva l'autorità di Pietro, Ja-
capo e Giovanni, la cui fede in Gesù-Messia non disgiunge-
vasi dal loro attaccamento alle tradizioni ebraiche, l'altro
(1) II, 44: Omnes etiam, qui credebant, erant pariter, et
habebant omnia communia.
II, 45: Possessioncs et substantias vendebant, et divi-
debant illa omnibus.
(2) Ait autem Petrus: Absit, Domine, quia numquam man-
ducavi omne commune et immundum.
— 184 —
in Antiochia, ove Paolo inaugurava una tradizione più
liberale, destinata a far penetrare il cristianesimo nel
mondo pagano. Quest'insigne apostolo dei Gentili, quando
intraprese la sua opera di evangelizzazione nell'Asia mi-
nore ed in Grecia (donde, infine, passò a Roma) trovò
quasi sempre il terreno indirettamente preparato dagli
stessi Ebrei, già disseminati nella maggior parte delle città
più importanti rdell' impero romano, perchè da per tutto,
ove annoveravano un certo numero di famiglie, essi costi-
tuivano una sinagoga [Atti degli Apostoli, IX, 2; XIII, 5;
XIV, 1; XVII, 1, io; XVIII, 4; XIX, 8) per cui, oltre che
lo sviluppo del pensiero e del sentimento religioso, stimo-
lavasi l'esercizio della giustizia, della beneficenza ecc., quasi
ad associare la venerazione dell'antichità patriarcale e della
tradizione nazionale alle misteriose aspirazioni oltramon-
dane. Dunque, per concludere, se noi attingiamo dagli scrit-
tori ecclesiastici notizie intorno all'organizzazione della
chiesa primitiva è da porre attenzione sopratutto al luogo
dov' essi vissero e scrissero, perchè l' ordinamento della
chiesa si svolse molto diversamente secondo i diversi luo-
ghi e perciò le notizie che valgono per un luogo non val-
gono in modo assoluto per un altro e non possono essere
generalizzate (1).
Ho detto che la critica intrinseca deve dimostrare la
realtà dei fatti giudicando il valore delle fonti rispetto ad
(1) Hatch, The organi^atlon of the early churches, 1882, pa-
gina 12.
— 185 —
essa e in conseguenza v'ho dimostrato che il valore o la
attendibilità delle testimonianze delle fonti dipende dal
carattere delle relative fonti, dall'individualità specifica
dell'autore, dal luogo e dal tempo a cui esse apparteng no.
Ma circa al giudizio del valore o dell'attendibilità delle
fonti v'intratterò nella prossima lezione.
.
LEZIONE IX.
U analisi delle fonti.
Il principio generale su cui riposa il giudizio sull'atten-
dibilità deìle fonti deriva dall'esperienza, ossia dal fatto da
essa constatato, che nessun uomo, senza ragione e senza
scopo, svisa e falsifica ciò ch'egli sa e riferisce. Perchè mai un
autore, il quale rapporta i fatti memorabili d'una persona,
d'un popolo o dell'umanità con uno scopo morale o scien-
tifico o religioso o politico ma sempre instruttivo dovrebbe
alterarli in modo da cangiarne l' essenza e anzi offen-
dendo con ciò morale, scienza, religione e politica secondo
che si tratti dell'uno o dell'altra ? E poi chi scrive un'opera
sa che dal successo favorevole o sfavorevole dipende la
lode ed il biasimo, la fama buona o cattiva, la ricerca
maggiore o minore del libro. E che interesse può avere
uno di mostrare una cosa per un'altra e d'interpretare
stortamente le risultanze cT un fatto quando altri autori
o il giudizio dei lettori possono mettere a nudo e ripro-
vare i difetti della narrazione e dell' interpretazione? Noi
dunque riteniamo per veri, edotti dall'esperienza, i fatti
188
che ci vengono appresi dalle fonti autentiche, e li cre-
diamo attendibili se nel carattere della fonte, nei rapporti
dell'autore ecc. non troviamo alcun motivo d'alterazione,
come sarebbe a dire capriccio di fantasia, spirito di parte,
inesatta interpretazione, vanità personale, esagerato senti-
mento patriotico, misticismo o fanatismo religioso e così
via. Questo peraltro è un giudizio puramente negativo in
quanto si appoggia solo sul fatto che cause alteratrici della
verità non appaiono; ma resta sempre la possibilità che vi
sieno e che a noi manchi il modo di conoscerle. Nel dub-
bio bisogna sospendere il giudizio sull' attendibilità; ma
se non si scorge nei dati esposti alcun motivo di altera-
zione, possiamo tranquillamente, come sempre furono,
considerare per attendibili (i). In ogni modo il nostro
giudizio acquista maggior fondamento di verità mediante
ragioni positive, con la dimostrazione, cioè, che il racconto
dei fatti ci proviene da un autore a noi noto e provato
come attendibile. « In generale possiamo dire che sono da
credere attendibili i dati che, per chi li fornisce e per ì
suoi interessi, hanno qualche cosa di sfavorevole; poiché
se alla maggior parte degli uomini spiace dire di sé e dei
suoi dolorose verità, è assolutamente contrario alla natura
umana il presentarsi, oppostamente al vero, sotto una
luce sfavorevole » (2). Certo è che quando non possiamo
convincerci dell'attendibilità d'un autore o quando pure
trovando motivi d'adulteramenti non possiamo misurarne
(1) Crivellucci, Manuale cit., pag. 179.
(2) Ibid. pag. 181.
— 189 —
la portata, dobbiamo sospendere il nostro giudizio e ri-
correre a mezzi di riscontro o di raffrontamento, parago-
nando con le altri fonti dello stesso genere delle quali co-
nosciamo gli autori, e in mancanza di esse procedendo
all'analisi della fonte sospetta nel modo che vi ho già in-
dicato (lezione IV).
Però un giudizio completo sulla verità dei fatti non
sempre si può fondarlo sull'attendibilità dell'autore. Lo
impedisce, se non altro, il diverso modo di vedere d'ogni
autore: percezione, sensibilità ed espressione dipendenti
dalle qualità intellettuali e fisiche dell'osservatore; capa-
cità tecnica a intendere il fatto; sua posizione o condi-
zione più o meno favorevole per fissarvi lo sguardo, esa-
minarne i particolari ecc.. Dunque bisogna riscontrare e
completare le singole testimonianze già di per sé ricono-
sciute come attendibili con altre testimonianze che ne
comprovino la verità, per mezzo di avanzi (atti, docu-
menti ecc.) dei fatti e mediante l' insieme di essi. E di
grande importanza per la certezza storica 1' accordo di
fónti indipendenti le une dalle altre. Quest' accordo può
consistere: nella concordanza dei dati di più fonti della
tradizione; in quella di diversi avanzi o delle conclu-
sioni da essi tratte ; in quella della tradizione cogli
avanzi e in fine nella concordanza dei dati d' una fonte
con tutto l'insieme a noi noto dei fatti (i). Come nella
vita pratica, per es. per la validità di un atto pubblico,
per la determinazione di un giudizio civile o penale, per
(i) Loc. cit.
— 190 -
la soluzione di un dubbio ecc., così nel campo della tra-
dizione storica noi ci riteniamo pienamente convinti della
verità di un fatto quando due o più testimoni, indipendenti
gli uni dagli altri, ce lo attestano senza titubanza. Questo
giudizio riposa sulla esperienza psicologica, fondata sulla
natura umana, che due o più persone, senza che l'una sap-
pia dell'altra, non possono trovarsi d'accordo a inventare
la stessa cosa o a svisarla di proposito o per errore nello
stesso modo. Può peraltro avvenire diversamente se nel-
V osservare e nel comprendere un fatto due osservatori
l'uno dall'altro indipendenti commettano gli stessi errori:
per es. nell'apprezzare l'andamento d'una cosidetta batta-
glia come quella d'Aspromonte avvenuta il 29 agosto 1862,
che ricorda una pagina ben dolorosa per gl'Italiani. Due
reporters o corrispondenti di giornali stavano sopra un
monte dell' Apennino calabrese ad. osservare col cannoc-
chiale l'andamento di questo fatto d'arme tra i bersaglieri
comandati dal colonnello Pallavicino e i volontari capi-
tanati da Garibaldi, che voleva togliere Roma al papa
contro le tenace volontà di Napoleone III, imperatore dei
Francesi. Ora secondo le relazioni di quei due testimoni
sembrava da principio che si trattasse di un vero e pro-
prio combattimento, mentre poi risultò che quando le
truppe regolari aprirono il fuoco contro i loro fratelli, Ga-
ribaldi Iacea squillar le trombe, comandando ai suoi di non
rispondere; e solo alcuni, tra essi, non vollero eseguire l'or-
dine del magnanimo duce, che, colpito da una palla alla
coscia sinistra ed una al piede destro, veniva fatto prigio-
niero e trasportato nella fortezza ligure del Varignano,
dove rimase sino ai primi del seguente ottobre, cioè fino
alla promulgazione dell' amnistia concessa da Vittorio
Emanuele II in occasione del matrimonio di sua figlia
Maria Pia col re di Portogallo (Luigi di Braganza). In-
somma vera battaglia non fu quella d'Aspromonte se una
delle parti non rispose all'offesa.
Noi dobbiamo dunque constatare 1' assoluta verità e
la piena indipendenza delle fonti per poter calcolare sul-
l'accordo di esse. Perchè solo in un caso può un racconto
dipendente o ripetuto fornire la conferma dei relativi
fatti, quando cioè colui che lo ripete, per il tempo e per
ler circostanze, abbia anch'egli conoscenza diretta dei fatti
che ripete secondo il racconto altrui e si possa credere
eh' egli non li avrebbe ripetuti se non li avesse ritenuti
per veri. Ma una notizia per quanto ripetuta da chi non
V attinse direttamente non è con ciò affatto confermata.
Noi dobbiamo quindi innanzi tutto ricercare, di fronte a
più relazioni concordi, se veramente sono relazioni indi-
pendenti le une dalle altre (i). E l'analisi delle fonti, co-
me vedemmo nella 4.* lezione di metodica, che in gran
parte ci rende quest' importante servigio. Con 1' uso ra-
gionevole di essa, ossia con l' esame critico che si fa delle
fonti per vedere se* sono originali o se sono dipendenti,
se immediate o mediate testimonianze dei fatti, si rese
possibile un giudizio scientifico sulla concordanza delle
testimonianze storiche. Prima si facevano passare tutte le
fonti concordi come testimonianze di ugual valore; al
più si escludevano i narratori troppo discosti dai fatti;
(r) Ibid. pag. 183.
— 192 —
i racconti ripetuti di terza e di quarta mano si prende-
vano senza più come altrettante conferme. L'analisi delle
fonti e' insegna ora a distinguere i racconti di seconda
mano e i dati indiretti e ci libera dalle numerose ed ap-
parenti testimonianze a vantaggio di un giudizio più si-
curo. Così ora non ci lasciamo più trarre in inganno
dalla tradizione di secolari leggende cento volte ricordate
in croniche e storie, in canzoni e in rappresentazioni fi-
gurate, ma giungiamo a riconoscere che tutte queste ap-
parenti testimonianze non sono che ripetizioni e varia-
zioni di una sola, sulla cui attendibilità si fonda il giu-
dizio circa alla realtà del fatto. Per esempio la tradizione
medievale ci rappresenta l' imperatore Enrico II, morto
nel 1024, come un sant' uomo privo di energia, men-
tre le relazioni originali poco ripetute e alle quali dob-
biamo attenerci ne fanno invece una ben diversa figura.
La riconoscenza della Chiesa attestata dalla sua ca-
nonizzazione è pienamente giustificata perchè egli non
cessò di preoccuparsi della religione e della riforma di-
sciplinare del clero a vantaggio della fede. Ma la leggenda
esagerò fino al punto di fare di questo spirito battagliero
una specie di monaco. È vero ch'egli spingeva la pietà fino
alla superstizione, osservando le pratiche del culto con
una minuziosità che oltrepassava i limiti imposti dalla
stessa religione, ma non per ciò si ristette dal muovere
guerra e al duca di Polonia e al conte di Fiandra e ai
grandi feudatari di Germania e infine ad Arduino d'Ivrea
per contrastargli la corona d'Italia, che difatti, per secoli
e secoli, rimase da allora agl'imperatori germanici.
L' accordo di fonti indipendenti le une dalle altre,
- 193 —
così importante per la certezza storica, può consistere, ol-
tre che nella concordanza dei dati di più fonti della tra-
dizione, in quella di diversi avanzi o delle conclusioni da
essi tratte. Gli avanzi, cioè reliquie personali, lingua, usi,
feste, instituzioni, prodotti industriali, artistici e scientifici,
atti pubblici e privati comprese le epistole, inscrizioni, mo-
numenti propriamente detti, documenti ecc., quando sieno
autentici, offrono sempre in sé testimonianze sicure dei
fatti; perciò nella conferma della verità, mediante la con-
cordanza degli avanzi, non si tratta di constatare, come
nella tradizione (racconti, leggende, annali, croniche ecc.),
la verità dei dati ma la realtà degli avanzi stessi. Se noi
per es. troviamo in Germania un'antica moneta romana,
la conclusione eh' ivi stanziarono Romani sarebbe som-
mamente incerta, perchè una sola moneta potrebbe ivi tro-
varsi per tanti casi; ma se noi troviamo numerose mo-
nete in più luoghi e di più ancora altre tracce di stanzia-
menti romani, come utensili, altari, resti di muri e di
case, la verità della enunziata conclusione rimane stabi-
lita con tutta sicurezza. Per contro se nelle monete di
Lotario, imperatore d' Occidente nel nono secolo, se ne
trovò una che nel rovescio teneva impresso il nome di
Venetia, mal s'apposero quegli storici francesi che da ciò
inferirono che la seconda Venezia o il Ducato venetico com-
preso fosse nella monarchia lotaringia. E dìfatti conobbero
poi gli eruditi che quella moneta apparteneva invece aVan-
nes, città di Bretagna, ora nel dipartimento del Morbihan
e un tempo nell' antica Venezia gallica o armorica (i).
(i) Filiasi, Memorie storiche de' veneti primi e secondi VI, 56.
13
— 194 —
La concordanza delle conclusioni tratte dagli avanzi,
quali appunto le monete ed altri prodotti dell' ingegno
umano, atti pubblici e privati, documenti ecc., si fa valere
anche in altro modo, quando cioè da diversi avanzi ven-
gono tratte più conclusioni che concorrono a constatare
il medesimo fatto, come quando dalle date dei diplomi o
dei trattati ricaviamo il tempo dei tali e tali avvenimenti
o quando dai registri contabili di un' amministrazione o
di uno Stato caviamo concordi conclusioni sulle condi-
zioni economiche di un' età.
Ma dove 1' applicazione del principio di riscontro
tra le fonti dà specialmente i suoi maggiori frutti è nella
concordanza della tradizione con gli avanzi. Non v'ha in-
vero miglior guarentigia per la verità di un fatto che
quando le relazioni che possediamo intorno ad esso sono
in armonia colle tracce non ingannevoli del fatto stesso.
Da che gli avanzi, come le inscrizioni, le monete, i docu-
menti, gli atti pubblici e privati furono sistematicamente
adoperati a riscontro della tradizione la somma del sa-
pere storico si è accresciuta infinitamente (i).
Basti solo ricordare il riscontro dei libri biblici cogli
avanzi, recentemente scoperti, assiro - babilonesi ed egi-
ziani, degli scrittori classici antichi con le inscrizioni e le
monete, degli scrittori del medio-evo coi documenti e co-
gli atti pubblici, degli scrittori moderni coi dispacci di-
plomatici e con tutto il materiale archivistico, d'ogni spe-
cie. Ma ciò che più desta meraviglia per l'immensa lon-
(i) Crivellucci, Manuale cit., pag. 187.
— 195 —
tananza dei tempi, è il riscontro dei libri biblici cogli
avanzi, recentemente scoperti, assiro - babilonesi ed egi-
ziani. I primi scavi sulla terra d'Assiria, ove stendevasi
il grande impero asiatico che aveva per capitale Ninive,
erano stati eseguiti dal Rich nei 1820, ma una seria e
fruttuosa esplorazione non cominciò veramente che nel
1842 per merito di Paolo Emilio Botta (figlio dello sto-
rico Carlo e quindi italiano d' origine ma francese di
adozione), le cui scoperte archeologiche sono descritte nella
suo opera intitolata: oMonuments de Ninive découvertset
dècrits par Trotta, 1849-50, 5 voi. in-folie . Inoltre Giulio
Mohl, orientalista francese ma d'origine virtemberghese,
che tradusse il famoso libro dei re del persiano Firdusi,
uno dei maggiori monumenti epici formati dalia tradi-
zione nazionale, aveva preveduta e segnalata l'importanza
delle scoperte in Mesopotamia (1), confinante con l'Assiria
(oggi Kurdistan) e con la Persia, cioè tra il Tigri e l'Eu-
frate. Nello stesso anno che moriva il Mohl, cioè nel 1876,
Giorgio Smith pubblicava a Londra le Assyrian Discove-
ries quasi a complemento delle opere di Agostino Layard
su Ninive e le sue reliquie {U^jniveh and its Remains,
1849) e su le sue scoperte nelle rovine di Ninive e Babi-
lonia {Discoveries in the ruins of Niniveh and Babylon,
London 1853) che con quella di Giulio Oppert, il vero
(1) A quelle già note si aggiungono adesso le scoperte ar-
cheologiche fatte ultimamente dalle spedizioni francesi e ame-
ricane in Caldea, come si trae da un rapporto inviato al pre-
sente ministro dell' istruzione pubblica francese, onde V ar-
- 196 —
legislatore dell' assiriologia, intitolata Les études assyrien-
nes et /' expédition scientifique de France en Mesopota-
mie, 1838 ecc.) non solamente risuscitavano dalle ceneri
Ninive e Babilonia, come avvenne di Ercolano e Pompei
nell' Italia meridionale, ma hanno reso in qualche modo
alla stessa Assiria il prestigio che le davano, venticinque
o trenta secoli fa, la potenza dei suoi monarchi e lo
cheologo Giacomo Morgan, che fece parte di una missione
scientifica in Persia, rende conto d'i una serie d' interessanti
esplorazioni eseguite nei territori dell'antica città di Chouz, la
Susa della sacra scrittura, la capitale del regno degli Elamiti (*).
Queste ricerche ebbero il risultato di far risalire gli annali
storici dei grandi regni di Mesopotamia a un' antichità che ol-
trepassa i dati ritenuti fino ad ora sicuri.
La caratteristica principale di queste esplorazioni nuove fu la
prova indubitata dell' assenza di una età della pietra e di ogni
civiltà che potesse essere classificata nell' età neolitica.
Gli strati più bassi esplorati attestano l' uso del rame, del-
l' argento e la conoscenza dell' arte dello scrivere. Dai ca-
ratteri cuneiformi dipinti si ebbe la prova che gli elementi
di questo sistema, di scrittura non furono inventati in Caldea.
E le pitture rappresentanti una montagna, un pino, una foresta,
un orso, una volpe — e come suppongono gli eruditi — anche
la neve dimostrerebbe che coloro che hanno scelti questi og-
getti non abitassero i bassi piani della Caldea. Le antiche tra-
dizioni di Babilonia parlano di una colonia venuta dal nord-est,
cioè delle regioni al nord -ovest della Persia come, per esempio,
Erivan o Irewan detta pure Armenia persiana.
(*) Da Elam (figlio di Sem, e quindi nipote di Noè) padre degli Elamiti
che popolarono la tosidetta Susiana.
— 197 -
splendore del suo culto. Fatto è che secondo i nuovi do-
cumenti sappiamo per es. che i re antidiluviani di Babi-
lonia e di Caldea erano dieci come i dieci patriarchi della
Genesi; e le dieci epoche caldaiche sono identiche a quelle
Le scoperte del Morgan dimostrano ora con evidenza in-
discutibile che nel piano di Susa esisteva una civiltà anteriore
a quella della Caldea e dalla quale molto probabilmente que-
st' ultima è derivata. Negli scavi delle rovine della grande cit-
tadella di Susa che si elevano a un' altezza di centocinque
piedi circa sopra il piano, Morgan ha messo alla luce i resti di
cinque città o fondazioni che si sono succedute sovrapponen-
dosi 1' un 1' altra fino al periodo neolitico, cioè al più recente
nell' età della pietra.
L' ultima città storica si trova alla profondità di ventun
piede circa al disotto della superficie. Colà si trovarono fabbri-
cati in mattoni, ma nessuna traccia di metallo o di scrittura,
mentre a trenta piedi al disotto si trovano più antiche abita-
zioni con vasi di fattura ordinaria e istrumenti di selce, che
provano all' evidenza una grande antichità.
Nel secondo strato preistorico, Morgan ha trovato una quan-
tità enorme di falcetti di selce, i quali dimostrano che una po-
polazione agricola coltivava il grano.
Questi falcetti, come quelli dell' antico Egitto modellati
sulla mascella inferiore del bue, erano probabilmente la forma
più antica di questo arnese.
I primi ragguagli che si hanno sulla Caldea accennano
anche all'abbondante produzione di grano in questa regione
della Persia occidentale; e infatti l'eminente botanico De-Can-
dolle opina eh' essa fosse il paese d' origine del frumento.
Altri indizi dimostrano l'esistenza di un periodo neolitico in
— 198 —
dei dieci patriarchi biblici, ripartiti in tre periodi: quella
di mezzo è, come nella tradizione caldaica, il quarto del
periodo totale. Inoltre nella leggenda del diluvio (i) il
nome di Xisuthrus, il decimo re sotto cui avvenne il di-
luvio, è precisamente Hasì'su - adra ritrovato nella forma
d'inversione: Adrahasis. Il che dimostra l'influenza che
la leggenda caldaica o babilonese ha esercitato su quella
della Genesi (2).
Non è da dimenticare ciò che vi dissi sul carattere de-
gli avanzi nella 5.* lezione di metodica, che, cioè, essi
presentano spesso in parte il carattere della tradizione o
contengono della tradizione e che dobbiamo adoperare
gli stessi principii critici che adoperiamo in quella. Così
se noi vogliamo valerci di certi avanzi che contengano
questa regione, perchè in vari luoghi si trovarono dei cimi-
teri e stabilimenti preistorici. Fra gli oggetti scoperti figurano
un gran numero di teste di clava o mazza in pietra : sono pietre
tonde, forate in mezzo per introdurvi il manico di legno simili
a quelle trovate altrove dallo stesso Morgan. Memoires de la dè-
lio atìon en Terse publiès sous la direction de M. I. de Morgan^
Paris, Leroux, 1900.
L'importanza di queste scoperte non può sfuggire ad alcuno
perchè sposterebbero la culla della civiltà riportandola più all'est
dei piani di alluvione della vallata del Tigri e dell'Eufrate.
(1) Lenormant, Les origines de V histoire d'après la Bibh et
les traditions des peuples orientaux; Smith, The Chaldoean account
of Genesis.
(2) Kuenen, Histoire critique de V Ancien Testament (trad. dal-
l' olandese ), e Castelli, Ne Bossuet né Voltaire in Rivista d' Italia
del 15 aprile 1900.
199
della tradizione, come ad es. i documenti, a conferma delle
notizie forniteci dalla tradizione, dobbiamo accertarci che
siano indipendenti , come facciamo coi dati di scrittori
tra loro concordanti. Non sempre, nell'analisi delle fonti,
si pone mente a questa regola essenziale o si esagera
il valore dei documenti di fronte alla tradizione, co-
me se il loro contenuto fosse sempre e poi sempre im-
mune da qualsiasi errore o lacuna. Accade invece non di
rado che i dati di fatto in un documento siano attinti
dalla tradizione o da fonti comuni a quella. Per esempio
le accuse personali di Gregorio VII, il più grande forse
dei papi, contenute nelle epistole dell' imperatore En-
rico IV (i) e dell'episcopato tedesco riunito a Worms nel
1076, nel qual concilio il deposto cardinale Ugo recò i la-
gni dei Romani contro il pontefice, accusandolo d'adul-
terio con la contessa Matilde di Toscana, contestando la
regolarità della sua elezione al soglio ecc., hanno la loro
origine dal medesimo odio di partito che generò le ca-
lunnie di queir indegno porporato e che in parte furono
accolte nei mentovati documenti sull'autorità e sulla fede
dello stesso cardinale. Così le notizie sulla pretesa dona-
zione di Carlomagno ad Adriano I che si leggono nella
(1) Aventinus, Enrici IV Vita, Epistolae ecc. Vienna 1518;
Vita et Epistolae Henrici IV per anonymum in Reuber, Scriptores
Rerum Germanìcarum, Anno ver, 161 9.
— 200-
biografia di questo pontefice nel Liber Tontificalìs (i) at-
tribuito da Anastasio il bibliotecario lateranense per la
parte che va sino a Nicolò I morto nell' 867 non acqui-
stano alcuna conferma dal trovarsi nel decreto di dona-
zione di Lodovico il Pio, figlio e successore di quel grande
monarca, perchè sappiamo che tali notizie nella biografia
e nel documento dipendono tra loro. Certo è soltanto che
Adriano I aveva continuato con Cariomagno la politica
d'alleanza tra il papato e i Carolingi inaugurata dal suo
predecessore Stefano II e da Pipino il Breve, padre di
Cariomagno. Solo nel caso che il documento non ci sia
pervenuto nell'originale e che la sua autenticità sia dub-
bia, può una notizia tradizionale, desunta da documenti
autentici, aver valore per constatare l'autenticità del do-
cumento e servire a confermarne ì dati altrimenti incerti.
Per es. noi abbiamo il documento papale del Concordato
di Worms fra Enrico V e Calisto II, che nel 1122 poneva
fine alla gran contesa delle investiture, solo in copia, co-
(1) Ediz. dell' ab. Duchesne, Paris, 1885-92, in 2 voi. Gli
ultimi esemplari del Liber Pontificalis finiscono con Stefano VI
(morto nell' 897), mentre gli altri contengono le vite dei papi
da s. Pietro a Nicolò I (867). Il Liber Pontificalis è attribuito
al bibliotecario lateranense Anastasio, contemporaneo appunto
di Nicolò l, e contiene decreti pontificii, notizie sulla costru-
zione e dotazione di chiese, atti e leggende dei martiri ecc.,
ma in mezzo a documenti preziosi se ne trovano di apocrifi in
non piccolo numero.
— 201 —
me si trae dai oMon. Germ. Hist. (Leges, II, 75 : Concorda-
timi Wormatiense 23 settembre 1122) che cita precisamente
il Codex Vaticani n. 1984 membr. fol. del sec. XII. Si po-
trebbe perciò nutrire qualche dùbbio sull'autenticità della
sua sostanza; ma poiché cronisti contemporanei concor-
dano sostanzialmente coi dati di quella copia noi dob-
biamo ritenerla autentica.
Se per la certezza storica è di grande importanza
non solo l'accordo di fonti indipendenti le une dalle al-
tre e dei dati di più fonti della tradizione ma eziandio
la concordanza degli avanzi o delle conclusioni da essi
tratte, occorre per ultimo anche l'accordo dei dati di una
fonte con tutto l' insieme a noi noto dei fatti. Una larga
applicazione di questo principio essenziale della critica
moderna trova la sua piena conferma mediante la con-
cordanza con dati noti nelle conclusioni tratte dagli avanzi
ai fatti; per es. noi sappiamo che nella vestfalica selva
teutoburghese (Teutoburger- wald) ebbe luogo, al tempo
d'Augusto e precisamente nel nono anno dell'era cri-
stiana, la gran battaglia in cui l'intrepido Arminio prin-
cipe dei Cheruschi (abitanti fra 1' Elba e il Weser) mas-
sacrò le tre legioni di Quintilio Varo, generale e procon-
sole romano, che aveva allora il governo della Germania;
scopriamo in quella regione armi romane, monete, ossa
umane ammucchiate ; ne deduciamo che quello è un
campo di battaglia e troviamo che una tal congettura è
d'accordo col fatto a noi già noto. Beninteso che questa
è una concordanza relativa, che passa per gradi diversi di
verisimiglianza senza condurre sempre alla certezza as-
soluta. Qui abbiamo però non solo questa certezza asso-
— 202 —
luta ma 1' altra pure che in Germania stanziavano otto
legioni romane (quattro nella Germania inferiore e quat-
tro nella superiore) e che quelle che perirono nella selva
di Teutoburgo erano precisamente la XVII, la XVIII e la
XIX. Delle rimanenti legioni, tre presidiavano le province
spagnuole, due l'Africa, due l'Egitto, quattro la Siria, due
la Pannonia (che comprendeva 1' Ungheria, la Croazia, la
Schiavonia o Slavonia e la Serbia odierna), due la Dal-
mazia e due la Mesia, cioè Scizia e Macedonia : in tutto
venticinque legioni (al tempo d' Augusto) comprendenti
ognuna da 5 a 6000 uomini, divisi in dieci coorti e in
sessanta centurie. Ogni legione aveva inoltre centoventi
uomini di cavalleria ed era sottoposta al comando del
legatus legionis, che a sua volta dipendeva dai governa-
tori delle province imperiali (1). Abbiamo persino i nomi
delle legioni (Augusta, Ulpia, Gemina, Flavia ecc.) e nel
prospetto ufficiale dell'amministrazione imperiale intitolato
<Js^otitia dignitatum omnium tam civilium quam militarium
e in Dione Cassio e in Tacito (nelle loro storie fram-
mentarie di Roma) e in una lista che si trova sopra una
colonna conservata nel museo del Vaticano (2) e, per al*
cuni nomi, anche in qualche moneta. Che più certezza
di così? Ed è solo in tal modo, cioè mediante la con-
cordanza con dati noti nelle conclusioni tratte dagli
(1) Mommsen e Marquardt, Aniiquitès romaines) t. XII: de
Vorganisation militaire che^ les Romains, Paris, Thorin, 1891, pa-
gine 163 e 17$.
(2) Ibid. pag. 169 n. 5, 171-173.
— 203 -
avanzi ai fatti, che risplende la verità storica. La verità
é la prima legge della storia e perchè essa sia completa,
assoluta, indiscussa, occorre che gli scrittori facciano di-
vorzio dalle loro passioni, dalle loro tendenze, dalle loro
opinioni personali in modo che prevalgano sempre la
perfetta lealtà dell' analisi e del giudizio, i criteri della
scienza e l'impulso della propria coscienza.
Oltre alle considerazioni svolte precedentemente circa
alla concordanza di una fonte con l'insieme dei fatti a noi
noti, debbo avvertire che una speciale conferma richie-
dono spesso certi documenti e certi atti rispetto alle con-
clusioni che da essi si traggono. Accade per es. non di
rado che documenti ed atti pubblici vengano interamente
redatti e compiuti, mentre le cose a cui si riferiscono e
che dovevano manifestarsi in azione non vengono effet-
tuate. Ciò avviene in varie maniere: una legge può es-
sere stata emanata e non applicata, come certi decreti del
Maggior Consiglio, della Quarantìa criminale ecc. di Ve-
nezia distinti appunto con la scritta in margine: capta o
non capta; istruzioni e pieni poteri possono essersi dati
e anche conchiusi i preliminari d' un accordo politico o
commerciale , senza che 1' ambasceria ottenesse il pieno
effetto e senza che il trattato avesse il dovuto o voluto
seguito; le lettere d'invito ad un congresso di principi o
dei loro rappresentanti possono essersi spedite a destina-
zione senza eh' esso avesse poi luogo. In ogni modo que-
sti avanzi, cioè i documenti e gli atti relativi ai casi ora
citati, anzi che inattendibili, sono da ritenersi come testi-
moni non ingannevoli dei fatti onde furono originati;
soltanto che la conclusione che si traesse dalla loro esi-
— 204 —
stenza che ie cose ideate realmente ebbero effetto, sarebbe
in tali casi affrettata e avrebbe bisogno di essere confer-
mata mediante altre testimonianze, le quali provassero
che quelle cose ebbero veramente effetto conforme alle
disposizioni date. Se non si trova né in singole testimo-
nianze, né in tutto V insieme degli avvenimenti alcuna
traccia dell' azione e dell' efficacia di quelle disposizioni,
abbiamo ogni ragione di dubitare ch'esse siensi real-
mente avverate, quantunque la mancanza di tali testi-
monianze, X argumentum ex silentio, non sia una prova
assolata del contrario. V argumentum ex sìlentio, la prova
cioè della falsità di una testimonianza tratta dal silenzio
dei contesti, è un altro mezzo negativo di riscontro o di
conferma d'un fatto isoktamente testimoniato, ma da usarsi
solo condizionatamente perchè il fatto può essere avvenuto
sei i che sia stato dagli altri avvertito, conosciuto e ri-
ferì ; e si può non averlo rapportato perchè ritenuto
privo d'interesse o per deliberato proposito o, se si tratta
di avanzi, perchè andarono perduti. Si può dunque ado-
perue tale argomento solo a condizione che tutte que-
ste possibili ragioni si possano escludere. La prova che
esse si debbano escludere dipende dal carattere delle
fonti che nei singoli casi vengono in questione. » Che il
sile.izi o non dipenda da una speciale tendenza a tacere
pot'-'.< essere dimostrato relativamente con facilità e più
spesso; più raramente riesce il dimostrare che il fatto non
sarebbe potuto rimanere ignoto o che era assolutamente
degno di essere riferito. Deve trattarsi di fatti di tal no-
torietà e importanza da potersi affermare che un contem-
poraneo non avrebbe potuto tralasciarli se fossero vera-
«- 205 -
mente accaduti. E qui è da ricordare particolarmente che
nun possiamo giudicare l'importanza di un fatto dal no-
stro punto di vista, ma ci dobbiamo porre da quello del
nostro autore per poter giudicare ciò che a lui doveva pa-
rere importante o no ; e inoltre che nel giudicare di ciò
che all' autore doveva o no esser noto, dobbiamo conside-
rare l' estensione della cerchia delle possibili cognizioni
che possiamo attribuirgli, la quale può esser diversa se-
condo le condizioni personali e generali della coltura.
Quando si tratti di tracce di avanzi, che di un fatto ci
aspetteremmo, non si potrà pure tanto facilmente e tanto
spesso affermare: si sarebbero necessariamente conservate
delle tracce se la cosa fosse accaduta o fosse esistita. L'ar-
gumentum ex silentio ha perciò forza di prova da sé solo,
con piena sicurezza, raramente. Se tutte quelle ragioni
non possono essere escluse con tutta sicurezza, non può
essere preso in considerazione di fronte ad una testimo-
nianza in sé attendibile. Ha il suo peso come prova sus-
sidiaria di fronte ad una testimonianza in sé non asso-
lutamente attendibile fi). »
Veniamo ora alle testimonianze tra loro contradit-
torie. Che le testimonianze si contradicano tra loro di-
pende dalla natura subiettiva della tradizione, cioè dalle
molteplici alterazioni cui questa è soggetta. Perciò un
fatto può nel tutto o nelle sue parti essere osservato o
esposto in senso unilaterale, può essere erroneamente o
falsamente compreso, deliberatamente svisato in opposi-
(i) Crivellucci, ibicL pag. 192.
— 206 —
zione ad alfcre testimonianze della tradizione o degli
avanzi. Queste contradizioni possono quindi in tre modi
essere eliminate a vantaggio della verità contradetta: i.° ri-
conoscendo la contradizione come superficiale ed appa-
rente e dimostrando 1' identità sostanziale delle testimo-
nianze; 2.0 dimostrando che le contradizioni non sono tali
nel vero senso della parola, ma che si conciliano tra loro;
3° eliminando come non vere una o più testimonianze in
modo che rimanga solo un fatto non contradetto. Ed in-
vero (per cominciare dal primo di tali casi) uno stesso
fatto riferito da diversi osservatori può essere osservato,
concepito ed esposto diversamente; per ciò il medesimo
fatto non di rado appare cosi diverso nelle diverse testi-
monianze da sembrare che vi sia contradizione tra loro.
È ufficio dell' interpretazione il riconoscere che abbiamo
di fronte una diversa maniera di concepire un medesimo
fatto. Così i Francesi, per esempio, chiamano impropria-
mente battaglia di Reichshofen (nella bassa Alsazia)
quella del 6 agosto 1870, che i Tedeschi chiamano invece
battaglia di Wòrth o di Froschwiller eh' è a due chilo-
metri da Wòrth e quasi equidistante da Worth e da Reichs-
hofen, nel cui cimitero i Francesi elevarono un monu-
mento alla memoria dei seimila soldati morti in seguito
alla vittoria dei Prussiani, comandati dal principe eredi-
tario Federico Guglielmo (padre del vivente imperatore
Guglielmo II) che costrinse il maresciallo Mac-Mahon a
ordinare la ritirata.
Avviene spesso che battaglie o altri avvenimenti ac-
caduti presso, o tra, diversi paesi, vengano chiamati in-
differentemente col nome dell' uno o dell' altro di essi.
— 207 -
Una sufficiente conoscenza delle condizioni geografiche e
topografiche ci mostra in questi casi che si tratta di con-
cordanza piuttosto che di apparente disaccordo. Talora un
avvenimento viene descritto così diversamente da indurci
a dubitare se si tratti davvero del medesimo fatto. Allora
è da considerare 1' ordine cronologico dei fatti e il loro
rapporto con l'insieme per riconoscere se si tratta di uno
solo o di due.
Venendo al secondo caso, dirò che un altro modo col
quale possono essere eliminate le contradizioni a vantag-
gio della verità contradetta, è col dimostrare ch'esse non
sono tali nel vero senso della parola, ma che si conciliano
tra loro. E difatti dal carattere della tradizione, come vi
ho descritto, risulta anche che possono darsi osservazioni
unilaterali e relazioni che a prima vista paiono escludersi
reciprocamente, ma che infine sono da riconoscere come
Testimonianze conciliabili, come appartenenti a un tutto
insieme e tali che si compiono là dove si tratta di testi-
monianze identiche. Ammesso ciò, si deve accuratamente
esaminare se le contradizioni non si possono eliminare
col considerarle come parti diverse o parti diversamente
concepite dei fatti osservati e riferiti e che non si esclu-
dono ma si accordano tra loro. Per esempio il trattato di
Campoformio ij ottobre 1797 col quale il Bonaparte ven-
deva all'Austria tutto lo Stato veneziano, meno le posses-
sioni d' Albania e le Isole Ionie rimaste alla Francia,
fu sottoscritto a Passeriano e precisamente nella stessa-
villa del cessato doge Lodovico Manin ; ma nella carta
pubblica fu messo Campoformio lungi da Passeriano otto
miglia, pari a dodici chilometri, e quattro da Udine, cioè
208
sei chilometri dal capoluogo del Friuli occidentale. Dun-
que in tal caso non vi è punto coutradizione ma perfetta
concordanza di dati a noi noti, perchè sebbene vi sia ap-
parente contradizione nel nome della località ove fu con-
cluso il trattato rimane pur troppo accertato il fatto del-
l' iniquo e traditoresco accordo per cui la già temuta e
gloriosa repubblica di Venezia cessava totalmente di esì-
stere.
Il terzo modo, in fine, per eliminare le contradizioni
a vantaggio della verità contradetta è quello di ricorrere
al grado di attendibilità dei dati contrapposti per esclu-
dere i meno attendibili di fronte ai più attendibili. Se
sono ugualmente attendibili altro non rimane che lasciar
sospeso il giudizio. Se per esempio da relatori di parte
opposta si afferma che in una battaglia vinse il proprio
partito, possiamo concludere che probabilmente la vittoria
rimase indecisa. Ma se, come accadde disgraziatamente
nella battaglia navale di Lissa del 20 luglio 1866 tra au-
striaci ed italiani, una delle parti è costretta a ritirarsi,
bisogna convenire che questa rimase soccombente, s'ànco
l'ammiraglio Carlo di Pellion Persano che la comandava
telegrafa enfaticamente da Ancona d' essere rimasto pa-
drone delle acque.
Insomma quando i dati e i giudizi sono opposti bi-
sogna risolvere la questione secondo l'attendibilità della
testimonianza delle due parti, conforme ai risultati che si
sono chiariti per veri.
LEZIONE X.
V ordine critico del materiale
In questa lezione vi parlerò del giudizio sulla verità
dei fatti, non che dell'ordine critico del materiale. Se il
giudizio sulla verità dei fatti si fonda sulle testimonianze
delle fonti, il valore, 1' attendibilità delle fonti in sé e il
riscontro delle fonti tra loro sono elementi quasi insepa-
rabili del giudizio. Ora dobbiamo considerare nell'insieme
la loro duplice azione : Y una convergente, 1' altra diver-
gente. Il gran principio fondamentale di ogni critica me-
todica è qui da porre innanzi a tutto, che cioè noi prima
d' ogni altra cosa esaminiamo il carattere e il valore di
ogni singola fonte colla quale abbiamo a che fare per giu-
dicare da ciò l'attendibilità dei singoli dati. Solo con te-
stimonianze in tal modo apprezzate si può operare con
sicurezza, poiché nel riscontro dell'una con l'altra noi siamo
sempre richiamati a siffatta questione pregiudiziale. I casi
più favorevoli sono quelli in cui testimonianze attendibili
concordano tra loro; in tal contingenza noi acquistiamo
senz'altro la convinzione della verità dei relativi dati. Se
la notizia d' un fatto è riferita da una sola fonte si deve
in primo luogo por mente al carattere di essa; quando si
M
— 210 —
abbia a che fare con le testimonianze di avanzi, cioè atti
pubblici, prodotti scientifici o letterari, monumenti ecc.,
noi sappiamo (da ciò che fu osservato a proposito del ca-
rattere di questa specie di fonti) che basta uno solo di
essi a testimoniare direttamente e sicuramente il fatto
di cui è traccia senz' abbisognare d'ulteriore conferma.
La sola opera di Ulfiia, apostolo e vescovo dei Visi-
goti ariani (nel IV secolo) nella penisola balcanica, che
tradusse la Bibbia in lingua gota e cui anzi si attribuisce
l'invenzione della scrittura gotica, basta a convincerci che
i Goti erano pervenuti all'uso scritto della loro lingua; il
rinvenimento d'una lancia di bronzo in una tomba pre-
istorica prova infallibilmente che nella relativa età cono-
scevansi armi di bronzo ; la scoperta dei cippi miliari, os-
sia delle colonnette che ad ogni miglio segnavano le di-
stanze delle famose strade romane dai luoghi principali
o dalia capitale, e' insegna qual fosse la via Gallica che
dalle Gallie per Torino, Milano, Brescia e Vicenza feon-
giungendosi alla Postumia) proseguiva insino ai Balcani;
la via Claudia Augusta Veronensis che da Verona pel
Tirolo finiva in Germania; la via Emilia Altinate che da
Roma sotto il nome di Flaminia fino a Rimini e poi col
nome di Emilia per Bologna e Padova giungeva sino ad
Aquileia; la via Postumia che per le Alpi Giulie e Friu-
lane il Trivigiano e il Vicentino aridava sino alla riviera
ligure; la via Aurelia che da Padova metteva ad Asolo
e proseguiva per Feltre sino a Trento; la via Gemina
che da Aquileia per Gorizia la Carniola e gli Stati danu-
biani continuava la predetta Emilia Altinate che da Ro-
— 211 —
ma metteva capo direttamente in Oriente per la lunghezza
di ben 1600 miglia (1).
Ecco in qual modo si possono trarre conclusioni di-
rette circa alla costruzione delle strade romane, alle vie
di comunicazione, alle distanze ecc. Ma se si tratta di
conclusioni indirette, tirate dagli avanzi ai fatti, non ci
possiamo per lo più contentare di materiale isolato, ma,
occorre trovare la conferma mediante la concordanza con
altri avanzi che aiutino a constatare il medesimo fatto.
La mancanza di testimonianze dirette e concordi non
può togliere il suo valore ad una testimonianza attendi-
bile sebbene isolata. Ma Yargwnentum ex silentio acqui-
sta grande importanza di fronte a testimonianze isolate
poco attendibili. E l'arma più potente colia quale noi di-
mostriamo 1' insussistenza di racconti favolosi ragio-
nando in questo modo: il racconto del fatto x ci pro-
viene da un autore che, a causa del lungo spazio di tempo
che lo divide dall'accaduto, non può valere come testimo-
nianza attendibile per la verità di esso; i contemporanei
nulla dicono del fatto, dunque esso non è da considerare
come vero (2). In una condizione speciale si trova la cri-
tica di fronte a certe testimonianze, che, uniche nella loro
specie, non possono sottoporsi a riscontro né in modo po-
sitivo ne in guisa negativa, perchè di quel tempo o sopra
quei fatti non si sono conservate altre fonti, mentre pur
sappiamo che le testimonianze non sono del tutto atten-
(1) Filiasi, Memorie storiche de1 veneti primi e secondi, I, 438.
(2) Crìvellucci, Manuale cit., pag. 199.
- 212 —
dibili, ma non si possono determinare i gradi e i limiti
della loro attendibilità. Sono relazioni per lo più che si
riferiscono a tempi e a regioni remote o poco note, come
quelle di Erodoto d'Alicarnasso — l'odierna Bodrun nel pa-
scialato di Smirne e dove la regina Artemisia eresse il
famoso monumento al defunto marito Mausolo, da cui
il nome di Mausoleo, una delle sette meraviglie del mon-
do (i) — vissuto nel 5.0 secolo avanti Cristo, su gli Egi-
ziani, i Persiani tee. e di Tacito, vissuto nel primo secolo
dell'era cristiana, sui popoli della Germania centrale: fonti
che non potendo sottoporsi a riscontro passano per auto-
revoli e fededegne, quantunque non ce ne fidiamo inte-
ramente: e ciò perchè non avremmo conoscenza alcuna di
quei fatti se noi le abbandonassimo. E vero però che in
questi ultimi tempi si fa uso di tali relazioni con più ri-
serva che per lo passato, appunto perchè in molti casi,
mediante nuovi mezzi di riscontro, si riconobbe quanto
siffatte relazioni siano inegualmente attendibili. Servano
precisamente d' esempio Erodoto detto il padre della sto-
ria, perchè la sua opera è la prima storia importante che
(1) Le altre sono: gli orti o giardini pensili di Babilonia;
le piramidi d' Egitto : la statua fidiesca di Giove Olimpico in
Olimpia nel Peloponneso; il Colosso di Rodi 0 statua del
Soie crollato in mare da un terremoto e dedicata ad Apollo,
sotto le cui gambe vuoisi passassero i vascelli ; il faro d'Ales-
sandria eretto, primo, tre secoli avanti Cristo ; il tempio
di Diana, figlia di Giove, in Efeso nell'Asia Minore e incendiato
dal greco Eròstrato per far passare il suo nome alla posterità
(356 av. Cr.).
— 213 -
si conosca, e Tacito ritenuto il più grande storico romano
dell'età imperiale, perché Tito Livio, nato circa un secolo
prima di lui, sarebbe invece considerato come il maggiore
storico romano repubblicano indipendente, sebbene amico
di quell'Ottaviano che col nome d' Augusto inaurare) a
proprio profitto il governo imperiale. Dunque Erodoto per
quanto concerne i Persiani, gli Egiziani ecc. è riguardato
meno veridico di Tacito nella descrizione dei popoli ger-
manici : e ciò perchè in Erodoto trasparisce una soverchia
credulità e una dilezione particolare per il meraviglioso,
sebbene quando riferisce dei fatti straordinari non li pre-
senta spesso che come pura tradizione. Non si deve di-
menticare che il concetto generale dei fatti deriva appunto
dalle testimonianze delle fonti; e quando le testimonianze
che vi contradicono si appalesano buone e attendibili, noi
dobbiamo, come in ogni altra contradizione, procedere an-
che qui ad un'accurata disamina di tutte le testimonianze
onde risulta questo concetto generale dei fatti. Non pic-
cola parte del progresso della nostra scienza dipende ap-
punto dall'esserci liberati dalle antiche tradizioni a favore
di fatti meglio testimoniati. Ciò accade specialmente
quando vengono a nostra conoscenza nuove fonti prima
ignorate, che appalesano un valore dimostrativo assoluto.
Ricordiamo solo le fonti scoperte nel secolo nostro sull'an-
tica storia orientale, che in vario modo tanto contradicono
al concetto generale che ne avevamo dalle fonti greche, e
ci obbligano colla forza delle loro testimonianze a modi-
ficarlo. Prendiamo due esempi : lo Zosimo del 5.0 secolo e
precisamente del tempo di Teodosio il giovane, imperatore
romano d'Oriente, uno dei più notevoli nella collezione
— 214 —
degli scrittori greci di storia romana, ma che (se non pa-
gano intinto di paganesimo) maltratta gì' imperatori che
protessero il cristianesimo e la cui autorità di storico di-
pende da quella delle sue fonti, perché non esamina af-
fatto l'attendibilità degli autori, dai quali attinge le sue
notizie ; 1' Agatia del 6° secolo che, secondo appare dalla
di lui storia del governo di Giustiniano imp. d' Oriente,
difetta di nozioni geografiche e adorna il suo stile di poè-
tiche reminiscenze, come dimostra il Niebuhr. che nel
1828 pubblicò una nuova edizione de\V Agatia nel 3.0 vo-
lume del Corpus Scriptorwn Historiae By^antinae. E
per convincersi delle patenti contradizioni risultanti tra
queste fonti e quelle scoperte nel secolo nostro si confron-
tino le prime con le opere moderne del Gfròrer, By^ant.
Geschichien o Storie bizantine, edite a Graz dal 1872 al
1874; il Hirsch, By^ant. Studien, pubblicati a Lipsia nel
1876; il Hertzberg, Geschichte der (By^antiner und des
Osman. Reichs pubblicata a Berlino nel 1883.
Volgendo ora uno sguardo intorno ai risultati della
critica intrinseca, che ha per fine di dimostrare la realtà
dei fatti giudicando il valore delle fonti rispetto ad essa,
vediamo bene che questa non sempre arriva alla consta-
tazione assolutamente accertata della verità perchè non
sempre possiamo formarci un giudizio ben determinato e
sicuro sul valore delle testimonianze; non sempre abbia-
mo a sufficienza mezzi di riscontro o di raffrontamento
delle testimonianze tra loro e non sempre il confronto
delle une con le altre consente decisoni indiscutibili, co-
me abbiamo veduto in principio della quarta lezione.
Spesso perciò, in luogo di conclusioni vere e proprie o di
— 215 —
giudizi definitivi, non facciamo propriamente che pesare
-delle ragioni per determinare, in mancanza della certezza
storica, la verisimiglianza o la possibilità dei fatti, o il
contrario, secondo il prevalere delle ragioni prò o con-
tro, per varii gradi. « Questa operazione dell'ingegno ab-
bandona è vero il campo delle conclusioni puramente
logiche, ma è ben lungi dall'andare a tastoni arbitraria-
mente, tirando a indovinare. È anzi una maniera di giu-
dicare non contraria ai principii metodici, mercè i quali
al giudizio subiettivo è concesso un certo campo, ma
dentro ben determinati confini. Non ci è anche vietato,
anzi nei casi dubbi ci è imposto, di astenerci da un giu-
dizio definitivo e di constatare soltanto quei confini» (i).
Quanto il giudizio di probabilità sia diverso dal giu-
dizio arbitrario mostra in matematica il calcolo di pro-
balità. La probabilità matematica di un evento è il rap-
porto tra il numero dei casi ad esso favorevoli e quello
dei casi tutti, favorevoli o contrari, considerati come
egualmente possibili ; è in generale minore dell' unità,
che esprime la certezza: donde il tentativo di rappresen-
tare il giudizio nei suoi diversi gradi di convinzione per
mezzo di numeri fatto secondo i principi del Herbart (2),
vissuto tra il 1776 e il 1841, fondatore della cosidetta
scuola esatta o realistica. Un ottimo esempio delle varie
operazioni della critica intrinseca offre il Ranke nello
studio sulla congiura degli Spagnuoli in Venezia nel
(1) Crivellucci, ibid. pag. 202.
(2) Sàmtlichen Werke, 2.a ed., Amburgo 1883-93.
210
1618 (i), dov'egli si dimostra, come negli altri suoi ma-
gistrali lavori per cui è giustamente chiamato il padre
della moderna critica storica di Germania, d'una rara
diligenza e di un acume profondo nella scoperta delle
fonti del pari che nel vagliare il materiale accumulato ;
d'una critica metodica, di un'acuta intuizione psicologica
e di un senso estetico squisito. Non entusiasma il lettore
ma gli pone innanzi tutta la verità che gli fu allora pos-
sibile di rintracciare, come risulta anche oggi dagli studi
del prof. Raulich (Nuovo Ardi. Ven. t. VI, parte I, 1893 :
la Congiura spagnuola contro Venezia — contributo di
documenti inediti), di Amelia Zambler (Contributo alla
storia della congiura spagnuola contro Venezia. Studio
nell'Archivio degl'Inquisitori di Stato in N. A, V. t. XI
parte I, 1896) e di Eugenia Levi (ibid. t. XVII parte I. 1899,
pag. 5 e segg.: « Per la congiura contro Venezia nel 1618
con una ^jla^ione del Sarpi ignota al Ranke) pubblicati
nel C^Quovo Archivio Veneto.
Veniamo ora all'ordine critico del materiale. L'ordi-
nare le testimonianze delle fonti per poi valersene a mano
a mano che si procede nell'esposizione dei fatti è un atto
preparatorio che entra nel dominio della critica ed in
stretta colleganza con 1' ordinamento del materiale, cioè
col concetto generale del lavoro.
Le testimonianze dei fatti si possono raccogliere: i.° per
dì Die Verscbivòruucr vegeti Vetiedì? itti lahre 1618 - tnit Ur-
kunden aus detti venetianischen Archiv (2.a ed. 1878: la i.a era stata
tradotta in ita), col titolo Storia critica della congiura ecc.).
— 217 —
ordine di tempo e di luogo ; 2° per ordine di materia,
non escludendo in questa i cosidetti regesti 0 repertori
cronologici tanto utili pel ricercatore di documenti storici
e di cui abbiamo esempi veramente notevoli nei Regesto,
pontificum romanorum (Berlino 1873) del Iaffè, che indica
in fine i documenti falsi ; negli Acta regum et imperato-
rum Karolinorum (2.a ediz., Vienna 1867) delSickel; nei
Fasti romani dal 15 al 578 pubblicati sotto forma di re-
gesti dal Clinton [The civil and literary Chronology of
Rome and Constantinople, voi. I, Oxford, tip. dell' Uni-
versità, 1845 e v°l- H Appendice, 1850), nei cRegesta do-
cumentorum Germaniae historiam illustrantium (Monaco,
1864) del Valentinelli; nei Regesta carolingi (Frankfurt
ara Main 1833), nei Regesta Imperii (119S-1347; e nei
Regesta chronologico-diplomatica regum atque imperato-
rum romanorum inde a Corrado I usque ad Henricus VII
(911-1313) del Bohmer (Frankfurt am Main 1831) ; negli
Acta imperii inedita in due voi. (Innsbruck 1880 e 1883)
del Winkelmann; nelle Quellenkunde der deutschen Gè-
schichte di Dahlmann e Waitz (6.a ediz., Gottingen 1894),
nel 'RJpertoire des sources historiques du moyen dge del-
l'abate Ulisse Chevalier (Paris 1872-88) e finalmente, per
citare anche qualcuno dei nostri connazionali (troppo
spesso dimenticati, perchè rari nantes in gur gite vasto, non
solo all'estero ma nella stessa Italia), nei Regesti dei Com-
memoriali della Repubblica Veneta del Predelli, dei quali
dirò più avanti, e nelle Tavole sincrone e genealogiche
di storia italiana dal 306 al 1870 (Firenze, 1875) del prof.
Carlo Beivi glieri, storico veronese.
È codesto un lavoro faticoso, erudito ed utilissimo,
— 218 —
comprendente HI tavole in ior pagine in-folio piccolo, le
genealogiche frammezzate alle storiche. Qneste ultime pre-
sentano la successione dei fatti della storia italiana e della
straniera sincrona ; le altre gli alberetti genealogici delle
principali famiglie regnanti d' Europa e di quelle eh' eb-
bero Stato nella penisola. Una colonnetta a parte è riser-
vata agli uomini illustri, alle instituzioni, alle scoperte
ecc. E davvero il Belviglieri ha condensate in queste ta-
vole quante maggiori notizie ha potuto (forse un po'
troppe), studiandosi di rappresentare con la più possibile
precisione il sincronismo degli avvenimenti storici.
Anche il Rolando, Cronologia storica — Roma fino al
termine dell impero d? Occidente (Torino, Paravia, 1899)
riassume in forma sistematica, secondo una razionale par-
tizione degli avvenimenti, tutta la storia di Roma dalle
origini tradizionali della città alla fine dell'impero d'Oc-
cidente, disposta per ordine cronologico, tenendo conto
dei risultati della critica moderna. Ed in fine del volume
il Rolando pubblicò i fasti consolari, principale fonda-
mento della cronologia romana e sussidio prezioso per la
storia, dalle origini del consolato fin verso il termine del
governo d'Augusto.
1 Regesti, secondo le norme stabilite dal Bohmer, dal
Jaffè, dal Sickel ecc., devono in ogni argomento disporsi
cronologicamente ; la data, ridotta all'uso moderno, viene
posta avanti, in colonna, ma nel campo del regesto la si
riproduce nella sua forma originale, perchè possa essere
sottoposta a riscontro o per qualunque altro motivo ;
ogni regesto, perchè possa essere citato facilmente, è se-
gnato con un numero progressivo; al sunto del documento
— 219 —
segue l'indicazione del luogo in cui l'originale o la copia
trascritta del documento si trova, insieme colle notizie
delle copie derivate e stampate.
Riguardo insomma all'ordine cronologico e geografico
o topografico bisogna considerare ch'esso é fondamentale
nei dati storici perchè sebbene l'intimo rapporto dei fatti
non sia conforme a quello del tempo o del luogo pur tut-
tavia si connette per modo che, oltre alla determinazione
genetica d'ogni singolo avvenimento, noi dobbiamo spesso
rappresentarci alla mente quali fatti sono accaduti nel
medesimo tempo in varii luoghi e quali fatti in diversi
tempi in un medesimo luogo. Non di rado si avvertono
così dei rapporti che altrimenti non si sarebbero scoperti
e gli studi odierni che in particolar modo tengono conto
più che per lo passato dell'ordine cronologico o sincroni-
stico e dell'ordine geografico devono a ciò molte nuove
osservazioni. « Pare ad esempio di nessuna importanza il
leggere nelle fonti che nell'XI secolo scoppiarono rivolte
della cittadinanza contro il vescovo della città a Colonia,
a Magonza, a Worms; ma se noi osserviamo che nello
stesso tempo in Fiandra, in Francia, in Italia e quindi
sotto altre condizioni politiche avvengono rivolte del me-
desimo genere nelle città siamo messi sull'avviso che noi
abbiamo a che fare con un movimento sociale più gene-
rale nella stona dei Comuni » (i). E vero che l'origine dei
Comuni fu diversa nei vari Stati , ma la causa deve ri-
cercarsi da per tutto nella lotta fra l'Impero e la Chiesa,
(i) Crivellucci, ibid. pag. 204.
~ 220 —
fra il conte ed il vescovo disputantisi la supremazia del
potere: e di questa lotta, che indeboliva entrambi, tras-
sero partito i cittadini per riunirsi sotto le medesime
leggi e con le stesse guarentigie. Così il nuovo regime
municipale preparò 1' emancipazione dai vincoli feudali,
onde nacquero le libertà comunali.
Qui faccio una breve digressione per notare col Tom-
masini (i) che se fra gli antichi, prima di Polibio (l'au-
tore della Storia universale in 40 libri, di cui soli 5 sus-
sistono), il pericolo di sconnessione nella storia nasceva
quasi spontaneamente da un'apparente sconnessione poli-
tica, tra gli uomini moderni la parzialità pare più spesso
cronologica quando invece è logica, e il limite è più vo-
lentieri segnato per amor di non vedere che per modestia
d' abbracciare il poco. E pigliamo in fatti il corpo della
storia di Roma, tutto, com' ei debb' essere, intero. E già
la parte più remota a' di nostri si scinde in suddivisionL
molteplici; e chi va a frugare le prime origini e chi
1' epoca regia e chi la repubblica o l' impero. Finora gli
storici hanno ripetuto che la trasformazione della repub-
blica romana in impero si deve all' ambizione di Giu-
lio Cesare che conquistò le Gallie col ferro dei cI{pmam
e cI{pma con l'oro dei Galli, ma così non è: la vera
causa di questo mutamento è da ricercarsi piuttosto
neir incapacità del Senato e del popolo romano a go-
vernare i paesi conquistati. Si noti che accanto all' an-
tica nobiltà senatoria era sorta una nuova nobiltà, sotto
(1) Scrìtti di storia e critica. Torino, Loescher, 1891, p. 6.
— 221 —
il nome di ordine equestre, che formava la seconda classe
dei cittadini e ben diverso dall' instituzione della cavalleria
medievale sòrta dalla feudalità col fine di difendere gli
oppressi contro gli oppressori. L' ordine dei cavalieri ro-
mani era composto invece di oppressori d' altra specie,
cioè degli esattori delle tasse, dei pubblici appaltatori e
di altre persone occupate in speculazioni commerciali,
vietate ai senatori, i quali da questi uomini nuovi si tro-
vavano grandemente minacciati : primo elemento di dis-
cordia. Le grandi guerre esterne e le perdite d'uomini su-
bite da Roma, stremarono la popolazione agricola e quindi,
avvilita 1' agricoltura, crebbero oltremodo le strettezze e
le miserie degli agiati borghesi e dei campagnuoli : se-
condo elemento di discordia. I soldati nelle lunghe ferme
durante le guerre orientali si abbandonarono al lusso,
alla morbidezza, al vizio : e l' ufficio del soldato non fu
più considerato come un dovere del cittadino ma come
un mestiere qualunque, in quanto che le milizie potevano
dirsi non tanto serve dello Stato ma di quel fortunato ge-
nerale che diveniva ed era ritenuto come loro patrono :
terzo elemento di discordia. Gli elementi di queste innova-
zioni si fecero tosto vedere, giacché sottentrò in tutti gli
ordini della cittadinanza una smania immoderata di far
guerre, non tanto per conquistare nuove province quanto
per spogliare le conquistate. E negli ultimi tempi della
Repubblica le province conquistate furono governate in
modo assolutamente vessatorio ed iniquo ; il popolo stesso
di Roma altro non chiedeva che di vivere alle spalle dei
vinti e di divertirsi. Perciò si può dire che nella giornata
della tessalica Farsalia {9 agosto 48 avanti l'era volgare),
— 222 —
cioè nel grande conflitto definitivo tra i due triumviri
Cesare e Pompei, la quale decise le sorti in favore del
primo, non tanto perì la libertà quanto il diritto che tre-
cento tiranni si arrogavano di tenere schiavo il mondo;
e il senato romano che, perduto il potere supremo, avrebbe
potuto diventare almeno un valido contrappeso al despo-
tismo degl' imperatori, fu invece, se non complice, stru-
mento nelle loro mani. La tnsformazione della repub-
blica in impero fu tuttavia un bene per i popoli che Roma
aveva conquistati; e se a Roma vi furono degl' impera-
tori mostri di crudeltà o imbecilli, le province romane
stettero peraltro infinitamente meglio di prima ; esse do-
vettero all'impero le magnifiche strade di cui ancor oggi
rimangono le tracce ; 1' impero liberò definitivamente il
Mediterraneo dai pirati che l'infestavano, instaurò la pace,
promosse il lavoro, il commercio, il benessere generale.
L' impero cadde a sua volta per gli elementi di dissolu-
zione che recava in sé stesso : le ambizioni dei generali
che impedirono la costituzione di una dinastia ereditaria;
i! regno della schiavitù che corrompe, effemina e abbatte
moralmente gli uomini liberi; il disàgio finanziario delle
classi medie, strette fra il Cesare che aveva bisogno di
far continue donazioni ai suoi generali e ai loro legio-
nari e il basso popolo chiedente pane e giochi di circo;
finalmente le invasioni di quei popoli (Teutoni, Unni ecc.)
che i Romani chiamavano barbari, alla fiumana dei quali-
Roma, la cui popolazione decresceva, non aveva abba-
stanza soldati da opporre.
Così si può dire che la presa e il sacco di Roma com-
piuto da Alarico re dei Visigoti nel 410 segna piùdiquai-
— 223 -
siasi altro avvenimento la crisi di quella lunga e memo-
rabile tragedia che fu la decadenza dell' impero romano.
Difatti con la morte di Teodosio il grande nel 395 spirò"
il genio di Roma e la divisione dell'impero tra i suoi due
figli Arcadio ed Onorio affrettò quella rovina ch'era forse
predestinata nello sviluppo storico delle umane vicende.
Ma perchè l'epoca, cominciante dalla traslazione della
sede imperiale a Bisanzio e che pare a buon diritto ne*
gletta, s'intitola comunemente del basso impero? « Che
cosa è il basso impero, domandossi sdegnosamente taluno
cui non garbava tener bordone ciecamente al gridìo vol-
gare ? E s'udì ripetere che il basso impero era tutto quel
che la parola diceva : cioè una sequela di bassezze e di
vergogne della società umana, che non metteva il pregio
che lo studioso ne ricercasse, né che ne curiosasse il let-
tore. E tutto questo pel giuoco di parole d' un cronologo;
d' un malaugurato cronologo, scrive il Thierry {T)erniers
temps de l'Empire d ' Occident-cRécìts de V histoire romaine
au V.mc siede), cui accomodò pel suo lavoro di dividere
l' impero romano in alto e in basso (1), terminando quello
e cominciando questo col principato di Costantino (306-37).
E poiché il motto trovò buona accettazione, ne usci co-
niato, contro ogni intenzione dell'autore, un pregiudizio
favorevole pel primo di quei due periodi storici e un al-
tro giudizio sfavorevolissimo pel secondo. Anzi siccome un
giuoco di parole può dar luogo a parecchie transizioni
(1) Un' Histoire du Bas- Empire fu scritta da Le Beau e Ameil-
hon, Paris 1759, 29 voi. in 12.
224
viziose del pensiero, seguitò che l'interpretazione morale
occupò il luogo della designazione cronologica ; e quando
.un qualche governo o una qualche società non andò a'
versi a qualcuno, per gittarle in faccia una ingiuria sac-
cente, le s'inflisse il titolo di basso impero, e l'ingiuria
passò a capo alto sotto colore di giudizio storico» (i).
Ora che ho terminata questa breve digressione croni-
storica, darò compimento alla parte che riguarda più spe-
cialmente l'ordine critico del materiale, passando appunto
(dopo l'ordine di tempo e di luogo) all' ordine per ma-
teria. I rapporti generali dei fatti coincidono solo in parte
col loro ordine di tempo e di luogo; noi possiamo in con-
dizioni diversissime cogliere certe relazioni e dai più di-
versi tempi e più diversi luoghi ravvicinare tutto ciò che
ha qualche rapporto. L'ordine di tempo e di luogo nei dati
storici non basta, bisogna anche rubricarli secondo le esi-
genze del tema e della materia. Se si tratta di un tema
complesso, come la storia d' un popolo o di una gran-
de comunità bisogna studiarne i lati diversi distri-
buendo distintamente il materiale secondo ciascuno di
essi. Quante volte non avviene che disponendo para-
tamente il materiale si scoprano, coi dati accumulantisi
sotto una determinata rubrica prima da noi poco av-
vertita , nuovi orizzonti ? Ma perchè questo avvenga
effettivamente occorre che nel disporre il materiale con
ordine vi si presti diligente cura fino dal principio. « Non
si possono dar regole che valgano assolutamente per i
(i) Tomraasini, ibid. pag. 7.
225
singoli casi, ma possiamo intenderci su certe idee gene-
rali. Non mai abbastanza dobbiamo guardarci dall' accu-
mulare e trascrivere senza ordine e senza regola il nostro
materiale; perchè il ritrovare poi i singoli dati che hanno
rapporti tra loro richiede che ogni volta si ritorni da capo
e sempre di nuovo si riveda tutto; ed è anche appena
possibile di mettere al loro posto i nuovi dati sopravve-
nienti. Nei lavori di qualche mole è necessario prendere
le proprie note su schede libere, che facilmente si possono
riordinare e alle quali senza tante difficoltà si possono
aggiungere nuovi dati. Se si fanno categorie per materia
si devono tenere distinte le schede relative ad una cate-
goria sotto copertine o in cassette; ognuna può alla sua
volta ordinarsi cronologicamente e per materia alfabetica-
mente mediante parole o rubriche, Secondo la natura del
tema o del materiale può esser pratico far astrazione dal-
l'ordine per materia e tenere solamente l'ordine cronolo-
gico. Appunto allora importa molto di fare le note su fo-
gli liberi per poterle ordinare ora intuii modo ora in un
altro secondo le varie mire speciali, e poi rimetterle nel-
l'ordine generale. Per ritrovare facilmente le varie notizie
è bene indicare i dati o scrivere i titoli o rubriche in alto
e usar carte facili a sfogliarsi (i) ».
Veniamo ad un esempio pratico. Suppongasi che uno
voglia scrivere la storia di Venezia. S'egli divide il suo
lavoro per ordine di materia dovrà fare le seguenti ru-
briche o categorie : parte politica con le sotto-sezioni re-
(i) Crivellucci, op. cit., pag. 206.
15
— 226 —
lative alle origini di Venezia, ai tribuni, ai dogi, alle in-
vasioni straniere, alle spedizioni in Istria e Dalmazia, alla
lega lombarda e all'incontro in Venezia di Federico Bar-
barossa col pontefice Alessandro IN, alla conquista di Co-
stantinopoli, alle guerre coi Genovesi, ai possedimenti di
terraferma, al Consiglio Maggiore e Minore, ai Procura-
tori di S. Marco, al Senato, al Consiglio dei X, agi' In-
quisitori di Stato, alla Cancelleria ducale, all'Avogaria di
Comune, alla Quarantìa criminale, alle cariche e all'am-
ministrazione di terraferma, agli uffici subalterni, alla
lega di Cambrai, alle lotte contro i Turchi, alle questioni
con la santa sede, alla congiura degli Spagnuoli nel 1618,
agli ultimi tempi e alla fine della Repubblica, alla fi-
nanza, alla letteratura, alla legislazione, ai costumi ed
alle feste ecc. ecc., collocando le schede o i fogli relativi
secondo l'ordine di tempo. Se invece si tratta di dividere
il lavoro addirittura per ordine cronologico, sia che ab-
bracci un determinato periodo, sia che comprenda tutta
. intera la vita della Repubblica occorrerà una ripartizione
fatta secolo per secolo, o decennio per decennio, secondo
il caso, ma subordinando sempre la disposizione all' or-
dine di materia per evitare confusioni.
Quando poi si abbiano a trascrivere atti o notizie in
modo integrale non occorrono avvertimenti. Ma tali tra-
scrizioni per intero si faranno solo quando si tratta di
fonti archivistiche o di stampe che non è facile poter ri-
avere alla mano. Nel resto ci contenteremo di estratti e di
note che o riportino dalle fonti ciò che si riferisce al tema
o solo le citino. Nel primo caso è necessario di conoscere
bene ciò che può servire ai bisogno e eh' è importante di
— 227 —
sapere per notarlo con la massima precisione e seguendo
il motto d'Augusto : festina lente, perché un errore di tra-
scrizione può condurre anche a delle conclusioni sbagliate;
nei secondo caso V indicazione dev' essere precisata in modo
che , al riscontrare in seguito le note, tosto si vegga quello
che nel relativo passo si contiene e che 1' identità della
nota colla sostanza del passo citato non sia dubbia. Ciò
richiede una cura e un'attenzione da benedettino, poiché
non di rado sul medesimo soggetto nel medesimo tempo,
vi sono parecchi documenti simili. Per ciò si farà bene a in-
dicare ogni documento notando il principio e la line del
testo (incipit ed explicit); la quale maniera d'indicazione
è usata comunemente per le bolle pontificie, dicendosi la
bolla Unigeniti filii Dei salvatoris, eh' è quella del 9 di-
cembre 1734; In supremo iustitiae solio, eh' è quella del
i.° febbraio 1735; In apostolica dignitatis, eh' è quella dell'8
marzo 1876; Humanum genus, quod morsu (1), ch'è quella
finalmente del 16 giugno 1737, come si trae anche dal-
X Index initialis che si legge in fine d'ogni volume del
^Bullarium romanum. Però V incipit e l'explicit per lo più
si tralascia, nonostante l' esempio non trascurabile del
Jaffé, che nelle bolle pontificie pone l' incipit. Al materiale
storico così ordinato si suol dare il nome di regesti ( la-
tin, regesta) o repertori cronologici, parola derivata dal
verbo regerere che s'incontra in Quintiliano (2) nel si-
(1) Biillarium magnum romanum, t. XXIV ed alt., Torino
1857, pag. 18, 28, ni e 275 con l'Index initialis a pag. 697.
(2) De institutione oratoria : Quidpiam regerere in commen-
tarios suos (trascrivere, riportare alcun che ne' propri libri o re-
gistri).
— 228 —
gnihcato di trascrivere, riportare. Si chiamano itinerari i
regesti dei luoghi di dimora dei personaggi storici tratti
dalle fonti. Ma questi itinerari, dopo i regesti fatti colla
indicazione dei luoghi ove furono stesi gli atti, diven-
tarono superflui.
Una gran parte del lavoro necessario alla compilazione
dei regesti viene oggi risparmiata al ricercatore da spe-
ciali lavori di tal genere, specialmente nel campo dei do-
cumenti medievali. Sono preferiti questi perchè i docu-
menti hanno un'importanza speciale per la storia del me-
dio evo, come quelli che ne formano la più solida ossatura;
secondariamente perchè essi sono così dispersi nei luo-
ghi dove furono trovati e pubblicati che il metterli insie-
me, come sarebbe necessario a ogni nuovo lavoro, richie-
derebbe sempre una troppo lunga preparazione (i). Solo
peraltro nel secolo passato si cominciò a compilarne; il
tedesco Enrico di Biinau, che diede alla letteratura sto-
rica del suo paese il primo saggio di un'opera d'eccellente
critica e di solida erudizione con la Genaue und umstànd-
liche (esatta e circostanziata) deutsche Kaiser -und Reichs-
historie, pubblicata a Lipsia in quattro volumi tra il 1728
e il 1743, stampò sommariamente i diplomi della storia
franca fino al 918. Ma fu veramente il giureconsulto te-
desco Pietro Georgisch che nell'opera cI{egesta chronolo-
gico- diplomatica (4 voi. in-folio editi a Francoforte e a
Lipsia tra il 1740 e il 1744) pubblicò a parte, per il primo,
regesti di storia tedesca dai tempi più antichi ai tempi suoi.
(1) Crivellucci, op. cit., pag. 207.
— 229 —
Ne segai l'esempio il francese Bréquigny con l'opera
Table chronologique des chartes, diplórnes, titres et actes
concernant l'histoire de Jrance, tre voi. in-fol. pubblicati
tra il 1769 e il 1783. Da allora in poi si fecero lavori più
speciali con maggior compiutezza ed esattezza. E sui nuovi
esempi del Bohmer, del Jaffè e degli altri che vi ho dianzi
citati si son fatti quelli degl' imperatori e dei papi, e, in
cerchia più ristretta, di fondazioni, corporazioni, province
famiglie ecc. (1). Fra i più notevoli e recenti meritano
un encomio particolare gli accennati regesti dei Comme-
moriali della Repubblica Veneta cui attende con tanta
scrupolosa diligenza il prof. Riccardo Predelli del-
l'Archivio di Stato in Venezia. Questi Commemoriali, il
primo vero Codice diplomatico d'Europa, comprendono
ben 33 volumi e vanno dal 1300 al 1787, cioè fino quasi
al cadere della Repubblica e ne venne finora pubblicata
circa una metà in 3 tomi, vale a dire sino al secolo XV.
Sono documenti di secondaria importanza, se si vuole,
ma che formano quasi il cemento che riunisce le pietre
nell'edificio del diritto pubblico e della storia (contratti
civili, cessioni territoriali, condotte di capitani, franchigie
a città soggette, risposte ad inviati stranieri, istruzioni di-
plomatiche ecc.)- I Commemoriali costituiscono adunque
una serie di registri nei quali gli scrivani delia Cancelle-
ria ducale inserivano tutti gli atti e documenti e facevano
quelle annotazioni che nelle questioni politiche ed ammi-
nistrative contemporanee e future potevano dare appoggio
ai diritti dello Stato, sia all' interno come all' estero, e a
(i) Ibid.
- 230 —
quelli dei singoli individui in relazione con lo Stato o
con gli stranieri. Gli atti venivano d* ordinario scritti nei
Commemoriali contemporaneamente agli originali - e non
pochi anzi sono i veri originali — o, se erano scritti al-
l'estero, quando giungevano alla Cancelleria ducale.
Per iniziativa della Società storica lombarda viene
ora compilato un Regesto diplomatico visconteo compren-
dente tutti gli atti concernenti i Visconti e la loro domi-
nazione su Milano e le altre città dell'omonimo Ducato.
I principii, secondo i quali i regesti vengono general-
mente compilati, non sono sempre gli stessi: ora gli autori
si limitano a documenti ed atti, ora vi comprendono anche
notizie di scrittori. Il secondo procedimento si raccomanda
per periodi scarsi di fatti o per temi limitati. In certo nu-
mero di casi è assai più utile e raccomandabile di limitarsi
ai documenti perchè le notizie degli scrittori sono più ac-
cessibili e mostrano la loro importanza solo nell'insieme.
« Anche nei particolari si procede in modo diverso : al-
cuni danno diffusi estratti d'ogni documento; altri si limi-
tano ad accennarne la sostanza; alcuni abbondano nel
riportare le formule, i testimoni, gli estensori ecc., altri si
limitano alla semplice data; alcuni riproducono gli ex-
cerpta (od estratti) nella stessa lingua del documento, al-
tri scelgono senz' altro la propria lingua o la lingua la-
tina ; ora i documenti apocrifi vengono registrati in ap-
pendice, ora in mezzo agli altri, distinguendoli con un
asterisco o con una croce ocon un'avvertenza » (i). Su di
che si consulti il Waitz nella Historische Zeitschrift o Ri-
Ci) Crivellucci, Manuale cit., pag. 208.
- 231 —
vista storica del Sybelj 1878, XI, pag. 280-295), direttore
degjj,. Archi vi dello Stato germanico, autore della Ge-
schichte der Revolutionzeit 1789-95. Dusseldorf 1852 (tra-
dotta ed edita in Francia sotto il titolo: Histoire de l'Europe
pendant la cRJvolution francaise) ed appartenente alla fa-
miglia di quei veri storici di quegl' infaticabili ricercatori
che si gloriano innanzi tutto d'essere esatti e di mo-
strare gli uomini e i fatti quali furono senz' alcun artifi-
cio d'imaginazione. La Historische Zeitschrift cominciò
nel 1859 sotto la sua intelligente direzione e dopo la di
lui morte, avvenuta nel 1895, essa continua a pubblicarsi
ogni anno (sotto la direzione del prof. Enrico Treitschke
autore della 'Deutsche Geschichte im neun\eìmten Iahrhun-
dert e, alla morte del Ranke, nominato storiografo degli
Stati prussiani), in sei fascicoli bimestrali, formanti un
volume. E insomma una raccolta di pubbliche ricerche e
di saggi in tutto il campo della storia con recensioni e re-
soconti bibliografici, questi, in principio, sistematici, più
tardi senza ordine fisso, dal 1891 di nuovo sistematici per
paesi e materie.
Riepilogando le cose fin qui dette, è bene ricordare
anzitutto che la metodica, cioè l'arte dell'osservare, pra-
ticare ed insegnare le regole scientifiche per scrivere di
storia e conoscerla a fondo, comprende: i.° X euristica o
dottrina delle fonti per la scelta del materiale; 2° la cri-
tica delle fonti, ossia Tanalisi del materiale per determi-
narne il valore; 3.0 la cognizione dei singoli fatti e dei
loro rapporti, casuali o conseguenti ; 4.0 l'esposizione ordi-
nata dei fatti stessi.
Va da sé che queste quattro diverse operazioni, onde
— 232 —
si divide la trattazione sistematica del soggetto storico,
in pratica s'intrecciano e si confondono, perchè nel me-
desimo tempo che ad es. raccogliamo il materiale noi lo
andiamo anche vagliando e non possiamo vagliarlo senza
comprendere il valore dei fatti in esso contenuti. Tutto il
materiale storico» cioè le fonti, si divide a sua volta in
due grandi categorie: avanci e tradizioni. I primi com-
prendono tutto ciò che di un fatto è rimasto ed esiste an-
cora, come le reliquie personali e i resti del vivere umano,
lingua, usi, feste e costumi, leg-u e ^istituzioni sociali, pro-
dotti industriali, artistici, scientifici e letterari d'ogni sorta,
non che le opere ideate e compiute per ricordare ai posteri
uomini e seste, cioè inscrizioni, monumenti propriamente
detti e documenri; per tradizione intendesi invece ciò che
di quel fatto ci è stato riferito e trasmessa per opera del-
l'intelligenza umana e si distingue in tìgurata (pitture e
sculture storiche, rappresentazioni topografiche), in tradi-
zione orale (racconti, leggende, aneddoti, proverbi, motti
e canti storici) e in tradizione scritta (inscrizioni storiche,
genealogie, calendari, annali, croniche, biografie, ricordi
autobiografici ecc. E ufficio dell' euristica il ricercare e
pubblicare le f mù riconosciute per vere ed autentiche. I
documenti e gli atti pubblici, le raccolte del Muratori,
dell'Instituto storico italiano, delle Deputazioni e Società di
storia patria qcc, i Monumenta Germaniae fosforica, i Fon-
tes rerum austriararum ecc., gli Archivi e le numerose Bi-
blioteche comprese le papali, rese oggi più accessibili agli
studiosi per l'illuminata liberalità del saggio Leone XIII,
il Corpus inscriptionum latinarum del Mommsen, i Codici
diplomatici, le opere di bibliografia generale, le riviste sto-
— 233 —
riche e le pubblicazioni archivistiche, i cBiegesti e i repertori
biografici o cronologici ecc. aiutano Io studioso nella ricerca
e nella raccolta delle fonti. E ufficio della critica storica lo
stabilire la verità effettiva dei dati contenuti nelle fonti,
decidere cioè se e fino a che punto sieno da ritenersi
come veri o come falsi, come realmente avvenuti o no.
La metodica insegna appunto i principii, le regole, l'arte
onde si adempie a quell'ufficio per mezzo di criteri scien-
tifici. Tutto si riduce al ratfrontamento di ciò che sotto-
poniamo a critica con altri dati di cui siamo sicuri, al-
l'esame in una parola dell'incerto col certo. Si deve alla
critica veramente metodica o scientifica se la storia è di-
venuta in oggi una scienza degna di questo nome, perchè
soltanto il metodo scientifico ha reso possibile l'accerta-
mento dei fatti storici, lo sceverare cioè il vero dal falso,
la storia dalla leggenda. Occorre però distinguere la cri-
tica estrinseca dall'intrinseca; la prima esamina se una
data fonte sia da considerare o no, e fino a che punto,
come testimonianza storica, come vera e propria fonte
storica e chiamasi estrinseca perchè quando non vi sia
alcun dubbio sull'autenticità della fonte dobbiamo deter-
minare le circostanze esteriori della sua provenienza e
della sua natura, mentre la seconda esamina i rapporti
delle testimonianze coi fatti, cioè se le testimonianze cor-
rispondano, e fino a che punto, alla realtà per poter de-
terminare il valore intrinseco delle fonti. Dunque la cri-
tica estrinseca ha per ufficio di provare V autenticità delle
fonti, di stabilire quando, dove, da chi e per che modo
furono prodotte, non che di esaminare s'esse sono origi-
nali o dipendenti, se mediate o immediate testimonianze
— 234 —
dei fatti; la critica intrinseca deve invece dimostrare la
realtà dei fatti giudicando il valore delle fonti rispetto ad
essa; deve determinare l'intrinseco valore delle fonti stesse
e sottoporne a riscontro le testimonianze per poter pro-
ferire il giudizio sulla realtà dei fatti. Le testimonianze
dei fatti si possono raccogliere: i.° per ordine di tempo e
di luogo ; 2.° per ordine di materia. Senza un materiale
storico ordinato nel modo che ho cercato poco fa di spie-
garvi il più chiaramente possibile è vano accingersi ad un
lavoro di qualche mole ed importanza che sia utile agli
studiosi e segni nel tempo stesso un reale progresso nelle
storiche discipline.
:'
INDICI
INDICE DELLE LEZIONI
I. Fonti storiche
II. Documenti e racconti falsi
III. La critica delle fonti
IV. Del tempo e degli autori
V. Delle varie specie di fonti
VI. Della tradizione scritta
VII. Della tradizione orale
Vili. Del carattere dell'autore
IX. L'analisi delle fonti
X. L'ordine critico del materiale
7
3i
61
81
107
131
147
163
187
209
INDICE DELLE MATERIE
ccademia della Crusca 71
Anonimi e pseudonimi 96 e seg.
Antropogeografia no e n. 1
Archivi veneti 115 e seg.
— milanesi 19
— inglesi 24
— francesi 25, 26
Archivio storico italiano 20
Basso Impero (?) 223
Battaglia (?) d'Aspromonte 190
Bibliografìe 29, 30, 117, 123
Biblioteca Laurenziana 18
— Magliabechiana 18 e n. 1
Marciana 117, 123
Biografie 15, 16, 75, 97
Bolle pontificie 227 e n. 1
- 240 —
Codice diplomatico sant'Ambrosiano 19
— toscano 19
— padovano 19, 122
— bresciano 19
— della S. Sede 36, 134
— veneziano v. Commemoriali
Commemoriali della Repubblica Veneta 116, 125, 217
229, 230
Concilio di Trento 73, 74
Croniche veneziane antichissime 21, 8j, 93, 117, 121
— muratoriane 15, 16, 118
Cronologia (scienza)' 31, 32, 82, 83, 84, 85
Cronologie (opere) 83, 84, 85, 217, 218, 229
D
Deputazioni di storia patria 20, 29
Diari di Marin Sanuto 122, 149 *
Diplomatica 17 n. 1, 25, 83
Donazione di Costantino 36 e n. 1
— di Pipino 36, 37
di Carlomagno 199
E
École nationale des chartes 25, 26, 27
École pratique des hautes études 25, 27
241
Falsificazioni storiche 69, 70
Fasti consolari 17, 140 e n. 1, 2) 8
Fatiche (le dodici) di Ercole 41 n. 1
Fondazione di Roma 42
- — di Venezia 44, 132
Fonti per la storia d'Italia 13, 15, ié, 17, 19, 20, 21,
29, 30, 165
— 13, 14, 17, 21, 36, 129, 165
di Roma 13, 14, 17, 21,36,129, 165
-— — di Venezia 15, 21, 28, 29, 115 e seg.
— — austriaca 24
— — tedesca 14, 21 e seg., 28
G
Genealogie 67 e seg.
Guelfi e Ghibellini (etimoL) 103 e n. 1
Inquisitori di Stato in Venezia 38, 39, 119
Instituto stòrico italiano, 21
— di Francia 26
Leggenda aurea 39, 40
— di Ercole 41 e n. 1
di Romolo e Remo 42
— d'Antenore 44
16
— 242 —
Leggenda della fondazione di Venezia 44
— dei ratto delle donzelle 44 e seg.
— ■ del ponte dei sospiri 47
— di Otello, ossia del moro di Venezia 48 e seg
— della papessa Giovanna 51, 52
— di Guglielmo Teli 54 e seg.
— di s. Marco 61
— del povero Fornaretlo 63, 64
— del motto di Cambronne 65
— — di Francesco I 66
— di Biasio luganegher 148 e seg.
— sull'origine delle nozze d'argento 160
Legioni romane 202
Liber pontificalis 37, 175, 200 e n. 1
Linguistica me seg.
M
Monumenta Germaniae historica 22, 23
Museo Civico di Venezia 117, 123
Nomi di famiglia 67, 68, 69, 95, 96
Origine d'illustri casati 6jì 68
Origini del cristianesimo 182 e seg.
— 243 —
Pseudonimi (autori) v. Anonimi
R
Ratto delle spose 43 e seg.
Regesti 36, 217, 216, 227 e seg.
Rerum Italicarum Scriptores 13, 15, 16, 36
— Germanicarum Scriptores 14
Sacco di Roma 145
Scienze ausiliarie della storia 31, 32, 82 e seg., no
178, 179
Scoperte archeologiche 105 e n. 1
Scrittori anonimi 96 e seg.
Scuola di paleografia 27
Sette (le) meraviglie del mondo 212 e n. 1
Società di storia patria 20
Statuti degl'Inquisitori di Stato in Venezia 38, 119
Stendardi di s. Marco 47
Storia franca 13, 14, 24, 69
— longobardica 15, 87, 102, 104.
francese 13, 14, 24, 26, 27, 66, 76, 77, 171, 172
germanica 14, 2ij 22, 23, 78, 103, 104, 114
austriaca 24
— svizzera 55, 56, 57
244
Storia inglese 14, 24
— italiana 13, 15, 16, 17, 20, 29, 37, 38, 165 e seg
— romana 13, 15, 16, 21, 42, 43, 52, 62, 68, 101
129, 157, 165, 166
— fiorentina 15, 70, 71
— veneta 15, 21, 86, 93, 115 e seg., 225-226
— ecclesiastica 13, 36, 51, 89, 105, 174, 1846 n. ]
— bizantina 214
Storie diverse (padovana, milanese, bresciana ecc.) 15
19, 21, 29, 30
Strade romane 210, 211
Vite v. Biografie
Vocabolario della Crusca 71
INDICE DEI NOMI
Agnello Andrea 104 n. 2, 105
Agostini (degli) Giovanni 122
Antenore, principe troiano 44
Arduino d* Ivrea 192
Ario 1' eresiarca 174 n. 3
Astolfo re dei Longobardi 37, 175
Bacchini Benedetto 105
Balbo Cesare 166, 167
Barbiera Raffaello 122
Barozzi Nicolò 116
Battistella Antonio 121
Belviglieri Carlo 217, 218
Berchet Guglielmo 116
Bernoni Domenico 122
Bertolini Francesco 43 n. 2, 72
Besta Enrico 122
Besta Fabio 112 n. 1
Bianchini Giuseppe 123 n. 1
- 246 —
Boerio Giuseppe 122
Bolland (de') Giovanni 40
Bonaparte Napoleone 39, 69, 125, 207
Bonardi Antonio 122
Bonghi Ruggero [65
Bopp Francesco 112
Borgia Lucrezia 155, 156 n. 1
Bossuet Giacomo Benigno 11, 79, 153
Botto Paolo Emilio 195
Bùnau (de) Enrico 228
Caffi Francesco 122
Cambronne Pietro 65
Cappelletti Giuseppe 119
Carducci Giosuè 15 n. 1, 18 n. 3, 72
Carlo Alberto, re di Sardegna 20
Carlo V, imperatore di Germania 66
Carlomagno 97, 181
Cecchetti Bartolomeo 1 (7
Cellini Benvenuto 144, 145
Cicerone io
Cicogna Emanuele 95, 117, 121, 122, 123, 139
Cipolla Carlo i6ì n. 1, 21, 30, 89, 121, 168
Champollion Giovanni 180 n. 1
Charlier v. Gerson
Chevalier Ulisse 217
-247 —
Clément Carlo 84
Clément Francesco 84
Cogo Gaetano 121
Compagni Dino 70, 71
Corner Flaminio 122
Cosci Antonio 169
Cousin Vittorio 80
Crivellucci Amedeo 6 (Prefa^), 17 n. 2 e seg., 87, 107,
158, 166, 175, 177
D
Dal Medico Angelo 122
Dalla Santa Giuseppe 121
Dahn Giulio 166
Dantine Mauro Francesco 84
Daru Pietro 38, 39, 117
Davila Enrico Caterino 75, 76 171
De Gubernatis Angelo 171
Del Giudice Pasquale 166
Della Valle Lorenzo 36 n. 1
De Sanctis Francesco 72
Diacono v. Paolo
— v. Giovanni
Dùmmler Ernesto 22
Durand Orsino 84
— 248
E
Emiliani Giudici Paolo \66
Emo Angelo 141
Enrico II, imperatore di Germania 192
Enrico IV, imperatore di Germania 181, 199
Erodoto d' Aiicarnasso io, 212, 213
Fanfani Pietro 71
Fantuzzi Marco 19
Federico Barbarossa 22, 114
Filiasi Iacopo 93, 122
Foscarini Marco 122
Foscarini Antonio 149
Francesco I, re di Francia 66
Franco Giacomo 122
Fulin Rinaldo 119
G
Galliciolli Giambattista 122
Gallina Giacinto 122
Garibaldi Giuseppe 190
Georgisch Pietro 228
Gerson Giovanni 99
Gersen Giovanni 99
Gibbon Edoardo 165
-249
Giorno Giuseppe 117
Giesebrecht Guglielmo 104 e n. 1
Giovanna (papessa) 51, 52
Giovanni XII (papa) 52
Giovanni Diacono 45, 85, 87, 88, 93, 117
Gloria Andrea 19, 31, 122
Gnoli Domenico 145
Goethe Volfango 143
Goldoni Carlo 122
Gregorio VII 199
Gregorovius Ferdinando 68, 155, 166
Grimm Francesco 112
Guglielmo Teli 54 e seg.
Guicciardini Francesco 11, 72, 73
Guizot Francesco 79, 80
H
Hegel Carlo 168
Herbart Giovanni Federico 215
Herder Giovanni 153
Hervas Lorenzo in
Heyd Guglielmo 122
Hortis Attilio 121
Humboldt Guglielmo m, 112
Ideler Cristiano Luigi 84
-250-
-" - '
-
J 122
La 23
La; 2 1
Lee o 98
216
7l
M
83
xolò 11, 71, 72
pione 19
Ma£ hi Antonio 18 n. 1
251 --
Malfatti Bartolomeo 167
Manfroni Camillo 122
Manin Lodovico 207
Marchesi Vincenzo 121
Marin Carlo Antonio 122
Martène Edmondo 83
Mas -Latri e (de) Luigi 121
Masi Ernesto 73
Matteo di Giovinazzo v. Spinelli
Mazzoni Guido 30, 141 n. 1
Medici (de') Caterina 76, 77 e n. 1
Micali Giuseppe 165
Michiel Marc' Antonio 97
Mohl Giulio 195
Molmenti P. G. 49, 50, 121 122
Mommsen Teodoro 62, 165
Montfaucon (di) Bernardo 83
Monticolo Giovanni 21, 115, 116, 121
Morgan Giacomo 195 n. 1
Morosini Antonio 28
Morosini Francesco 126
Moschini Giannantonio 122
Mùller Giovanni 55, 56
Muratori Lodovico 13, 15 e seg., 89, 105
Musatti Cesare 122
Mutinelli Fabio 123
— 252 —
N
Nalin Camillo 122
Nani Mocenigo Filippo 121, 122
Napoleone III, imperatore dei Francesi 190
Niebuhr Bertoldo Giorgio 157
Ninni A. P. 122
Occioni Bonaffons Giuseppe 121
Odorici Federico 19
Oppert Giulio 195
Orsi Pietro 12 [
Ottone di Frisinga 23, 51, 114, 173
Ottone III, imperatore di Germania 85, 88, 93
Pallavicino Sforza 73, 74
Padovan Vincenzo 123
Paoletti Pietro 122
Paolo Diacono 13, 15, 87, 89, 101, 104, 166
Papadopoli Nicolò 122
Pascolato Alessandro 75
Pasqualigo Cristoforo 122
Persati o (di) Carlo 208
Pertz Giorgio 22, 104
Petau Dionigi 83
-253
Pipino il Breve, re dei Franchi 36, 37
Plutarco io
Polibio io
Porro Lambertenghi Giulio 19
Predelli Riccardo 217, 229
R
Rajna Pio 154
Rambaldi Pier Liberale 121
Ranke Francesco Leopoldo 72, 77, 78, 79, 123, 172,
176, 231
Raulich Italo 214
Renier MichieL Giustina 122
Ridolfi Carlo 122
Rinaudo Costanzo 166
Roberto il Breve, imperatore di Germania 134
Rodolfo di Svevia 181
Rolando Antonio 218
Romanin Samuele 119
Rossi Agostini 73, 122
Rossini Gioachino 50 n. 1, 57
Sagomino v. Giovanni Diacono
Sagredo Agostino 119
Salimbene da Parma 69 n. 1
Sallustio Caio Crispo io
— 254 —
Sandi Vettor 122
Sanuto Marino 22, 118, 122, 149
Sarpi Paolo 73, 74, 75
Scaligero Giuseppe 82
Schiller Giovanni 57
Secondo da Trentu 104 e n. 2
Selvatico Pietro [22
Selvatico Riccardo 122
Senofonte io, 174, 181
Sigonio Carlo 17 e n. 1
Sismondi Sismondo 168
Smith Giorgio 195
Solerti Angelo 141 e n. 1
Soranzo Girolamo 117, 123
Spinelli Matteo 70
Stefano II, (papa) 37, 175, 200
Tacito n, [05, 182, 213
Tamassia Nino 166
Tasso Torquato 141 n. 1
Teli v. Guglielmo
Temanza Tommaso 122
Tesauro Emanuele 166
Teza Emilio 157 n. 1
Thomas Giorgio 122
Tiraboschi Girolamo 19
Tito Livio io, 68, 181, 213
— 255 —
Tommaseo Nicolò 116, 126
Tommasini Oreste ié, 21, 72, 143, 220
Tosti Luigi 168
Treitschke Enrico 231
Troya Carlo 19, 89, 166
Tucidide io
U
Ugo Capeto 160
Ugo Victor 65
Umberto I, re d'Italia 138
Vannucci Atto 165
Varnefrido v. Paolo Diacono
Verdi Giuseppe 50 n. 1
Vico Gambattista 151 e seg.
Viìlari Pasquale 72, 166
Villemain Abele Francesco 79
W
Waitz Giorgio 22, 104, 230
Washington Giorgio 144
Wattenbach Guglielmo 104
Z
Zambler Amelia 216
Zanetti Antonio £22
Zeno Apostolo jj, 119
PROF. EUGENIO MUSATTI
LA CRITICA STORICA
LE LEGGENDE NAZIONALI
PROLEGOMENI
AD UN CORSO LIBERO DI STORIA MODERNA
NELLA R. UNIVERSITÀ DI PADOVA
(1899-1900)
l.a RISTAMPA
con giunte ed emende
PADOVA
Tipografia dei Fratelli Gallina a all' Università »
1901
DEL MEDESIMO AUTORE
Storia d'un lembo di terra ossia Venezia e i Vene-
ziani (i.a e 2.a ediz.)
Cenni storici del commercio di Venezia
La statistica e la repubblica di Venezia
Venezia e le sue conquiste nel medio evo (opera pre-
miata dal Giurì del III Congresso geografico interna^.)
Storia della promissione ducale {premiata dal Ministero
delF I. P. per voto del Consiglio Superiore)
Venezia e Casa Savoia
Dall'89 al 97, ossia dalla Senna alle Lagune
Guida storica di Venezia
La donna in Venezia (i.a e 2.a ediz.)
I Veneziani della decadenza (Conferenza)
I monumenti di Venezia (Guida sinottica)
Cronografia veneta (i.a e 2.a ediz.)
I prodromi della Rivoluzione francese
La storia politica di Venezia secondo le ultime ricerche.
ir
Library of Congress
Branch Bindery, 1902